giovedì 28 agosto 2014

Vino Vero, un bacaro nuovo su fondamenta della Misericordia.


 
A marzo ha aperto Vino Vero, un nuovo piccolo bacaro su fondamenta tra le più attraenti della città oltre che assai prossime, quelle della Misericordia; per fare due passi la sera e prendere un'ombra e un cicchetto all'aperto. 

Due calici di Franciacorta buono lo hanno testato - ci sono anche vini da asporto non eccezionali, dice Nunchesto, ma che è bene avere sotto casa - io ho chiesto un cicchetto e senza commenti me ne hanno portato un altro - sembra gestito da soci burberi (i due che erano lì, pare siano quattro) ma si spera benefici - cicchetto però forse migliore di quello che avevo chiesto (gorgonzola e miele): pane ottimo, avocado giustamente maturo, pomodoro secco morbido, aceto balsamico. 

Piccolo, due tavolini dentro, una panca fuori, pare che alla sera mettano tappeti in fondamenta. Prosit.
 



Di fronte c'è l'alta parete muta della chiesa di San Marziale, che ha un pozzo bellissimo nell'adiacente campo del Piovan (i parroci, custodi di pozzi, si chiamavano piovan: da "pieve" a sua volta da "plebs" popolo; pievano o piovano, prete responsabile della chiesa).




San Marziale  dalle tre campane.


 
Il Gazzettino ne segnala la mascita insieme a una paio di botteghe interessanti: Fondamenta della Misericordia, si punta anche sui residenti.

Ne conosce l'esistenza anche Venice Empire

Cannaregio 2497, 30121.
041 275 0044


mercoledì 27 agosto 2014

Venezia. La dinastia dei ragni.






C 'è un ragno, una stirpe, una dinastia di piccoli ragni che da vent'anni lavora entro un certo gradino tra pianerottolo e camera da letto, tutto di confortevole legno biondo. Dopo una primo coscenzioso, inutile spazzare, si è insinuato un "ma perché?" e si è concordata una convivenza. Alla fine, loro abitano la casa costantemente, fedelmente. Ciò comporta un'estensione della proprietà aracnidea. La bella tela non è più circoscritta in un angolo, ma si allarga in festoni per tutto il gradino, e lucenti avamposti ne ornano un altro. Poi vedo che i piccoli cactus che pure sopravvivono, come i ragni, alle nostre assenze cominiciano a inghirlandarsi. Quest'altra vita si allea, e forse prevarrà.

Fondi di carciofo e capesante

 Di Artemisia

Condivido pienamente la passione veneziana per i fondi di carciofo. Li amo abbrustoliti in padella con un filo d'olio d'oliva, fino a che non sono ben dorati da entrambi i lati; fuoco medio, coperti, e a un certo punto girati. Serviti subito con fleur de sel.

Ho pensato che sarebbero stati perfetti compagni delle cape sante, altro frequente incontro al mercato di Rialto. Per ciò, finita la cottura dei carciofi, ho scottato delle cape sante nella medesima padella appena abbandonata da loro, a fuoco basso, rapidamente: scottata da un lato, subito da un altro, e stop cottura.

Ho messo le cape sopra i fondi, e quindi fleur de sel.

Ci sono molto piaciuti.



martedì 26 agosto 2014

Venezia. La civetta.









La nostra civetta, che sentiamo sempre, da vent'anni (lei, le nonne, le zie) e vediamo così raramente, mentre eravamo in altana è venuta a far chiasso e si è messa controluce, sul tetto (puntino a sinistra del camino, verso l'orlo).

Intanto il cielo si profondeva in nubi.

lunedì 25 agosto 2014

Venezia. Una civetta ci vuole




Nostalgia della civetta di Madonna dell 'Orto, del suo grido metallico, del suo andare da monacello.

Mentre cenavamo in altana, chiaro ancora il cielo, una sagoma tozza è comparsa alla ribalta del tetto di fronte. Lo indicavo al Nunche e quello esclamava: la civetta!, l'uccello ha girato sui tacchi dopo uno scambio di fuggitivi sguardi e si è rituffato dietro le tegole. Da giorni sentivo un certo canto sospetto, ma non volevo illudermi. Una civetta ci vuole.

Quando siamo arrivati qui, tanti anni fa, sul versante laguna - meno abitato - c'erano molti fantasmi e la meravigliosa civetta. Poi il chiostro è stato restaurato, e temevo, temevo. Invece la civetta c'é. Ci ha fatto tre strilli in testa e si è poi messa di profilo sul colmo del tetto della chiesa. Quindi si è tuffata dall'altra parte, con quel fare da pesce che già mostrava due sere fa. Felicità Noctuesca

Si è più felici con una civetta nel proprio cielo che senza.

Venezia. Luci, annottare.





Temporale e schiarita su rio della Madona dell'Orto.

Ultimo sole sulla facciata dei Gesuiti. Cala la sera ragentea sui cornetti di Palazzo Minelli Spada, ricordo della gloria dei capitani da mar.
 




sabato 23 agosto 2014

Insalata di pane


 Di Isolina

Mi sembra più appropriato definirla insalata di pane anziché panzanella, dato che non è del tutto ortodossa. A differenza della versione ortodossa, questa il pane lo contempla a larghe fette che, dopo averle tostate, ho ridotto a quadrotti e mescolate al resto degli ingredienti solo pochi minuti prima di metterla in tavola, onde conservar croccantezza. Io la lasciai riposare un po' più a lungo e piacque lo stesso sia a me che ai commensali, ma…

