La letteratura sul ristorante è povera di competenza sul suo funzionamento come impresa e organizzazione. Non solo quella che non ha un focus specifico su questo aspetto, ma anche quella dedicata. Ho notato una tendenza ad appiattire la complessità organizzativa del ristorante entro dei miti. Tutti sappiamo dell’attuale centratura sul cuoco, anzi sullo chef; vediamo il ristorante identificato con lui, e le relazioni ridotte a quella tra un cliente e lo chef: il resto è un mondo di comparse, dal personale ai commensali. Ciò dipende da diversi fattori; non li affronto; vado a parare su un’altra relazione, quella tra cliente e cameriere. Seduce Appelbaum (2012) in quanto relazione asimmetrica, servile; seduceva anche Grimond – citato anche da Appelbaum - in piena epoca rivoluzionaria; Grimod disprezzava i camerieri, e non li voleva intorno (non li voleva intorno, ma li voleva: muti, lesti a sparire, al suo servizio). La complessità del ristorante può ridursi a questa relazione duale, connotata miticamente, così come lo è quella chef-cliente. Cerco una letteratura che mi aiuti a capire, trovo questo libro: on line, open access. Grazie.
Il testo è corposo. Può essere consultato per molte questioni. Per esempio per meditare su come la democrazia nella sua storia non abbia escluso la schiavitù; oppure sulla gerarchia come antidoto di forme più violente di rapporto, come quello schiavo-padrone, in quanto articolazione complessa di ruoli; o sulla perdita della patria potestà nella famiglia come indebolimento dei suoi confini, con una maggiore fragilità del privato nei confronti delle intrusioni del pubblico; o sulla femminilizzazione dei rapporti lavorativi di dipendenza, eccetera. Il libro merita di essere letto per intero per quello che dice e per quello che fa venire in mente. Io però voglio arrivare al cameriere del ristorante (non che RF ne parli direttamente, ma troveremo elementi acconci). Lo scorro a caccia di tracce; parlo di quelle.
RS parla di schiavitù; trovo un elemento illuminante. Tutto inizia da Aristotele, come altre volte nelle vicende della nostra cultura. Aristotele dice che uno schiavo è molto meglio di un attrezzo inanimato: “lo schiavo è un oggetto di proprietà animato” (p.29); gli strumenti inanimati non sanno rispondere ai comandi. Bene, mettiamolo lì. Passiamo a Tasso (un bel salto di secoli) che riprende, come moltissimi altri, il famoso passo di Aristotele; lo traduce così nel Il padre di famiglia (1583): «non come il cane al padrone, ma come la destra si muove a ubbidire a’ commandamenti dell’animo, il servo ad ubbedire a’ commandamenti del padrone si mostra pronto» (citato da Sarti, p.51). Anche un cane è animato e obbediente, ma lo schiavo è molto meglio: è una protesi animata del padrone. Solo lo schiavo può essere interamente posseduto. Lo schiavo sembra poter realizzare la terribile fantasia dell’intero possesso dell’altro. Sembra: nessuna fantasia può essere interamente realizzata; solo nel mito della schiavitù e della servitù questo accade. Ma noi siamo abituati a reificare i miti e a trattarli come se fossero fatti. Tale mito è stato ripetuto per secoli. Un autore settecentesco, Jacopo Facciolati, dice: «il servo è uno strumento animato del padrone, senza del quale non potrebbe regger bene la sua famiglia» (p.52). Eppure nel 1789 si dice che gli uomini nascono e vivono liberi e uguali nei diritti. Non abbiamo abbastanza riflettuto che si trattava di capire chi fossero, quegli uomini. Le parole sono sempre polisemiche. Quando si tratta di decidere chi ha diritti politici, la questione è tutt’altro che lineare. Tali diritti sono compatibili con lo stato servile? “Quanto più si afferma l’idea che gli uomini siano liberi e uguali, tanto più i servitori sono visti con sospetto poiché accettano un rapporto asimmetrico che costituisce uno schiaffo all’uguaglianza e limita drasticamente la loro libertà” (p. 106). Chi non è libero, chi è passivo, senza volontà propria, non può partecipare alla vita politica (le stesse argomentazione che vengono usate per le donne). Va anche tenuto presente che dopo la Dichiarazione dei diritti, nelle colonie scoppiano rivolte di schiavi che inducono l’Assemblea nazionale a sancire il principio liberatore del suolo francese e a decretare l’uguaglianza tra bianchi e liberi di colore, ma non ad abolire la schiavitù. Ci sono grandi dibattiti su chi servo, o non lo sia: ovvio che nella realtà le situazioni sono complesse, sfumate, in una parola molto diverse dall’allucinazione ideologica; allora: è un servo, o un dipendente? Si tratta di una categoria stigmatizzata, dai confini vaghi (un aggravante?). Guarda caso: un certo Eugène-Eléonore Gervais che viene molto duramente punito per aver espresso idee sediziose, incoraggianti una rivolta di domestici contro le esclusioni è un cuoco dell’ambito del Palais Royal, il vivaio dei primi ristoranti parigini!
Kant nel 1793 ribadisce la inconciliabilità dello stato di domestico con quello del cittadino; tralascio l’articolazione del discorso, ricordo solo che a un certo punto arriva a questa conclusione (p.156). La storia della discriminazione dei domestici sarà lunga, di secoli, dopo queste premesse. Uno sguardo allargato ad altri paesi, tra cui l’Italia, conferma un andamento simile. Ovviamente, “Non possiamo dimenticare che durante tutto l’Ottocento il diritto di voto fu ristretto ai maschi adulti e, di solito, fu ulteriormente limitato in base a criteri quali il possesso di proprietà, il reddito, l’ammontare delle tasse pagate, ecc. “ (p.170).
La letteratura sul rapporto cameriere-cliente è continuamente attraversata da questa cultura di discriminazione che richiama “Il “grado zero” dei rapporti di potere” (p.246); è come se nel rapporto cameriere cliente si potesse continuamente perdere il senno e pensare di avere a che fare con uno schiavo-servitore, non con un cameriere: Ragazzo vieni qui! Attendendosi che realizzi ogni esigenza o fantasia. E in riposta, che quello non veda l’ora di sputare nella minestra.
Una nota pittoresca, sui baffi: Orwell (sì, lui) dovrà tagliarsi i baffi quando farà il cameriere. Ce ne parla un altro libro che sto leggendo (Ribbat 2016) e trova l’abitudine a cui deve piegarsi, se vuole conservare il posto, curiosa e umiliante; né lui né Ribbat sanno perché debba farlo; sappiamo però che è un lavapiatti e che i baffi li può avere solo il capocameriere. Sarti ci spiega perché; entro una de-virilizzazione dei domestici maschi e una femminilizzazione in corso della dipendenza: “nell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, i servi maschi, sempre meno numerosi, in molti paesi europei non possano portare barba e/o baffi.” (p. 224). Questo fa venire in mente i camerieri parigini baffuti: è segno di conquista, distinzione, gerarchia.






































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