domenica 8 novembre 2026

Antonia Dosi, François Schnell - I romani in cucina. Pasti e vasellame da tavola


Dosi A. & Schnell. F. (1992a) I romani in cucina [The Romans in the kitchen], Roma: Quasar
Dosi A. & Schnell. F. (1992b) Pasti e vasellame da tavola [Meals and tableware], Roma: Quasar

Ripesco due vecchi libretti perché portano traccia di un fattore interessante circa la condivisione del cibo a tavola: la sacralità del pasto. Siamo in epoca romana.
1992b riporta che manducare e mandere, da cui deriva mangiare, e il cui significato era muovere le mascelle, rimandavano alla “voracità incontrollata [di coloro che ] mangiavano come animali” (p.9). Anche edere e comedere spesso assumevano il significato di mangiare senza eleganza o divorare. Mentre epulare “designava una funzione tipicamente umana: quella di “banchettare” [il verbo ha] origine sacrale, come dimostra il fatto che i cittadini che potevano prendere parte a banchetti rituali e pubblici, possedevano l’epulandi publice ius, cioè il diritto di banchettare pubblicamente” (1992a p.9). Tali banchetti dati in occasione di feste religiose erano controllati dal collegio degli epulones. Un’altra parola interessante è daps, termine più antico, che designava insieme il pasto sacro e il sacrificio in onore di un dio. Il plurale dapes significava, come epule, imbandigione copiosa, ricca.
Ripenso alle accortezze messe in campo nei secoli per differenziare il mangiare umano dal divorare animale; sottolineo che umano non include tutti gli umani, ma solo certi umani: solo i cittadini romani, solo quelli con potere sociale alto, solo gli uomini adulti e non donne e bambini etc.. Oggi come stiamo a etichetta del mangiare insieme? L’ultima che ricordo se ne sia occupata in Italia è Lina Sotis, anni Ottanta. Un periodo di nuovi ricchi – quando spuntano, arrivano manuali di buone maniere - dice LS in un’intervista, aggiungendo che oggi siamo vecchi poveri, e che è ora di imparare ad aiutarci l’un l’altro.
A proposito di condivisione del cibo come rituale dell’appartenenza, 1992b ci dice come i clientes dipendessero dal pasto elargito dal patronus, e come i minores amici fossero quelli che andavano all’alba a casa del partonus per guadagnarselo. La distribuzione di vivande seguiva, come si capisce, gerarchie. Gli AA insistono sulla fame evitata. Ma prima della fame si doveva evitare l’isolamento sociale.
La cena romana aveva due tappe: il pasto vero e proprio con moderate bevute, e la commissatio dedicata al bere e ad attrazioni: danze, spettacoli, musica, letture, giochi. Le mogli non partecipavano di norma alla commissatio (le etere sì). Si facevano brindisi orchestrati da quello che i greci chiamavano symposiarcha e i romani rex convivii o magister bibendi (veniva sorteggiato); i brindisi cominciavano con dediche a Dyonisos-Bacchus; poi si beveva, invocando il dio, dalla coppa presentata a lui passata di mano in mano, spargendo in sacrificio gocce di vino. “Col tempo questa forma di comunione perse il suo carattere sacro e le libagioni si svolsero bevendo sia dalla coppa unica che veniva fatta circolare sia da coppe individuali” (1992a p.28). Anche se perse il carattere sacro, la commissatio si svolgeva con una trama che fa capire un sottofondo di complessi rituali: la regia del rex convivii, quante coppe doveva bere chi (viene alla mente il rituale del padrone e sotto del Meridione d’Italia).
Rilevo un altro aspetto che credo risalga alla configurazione sacrale del pasto e al suo regolare l’appartenenza alla famiglia (intesa nel senso allargato romano). Ai tempi della repubblica “era stata consuetudine che lo stesso padrone di casa partecipasse alla preparazione di certi piatti (come si vede, l’attitudine a cimentarsi in cucina, che anche oggi costituisce per molti uomini una specie di hobby, ha origini molto remote)” (1992a p.27). Delle origini remote dell’hobby si colgono risonanze: basti pensare a un invito presieduto da tale hobbista, e dall’aura della sua figura da un lato, o a uno presieduto da una madre di famiglia e relativa aura dall’altro: due mondi, due universi simbolici ed emozionali, due differenti rituali. Solo qualche accenno, che fanno pensare anche ai profondi mutamenti culturali intercorsi, che hanno come delineato due ambiti dove ce n’era uno: il primo è rivolto agli eletti, il secondo ai legami familiari obbligati; il primo connotato dalle innovazioni, dalla creatività, dall’intrattenimento, il secondo dallo sfamare, dal mantenere la tradizione, dal controllare le presenze previste.
Quanto a 1992b, ci dice che “Gli autori latini ci informano che il Romano antico si preparava spesso da solo la focaccia, le minestre e l’insalata. Ne restano ancora oggi le tracce nella consuetudine del padrone di casa di condire sovente l’insalata, a suo gusto, per sé e per gli invitati. A lui compete ancora la responsabilità del taglio del pane […] talora recitando una preghiera” (1992b p.7).
“Nel culto domestico, il capo famiglia presiedeva alle offerte e ai sacrifici e recitava le preghiere.” (1992b p.102).
Molti i banchetti rituali, dove gli dei erano presenti con un posto vuoto a tavola, con un mazzetto di erbe sacre, con una statua. Banchetti rituali che celebravano e ribadivano appartenenze, come quelli del Collegio funerario di Lanuvio, “il cui scopo reale era evidentemente quello di riunire in una specie di associazione di mutuo soccorso cittadini che solo insieme avrebbero potuto far fronte alle spese dei loro stessi funerali” (1992b p.107).
Naturalmente i due testi contengono molto di più di quanto sto riassumendo, anche come tematiche. Aggiungo noterelle di cose da ricordare:
- L’arte culinaria dell’antichità raggiunge l’apogeo nella Magna Grecia e in Sicilia.
- A Roma si poteva affittare un cuoco con tutta la sua squadra per un banchetto; ci furono cucine pubbliche dove prenotare piatti speciali. Oltre al fatto che le case ricche in cucina avevano eserciti (un povero aveva almeno uno schiavo).
- donne incluse, donne escluse, donne su sedie e uomini sdraiati: già da allora si marcava la gerarchia tra donne e uomini (1992a pp.18-19). “Nel banchetto la donna, in genere poco istruita […] avrebbe costituito un elemento di perturbazione, soprattutto se si tien conto del livello delle conversazioni politiche, letterarie, filosofiche, naturalmente anche licenziose, che vi avevano luogo” (1992a p. 19).

