Vedi ginger garlic paste: 1 cup di zenzero fresco grattugiato, 1 cup di spicchi d’aglio ridotti in crema - 1 cucchiaio di curcuma, un cucchiaio di olio di sesamo (o di olio di cocco, o di ghee), mescolare. Si conserva in frigo. Non avendola, coniugare aglio e zenzero ridotti in crema.
Da Artemisia
Ho già fatto uove gemelle di queste: Hyderabadi Shahi Egg Curry. Uova alla moda di Hyderabad. India del Nord. Una cucina che mescola influenze Moghul, arabe e turche. Si tratta di uova sode in una salsa a base di cipolle caramellate, anacardi, zafferano e yogurt. Ne avevo due, di ricette di uova con tale impronta; le ho fatte una dietro l'altra, senza cercare più grandi variazioni, perché andavo di fretta e le avevo sotto il naso. Queste furono sul tavolo per uno spuntino di lavoro.
6 uova sode (sgusciate e, a piacere, tagliate a metà).
Pasta di cipolle e anacardi
Scaldare 1 cucchiaio d'olio vegetale in una padella.
Aggiungere 2 cipolle tritate e 10-12 anacardi (o mandorle, prima tenuti a bagno un po'),
cuocendo fino a cipolle morbide e leggermente dorate.
Aggiungere 1 cucchiaino colmo di pasta di ginger garlic, soffriggere per un
minuto e togliere dal fuoco.
Frullare fino a ottenere una pasta liscia, aggiungendo
un po' d'acqua.
Nella stessa padella, scaldare 1 cucchiaio di ghee. Friggervi le uova
sode, prima incise con qualche taglio di coltello affilato, fino a crosticina dorata. Metterle da parte.
Nel ghee rimasto, aggiungere 2,5 cm di cannella, 2 baccelli di cardamomo
verde, 1 foglia di alloro, 1/2 cucchiaino di semi di cumino
lasciar sfrigolare per 30’’.
Aggiungere la pasta di cipolle e anacardi e soffriggere per 3-4’.
Abbassare la fiamma e incorporare il 1 cucchiaino di coriandolo in
polvere, 1/2 cucchiaino di curcuma in polvere, 1 cucchiaino di peperoncino
rosso del Kashmir in polvere.
Aggiungere 1 di tazza di yogurt sbattuto, abbassando la fiamma e
incorporarlo mescolando per evitare che cagli.
Aggiungere un pizzico generoso di zafferano ammollato in acqua calda e
cuocere finché l'olio non inizia ad affiorare facendo occhiolini di grasso.
Aggiungere 1/2 cucchiaino di garam masala.
Incorporare 2 cucchiai di panna fresca.
Cuocere a fuoco lento aggiungendo da mezza a una tazza d'acqua per ottenere
la consistenza desiderata e regolare di sale.
Adagia delicatamente le uova nel curry e cuocere a fuoco lento per 5’.
Servire caldo guarnendo con 1
cucchiaio di ghee fuso e coriandolo fresco.
Accompagnare con naan o riso basmati.
AAA ACCADEMIA AFFAMATI AFFANNATI
sabato 11 luglio 2026
Mughlai Egg Curry. India del Nord.
venerdì 10 luglio 2026
François Simon - Pique-assiette : La fin d'une gastronomie française
Simon, F. (2008). Pique-assiette: La fin d'une gastronomie française [Freeloading: The end of French gastronomy] Paris: Grasset
Premessa: questa nota sul libro è del 2017, il libro del 2008. Eppure molte questioni sono ancora in corso. L'Autore è colui che probabilmente ispirò l'Anton Ego di Rattatuille.
Inizio
con una sintesi. Non si può fare a meno della Michelin perché è un
mito, non una guida (infatti le guide cartacee non ci sono praticamente
più, sopravvive solo lei, per questo preciso motivo). È il mito della
ristorazione francese in pompa magna, di corte, e con quella della
ristorazione occidentale che l’ha imitata. Per gli stessi motivi,
rappresenta un mondo che sta per finire; la ristorazione ottima è
mondiale, i criteri con cui apprezzarla tutt’altro che univoci e meno
che mai verticali, ogni tentativo di classificazione, anche se si sposta
nel mondo anglofono che ha tentato di appropriarsene, risente di
un’ottica limitata e “etnocentrica” che non può che dire il
falso. Come si fa, per dirne una, a continuare a ignorare l’Asia? Anche
nella stessa Francia la buona ristorazione – che nonostante il lamento
funebre intonato dalla stampa internazionale prospera - sfugge in larga
misura alle stelle; si trova per ogni dove, e la mappa che la individua
corre spesso di voce in voce sulla bocca dei buongustai sopravviventi a
una certa mercificazione della cucina stellata. Quest’ultima, specie se
le stelle sono tre, più che indicare eccellenza indica costi troppo alti
– dementi per i clienti come per i ristoratori - e la necessità di fare
sistema per guadagnare; necessità, o opportunità: le tre stelle si
possono costruire a tavolino per imprendervi.
Evviva,
ecco infine una lettura critica sulla ristorazione attuale. Ma non si
può che avere un pamphlet? Infatti nel libro prevale una protesta
sentimentale, dove la parte offesa è l’emozione, la fantasia con cui si
va a ristorante. L’essere un oggetto investito di fantasie alle quali
non si può pensare su è una caratteristica del ristorante? È una bella
pista: se ne può parlare solo come di luogo idealizzato e preteso. Il
libro è di 140 pagine; solo alla quarantesima trovo interessanti indizi di
contesto. Prima c’è un’appassionata querimonia sullo chef che riceve
tre stelle e perde la testa; da allora in poi non sarà più lì, a occuparsi
del ristorante. E il piccolo paradiso che quel luogo era, o avrebbe
potuto essere, svanisce.