A parte,  pomodori  (i miei variopinti aiutano) affettati e un poco privati dei semi (un qualche liquido va bene), cipolla rossa affettata sottilissimamente, cetrioli privati dei semi e affettati anch'essi abbastanza sottilmente, erba porcellana (solo le cime tenerissime), abbondante basilico (in questo caso trattavasi di basilico limone, una goduria). Il tutto condito con olio d'oliva, aceto e sale.



pomodori indigo rose


pomodoro ananas


Venezia. Ca’ Pesaro. Museo di Arte Orientale






La collezione nasce grazie a un certo Enrico di Borbone, duca di Bardi, ultimo figlio di un duca di Parma restauratore con supporto austriaco e ucciso da ignoti, abitante (in alternanza con un castello tostissimo in bassa Austria, imponente ma certo irriscaldabile, castel Seebenstein) del più morbido palazzo Ca' Vendramin Calergi, ospite di sua zia, (lì fu fu ospitato anche Richard Wagner negli ultimi tempi della sua vita), marito di una che si chiamava Adelgonda di Gesù Maria Francesca d'Assisi e di Paola Adelaide Eulalia Leopoldina Carlotta Michela Raffaella Gabriella Gonzaga Agnese Isabella Avelina Anna Stanislaa Sofia Bernardina di Braganza, pare con unione pare poco felice per via del di lui sembra caratteraccio (per altro irrigidito e non solo metaforicamente anche da ferite di guerra).

I due fanno un viaggio attorno al mondo,  partendo nel settembre del 1887 e visitando Egitto, coste del Mar Rosso, Sud-est asiatico, Cina e Giappone; ritornano a Venezia nel 1889, passando per l'America Settentrionale. Soprattutto in Cina e ancora di più in Giappone (i nuovi esotismi, dopo i più prossimi paesi islamici e India, più consunti), spendono e spandono in souvenir – alcune lettere dicono delle ansie di lei sulla spesa, ma alcune altre subito a seguire dicono quanto ella medesima fosse in preda all’acquisto di bibelots esotici – del resto il Giappone, appena cessata l’epoca Edo, sta svuotando le casse di ogni tipo di ricordo, e soprattutto delle preziose bellissime armature, che si trovavano a due soldi; tutto è acquistato a man bassa e alla fine l’enorme collezione è costituita da oggetti dell’Indonesia e Sud Asia al 30%, della Cina al 20%, del Giappone al 50%. 

La collezione viene stipata pittorescamente all’ultimo piano di palazzo Vendramin,  aperta alle visite; poi si cerca un luogo più comodo e il duca lo chiede alla città, che lungimirante rifiuta; quello si offende e decide di trasferire tutto a Chambord – di cui nel frattempo ha acquisito l’uso – e per l’intanto chiude al pubblico e inizia a regalare a parenti e amici. Alla morte di lui, Adelgonda offre l’acquisto allo stato Italiano, che rifiuta; la collezione va sul mercato antiquario in Austria; in questi traffici si riduce alla metà. 

A quanto mi pare di capire, la collezione – forse 30.000 pezzi, di cui due terzi a Venezia - non è stata compiutamente catalogata; manca un opuscolo qualsivoglia in vendita la Museo sul medesimo; i quindici volumi del diario di viaggio, prima scritti di pugno del duca poi del suo segretario, giacciono presso la Soprintendenza di Venezia, ben lontani da ogni pubblicazione; si parla da anni di trasferirla in luogo più idoneo e ampio per esporla più adeguatamente (contemporaneamente liberando spazi per l’arte moderna ridotta al secondo piano) ma tutto sembra giacere. 

Recentemente sono state restaurate le armature giapponesi, che nell’allestimento del 1928 organizzato da erano messe in due file, una di qua una di là lungo le ascendenti scale, tra alabarde (non ne so il nome, con lacche bellissime, loro ancora sul posto), a fare magnifica figura, indimenticabili nella mia prima visita, quando erano ancora lì, tante, visibili senza frapposti vetri, bellissime (e a riempirsi di polvere, per cui oggi poche e sotto vetro, dopo lunghi restauri).
 






Cecilia Vascotto Enrico di Borbone, collezionista "per caso"

Kumakura, Kreiner Notes on the Japanese Collection of Count Bourbon Barth at the Museo d'Arte Orientale di Venezia

Video sul museo

venerdì 22 agosto 2014

Naranzaria, che ci hai fatto con il cuoco giapponese?


La Naranzaria certamente dà il suo meglio quando sulle grandi fondamenta arriva l'acqua alta e si mangia con le zampe delle vicine sedie a mollo, percorsi dal piacevole brivido 'ecco che arriva' (l'onda); era stato anche piacevole trovarvi il contributo esotico di un cuoco giapponese - memoro un'anguilla al forno squisita, e altre cose buone - ma questa volta, o era in ferie, o ha preso cappello ed è tornato in Giappone: il pollo teriyaki era salato e i fagiolini gommosi. Peccato, che la vista è sempre bella, come pure piacevole l'ombra nelle giornate estive.

Queste le fondamenta e la vista. Guardate a destra, Benetton lavora sul Fondaco dei Turchi, tra molte polemiche (gru).


Più che prossima al mercato di Rialto, è parte di esso: era un pezzo dei vecchi magazzini dedicati agli agrumi.  Una delle sue due porte dà sul campo, sotto i portici prossimi alla Chiesa, l'altra sulle fondamenta.
 

Il gobbo di Rialto, una delle statue parlanti di Venezia; parlante due volte: la prima è che sorreggendo una scala che porta a una pedana, è una pietra da bando; da lì si comunicavano bandi, editti, sentenze. La seconda è che i cittadini le attaccarono addosso scritti polemici, proteste.



La bella facciata di San Giacometo.



Gli incriminati polli.


AAA sulla Naranzaria qui, qui e qui.