***

Antonia Dosi, François Schnell 

venerdì 6 novembre 2026

Frandurà, con l'accento sulla a. Torta di patate. Liguria.


Siamo in: 

Verdure e Vegetali, Cucinare. verdure. sformati patate.

Culture e territori, Italia, Ricette liguri.

Vedi anche Frandura (senza accento sulla a), Patate in tà foglia - Patate nella teglia. Liguria, Pisciarada. Torta di patate, Liguria, Imperia.

Da Artemisia

Una delle molte versioni di torte di patate della cucina ligure. Questa è senza guscio di pasta, la metto tra gli sformati. La versione pià nota è la Frandura (senza accento sulla a), provata tempo fa. Cè anche la versione di Badalucco, vicino a Montalto, dove si aggiungono uova: per 250ml di latte, 2 uova. Questa è la versione del “Codice della cucina Ligure”, pubblicato nel 1982, con schede dal Il secolo XIX, dove si chiama Frandurà; qui si aggiunge un trito di pomodori, basilico, prezzemolo e una spolverata di noce moscata. Da fotocibiamo.

Sbucciare 900g di patate e con una mandolina tagliarle a fette di circa 2 mm:

Disporle in cerchi concentrici, leggermente sovrapposte, in una teglia di 34cm (ho usato un testo di rame) di diametro unta di olio d'oliva. Verranno due strati.

Salare. 

Pastella 

350ml di latte, 250g di farina, 50g di parmigiano, 50g di pecorino, una grattugiata di noce moscata, prezzemolo e basilico triturati: mescolare bene.

Ridurre a dadolata piccola uno o due pomodori.

Aggiustare il sale.

Versare la pastella sulle patate.

Cospargere con 25g di parmigiano e 25g di pecorino grattugiati. 

In forno già caldo a 200° per circa 30', se necessario fare un ultimo passaggio sotto il grill: deve essere dorata e croccante. 

Se avanza, la friggitrice ad aria è perfetta per rendere le fette più croccanti di quando la frandurà era appena uscita dal forno.





giovedì 5 novembre 2026

Minestra di ceci neri, carciofi e pecorino


Siamo in Minestre zuppe e vellutate di legumi, Ceci. 

Vedi anche Brodo di carciofi. Salento. Puglia, Zuppa di fave, piselli, carciofi, Minestra di carciofi e fregula con il brodo di carne, Zuppa di cipolle e carciofi, Zuppa di pane carasau carciofi e luganega, Fregola sarda con carciofi e arselle.

Di Artemisia

Ricordavo con piacere un certo brodo di carciofi salentino. Al mercato ci sono i carciofi. Rifaccio un brodo di carciofi, favoleggio di provare varie congiunzioni. Inizio con i ceci neri. Avevo un bel barattolo di brodo di spezie, i carciofi li cuocio lì, e quello diventa verde smeraldo. Una volta in ciotola, aggiungo una prima volta basilico e dragoncello messicano, una seconda anche maggiorana e coriandolo. Le erbette ci stanno benissimo, punteggiano il sapore con note acute aromatico-erbacee. Coniugo i carciofi con dei ceci neri. I ceci neri non diventano mai morbidi fino a disfarsi, la loro soda rotondità resta sempre lì, anche se al morso cederanno morbidi e rugosi. Poi ci vuole il pecorino a scaglie grosse con la sua sapidità e il delicato aroma piccante del pepe rosa. 

Abbrustolire fino a perfetta croccantezza una o due fette di pane casereccio ridotte a dadolata. Usare la friggitrice ad aria, 180° per 12/15'. 

Lasciare 500g di ceci neri in ammollo in acqua fredda per 24-48 ore (cambiando l'acqua almeno una o due volte).

Farli cuocere ampiamente coperti d'acqua, a fuoco lento con una foglia d'alloro e uno spicchio d'aglio per 2 ore, 2 ore e mezza. Resteranno comunque consistenti; quando infilandone uno in bocca lo sentirete morbido, smettetela.

Il sale, al termine.

Affettare sei carciofi perfettamente puliti e lessarli dentro un brodo di spezie.

Aggiungere i ceci ai carciofi e al loro brodo.

Aggiustare il sale.

Versare nelle scodelle ben calda. 

Aggiungere la dadolata di pane abbrustolito. 

Aggiungere abbondanti ciuffi di pecorino grattugiato con una grattugia a fori grossi.

Aggiungere pepe rosa.

Aggiungere erbette. Foglioline di basilico, dragoncello messicano, maggiorana, coriandolo. 










mercoledì 4 novembre 2026

Lussekatter, piccoli pani dolci di Santa Lucia


Siamo in Culture e territori, Nord Europa, Dolci. 

Vedi pure Lussekatter - pani di Santa Lucia - in corona. 

Da Artemisia

Il blog da cui ho tratto qualche ispirazione su tempi di cottura e maneggiamenti della pasta è questo: diarionordico. Vedo su web una serie di variazioni di forme, qualcuna l'ho provata senza sapere quello che facevo; sono forme rituali, il panino ha radici antiche. Le prossime le farò come si deve, per esempio a forma di corona di Santa Lucia, o di gatto, o di parrucca di prete, o di bambino; la lira l'ho fatta senza volere. A proposito di forme, qui ho trovato traccia dei possibili simboli: http://foodieunderground.com. Nel menu di  Dicembre. Cena della vigilia 2014. Li ho messi anche in corona. La pasta è abbastanza facile, molto morbida, ha bisogno di pochissima farina per non incollarsi al tavolo; davvero poca, o avrete difficoltà a modellarla. Li abbiamo mangiati anche caldi, ottimi; trovo che starebbero benissimo con una fetta di capocollo, di salame. Si possono surgelare appena si sono raffreddati.

Sciogliere 50g di lievito di birra in 1/2 litro di latte tiepido, aggiungere 500g di yogurt sgocciolato (ho usato yogurt greco che è già molto denso, scolato in uno chinois appoggiato su un boccale per un paio d'ore) 150g di burro, 1 bicchiere di zucchero (circa 150 ml), 1g di zafferano, 1kg di farina Manitoba, 1/2 cucchiaino di sale.

Mettere a lievitare in luogo tiepido. 

Fare delle palline di pasta - inziate con cinque. 

Una per volta fatene dei rotolini di circa 20cm di lunghezza, mezzo di spessore.

Arrotolateli a esse, mettete un chicco di uvetta al centro delle due spirali.

Forno ventilato a 200°, per 10' circa.








martedì 3 novembre 2026

Torta ligure. Scarpazza in padella con porri, bietola, zucca, riso, cavolo nero



Siamo in:

Culture e territori, Italia, Liguria, Toscana.

Torte salate, Torte salate. Chiuse, Torte salate chiuse, vegetariane. Liguria.

Vedi anche Scarpazza di Sarzana in padella, con porri e bietole, Torta con zucca e porri. Stirpada, Scherpada, Scarpazza. Liguria, Erbazzone. Reggio Emilia.

Scarpazza di Sarzana. Cottura in padella. In AAA c'è un'altra scarpazza in padella, con porri, bietole, uova, formaggio. Qui metto porri, bietola, zucca, riso, e infine cavolo nero, della cui legittimità nella Cucina bianca ligure (quella di malga delle Alpi marittime, a cui appartiene la scarpazza) dubito. Volendo, si può anche mettere in una teglia, quindi in forno a 200° per 30/35'.

Pasta


200g di farina, tre cucchiai d’olio d’oliva, un pizzico di sale.

Aggiungere acqua tiepida quanto basta per avere una pasta liscia e morbida.

Farla riposare sotto una ciotola, o avvolgendola in una pellicola.

Farcia porri
, bietola, zucca, riso, cavolo nero.

Tagliare 100g di porri a rondelle e farli rosolare per 5' in una padella con un po' di olio d'oliva. 

Tagliare 100g di zucca sbucciata a fettine sottili, aggiungerla ai porri e farla rosolare per 10' in una padella con un po' di olio d'oliva. 

Aggiungere 250g di bietole lessate e tritate, e altrettanto lessato e tritato cavolo nero.

Lessare 100g di riso.

Unirlo alle verdure.

Mescolare.

Salare e pepare.

Allestire

Stendere molto sottilmente metà del panetto di pasta, farne un disco (richederà una tavola ben infarinata).

Appoggiarlo in una padella antiaderente di 34cm di diametro, unta di olio d'oliva, facendo ricadere il bordo.

Mettere il composto sul disco di pasta. 

Coprire con un altro disco di pasta, unire i bordi dei due dischi, regolarizzarli, sigillarli.

Bucherellare la superficie con la punta di un coltello affilato.

Cuocerla a fuoco medio, girandola a metà cottura con l'aiuto di adeguato coperchio (in tutto, 40'). Capovolgerla sul il coperchio per cuocere l'altro lato, quindi capovolgerla in padella, senza tentare di farla scivolare dal coperchio, la pasta può lacerarsi; e sul piatto di portata quando è cotta.  








lunedì 2 novembre 2026

Torta di prugne lussemburghese, Quetschentaart


Siamo in: 

Culture e territori
, Le ricette del Nord Europa, 
Nord Europa. Dolci.

Crostate, Crostate con la frutta.

Da Artemisia. A partire da una ricetta di Alda, l'ho fatta almeno tre volte, prima di trovare pace con la teglia della misura che vi do. L'ho provata anche con le albicocche, in una teglia da 20cm, perché l'ho voluta infilare nella friggitrice ad aria; lo spessore della pasta mi è parso troppo spesso. 

Alda dice: vi dò un esempio di ricetta per la pasta (ma le varianti sono infinite). Le prugne ideali sono quelle viola, sode, che i tedeschi chiamano Zwetschen e qui e in Francia si chiamano Quetschen. La torta si cosparge ancora calda con zucchero e cannella.

Pasta

275g farina00, 20g di lievito di birra (44 di lievito in polvere), 40g di zucchero, 100ml latte, 1 uovo, 40g burro. 

Viene una pastella - plastilina che ho modellato dentro una teglia di porcellana da forno di 25cm di diametro, facendo un fondo e un bordo un po' rialzato.

Si tagliano in quarti 800g di prugne e si dispongono fitte fitte sulla pasta come le tegole di un tetto, un po' di taglio, perché il succo scoli. 

Forno a 180° per 30'.

L'ho cosparsa di zucchero di canna prima della cottura, poi di cannella. 

La friggitrice ad aria torna comunque buona per riscaldare le fette rimaste, perché calda, con le sugose susine bollenti, mi piace di più. 












venerdì 30 ottobre 2026

Zucca potimarron ripiena di fontina, porri, bieta

Siamo in Verdure e vegetali, Zucca. 

Vedi anche Zuppa matta di funghi e zucca, con la zucca intera. Veneto. Soupe de courge, Zucca ripiena di verdure e fontina, Una sulfurea zucca arrosto con gorgonzola e verza.

Teriaca
: il mio personale masala, fatto di tutte le spezie mescolate che mi avanzano dai barattoli dove le conservo, quando non riesco a ficcarcele dentro completamente. 


Di Artemisia

Il verduraio indiano di piazza San Cosimato propone piccole zucche. C'è una potimarron, o se si vuole un Hokkaido, dall'alto picciolo che, molto decapitata, entrerà nella friggitrice ad aria che ne renderà la cottura semplice e veloce. Il suo allungarsi impedisce di cuocervi il coperchio sopra; cuocio base e vertice separatamente (e con quest'utimo faccio gnocchi, di cui dirò). 

Una piccola zucca di 18cm di diametro è stata tagliata in modo da avere una base e un coperchio. 

Vuotarla accuratamente, togliendo semi e filamenti.  

Cuocere zucca vuotata e coperchio separatamente in friggitrice ad aria per 15’ a 180°, messi su braga di carta da forno che permetterà anche di tirarli fuori.

Scalfire la base dall'interno, togliendo pezzi di zucca ammorbidita (del coperchio ho già detto che è stato usaro per fare gnocchi).

Ridurre a tocchetti 100g di fontina. 

Affettare un piccolo porro, stufarlo in olio d'oliva. Salare. 

Lessare un piccolo cespo di bieta. Triturarla grossolanamente.

Ridurre a pezzetti 100g di mozzarella. 

Tagliare a tocchetti una fetta di pane casereccio ottimo e tostarla fino a magnifica doratissima croccantezza nella friggitrice ad aria: 12’ a 180°.

Mettere sul fondo della zucca tocchetti di pane, poi tocchetti formaggio, poi di zucca (quella scalfita) poi fiocchi di mozzarella, poi porri e bieta; tra uno strato e l'altro piccole mulinellate di pepe nero. Ripetere una volta, concludere con la mozzarella. 

Mettere la zucca farcita in friggitrice ad aria con un foglio di alluminio sopra la farcia perché non bruci, a mo' di cappello, per 15’ a 180°. Sempre su quella carta da forno che permetterà anche di tirarla fuori.

Dopo 15' togliere l'alluminio perché la mozzarella fonda.

Metterla su un piatto, e servirla vuotandola a cucchiaiate, polpa inclusa, appena non sarà più incandescente. 






giovedì 29 ottobre 2026

Scarpazza di Sarzana in padella, con porri e bietole


Siamo in:

Culture e territori, Italia, Liguria, Toscana.

Torte salate, Torte salate. Chiuse, Torte salate chiuse, vegetariane. Liguria.

Vedi anche Scarpazza in padella con porri, bietola, zucca, riso, cavolo nero, in padella;

 Torta con zucca e porri. Stirpada, Scherpada, Scarpazza. Liguria, Erbazzone. Reggio Emilia.

Scarpazza di Sarzana. La costa bianca della bietola la chiamano scarpa; una volta per la scarpazza si usava solo quella, avendo dedicato la meno tosta parte verde ad altri piatti (non si butta niente). La scarpazza è parente dell'erbazzone reggiano, lo scarpasòun; si uniscono tradizione emiliana e ligure. In Lunigiana diventa scherpada o stirpada, con le solite infinite varianti delle ricette della tradizione, poiché si faceva con quel che si aveva e con ciò che dettava l'uzzolo. Mi ha attratto che si faccia in padella; questa è stata la prima, poi ne ho fatta un'altra, vedi link sopra. Oppure si mette in una teglia, e si cuoce in forno a 200° per 30/35'. In AAA c'è in effetti una scarpazza al forno, che invece delle bietole usa la zucca. La rosolatura che appare nera è più scura in foto che nella realtà, dove i colori erano brillanti e seducenti. La cottura in padella la rende seducentemente croccante, mentre la frittata interna resta piacevolmente molle e umida. 

Pasta


200g di farina, tre cucchiai d’olio d’oliva, un pizzico di sale.

Aggiungere acqua tiepida quanto basta per avere una pasta liscia e morbida.

Farla riposare sotto una ciotola, o avvolgendola in una pellicola.

Farcia porri - bietole - uova - parmigiano


Tagliare 300g di porri a rondelle e farli rosolare per 5' in una padella con un po' di olio d'oliva. 

Aggiungere 500g di bietole lessate e tritate.

Sbattere 5 uova con un pizzico di sale e 80g di parmigiano grattugiato.

Unirle alle verdure.

Mescolare.

Allestire

Stendere molto sottilmente metà del panetto di pasta, farne un disco (richederà una tavola ben infarinata).

Appoggiarlo in una padella antiaderente di 34cm di diametro, unta di olio d'oliva, facendo ricadere il bordo.

Mettere il composto sul disco di pasta. 

Coprire con un altro disco di pasta, ripiegandone i bordi verso l'interno, facendo pieghe.

Cuocerla in padella unta d'olio d'oliva, a fuoco medio (con il fuoco alto l'ho bruciacchiata), girandola a metà cottura (in tutto, 40'). Capovolgerla sul il coperchio per cuocere l'altro lato, quindi capovolgerla in padella, senza tentare di farla scivolare dal coperchio, la pasta può lacerarsi; e sul piatto di portata quando è cotta.  













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