Per capire cosa significhi
essere lì, va fatta un’analisi che F.S. non fa, poiché lui chiede una
partecipazione emozionale a un sentimento di perdita, non ne propone una
lettura critica. Non mancano però elementi per questa lettura.
Che
si dice a pagina 40 ? « Il n’y a pas à tortiller, un restaurant étoilé
n’est pas rentable. A peine dégage-t-il un petit 1 à 2 % de marge,
lorsque tut d passe bien. Car rien n’est trop beau pour rassasier cette
satanée étoile […] Voilà pourquoi un chef qui ha décidé d’entrer dans
ce système et qui, tout en même temps, souhaite vivre correctement est
quasiment contraint à se diversifier ». In altri termini, poche storie,
il costo economico di un ristorante pluristellato è altissimo; se vuoi
guadagnarci decentemente, deve fare parte di un’impresa più grande e
diversificata, che usi le stelle nell’immagine. Questa è la regola del
sistema stellato. Se ci entri, la accetti.
L’A. aggiunge : « Morale de l’histoire, rien ne vaut un restaurant dans son
terroir, avec son passé et le chef à bord. Le reste c’est marketing,
business […] très fin XX, dans son côté virtuel, cynique» (p.42). Ovvero: se sei stellato e vuoi guadagnare decentemente devi fare impresa; ma
se la fai, per il cliente il sognato appagamento svanisce: diventa un
ristorante matrigna, che delude. Lo chef deve stare lì; il resto è
cinico marketing fine XX secolo (a cinico F.S. aggiunge virtuale, a mo’
di insulto; vengono in mente le diffidenze verso la pentola a pressione,
durate secoli: è stata inventata nel XVIII).
F.S. non distingue tra le attese, le fantasie collusive che organizzano il
rapporto tra ristorante e clienti da un lato, e le competenze
organizzativa, di impresa, di conoscenza della domanda, del mercato
dall’altro. Il suo discorso scorre entro categorie solo emozionali;
entro questo vissuto, il mercato è cinico marketing. A un certo punto ci
parla, come caso esemplare di cuoco vero, di uno bravissimo, con una
sola stella, che fa cucina buonissima, dedito ai fornelli, che regala
gioia a chiunque si si inerpichi fino a lui che se ne sta in un posto
bello ed eremitico; ma scopriamo che a volte la sera non ha nemmeno un
tavolo occupato (insomma, ci fa preoccupare per lui).
Chi
è François Simon? Un critico gastronomico “importante”, a lungo presso
Le Figaro. Si dice sia stato il modello per l’Anton Ego di Rattatuille;
tra i suoi blasoni, anche l’accusa di aver provocato il suicidio di
Loiseau con un articolo che riportava la voce che avrebbe perso la terza
stella. È importante anche vedere come si presenta nel libro: come uno
che è dalla nostra parte. Ci tiene a chiarire che non è un erede dei
gourmet del XVIII secolo, un esperto antipatico che ci fa sentire
incompetenti, che fa parte di una cricca di saputi che sono i soli umani
che gli interessano e che vuole imporre ai profani dipendenza ed
esclusione. Si rivolge invece direttamente a noi profani ben
intenzionati (a godere dei ristoranti), ed è sì molto esigente, ma
proprio come noi, come uno che al ristorante cerca felicità, e che
quando la trova la divide con noi.
Altrove (non in
questo libro), si dibatte assai il tema dell’attendibilità della
critica gastronomica, come ci fossero due schieramenti: gli esperti
qualificati e gli improvvisati, i cartacei e i virtuali (sempre con nota
di spregio). Contrapposizione surrettizia, dico io. Che sostituisce
l’esplicitazione dei criteri e delle parti in causa. Piuttosto mi
chiederei: la critica gastronomica può avere come oggetto i suoi miti?
Che ne so, quelli del palato, del ristorante-paradiso, dello chef che
deve stare lì, delle stelle Michelin, della trattoria verace, della
cucina della nonna, del territorio, del guardare solo dentro al piatto,
del ritorno al gusto naturale delle cose etc.… F.S. in parte si prova in
questa analisi, in parte è immerso nel mito. Vediamo fino a dove si può
arrivare, con lui.
Allora: F.S. ci dice che le stelle
Michelin sono parte di un sistema di marketing, dove grazie alle stelle
(che non hanno autonomia economica, specie crescendo il loro numero e
con quello l’esigenza di lussi anche dementi, che non ripaghi nonostante
prezzi indecenti) puoi attivare una serie di iniziative diversificate
sul cibo, a costi di mercato, che permettono un’economia di insieme.
Tale impresa può derivare dall’espansione di un ristorante in loco, vedi
Blanc a Vonnas, o da espansioni internazionali, vedi Ducasse, che
sembra Cluny (paragone mio: la chiesa madre figliò un numero
impressionante di abbazie, tutte nello standard). Ma se Blanc più o meno
resta lì, anche se non fa altro che un giro finale tra i tavoli come un
ostensorio, gli altri sono sempre in aereo, persi tra le nubi del cielo
e della fama, e a terra – e in Francia, questo è il dolore di F.S. – non
resta più nulla, mentre ci chiediamo perché mai andare a mangiare cucina
francese a Osaka. Con lo chef in fuga, le cucine stellate sono troppo
spesso luoghi inanimati, conchiglie vuote. Si vuole esportare
l’inesportabile, una cucina francese di corte, per altro insopportabile
nella sua sufficienza verso le altre. Spesso sono meglio i fratelli
minori dei ristoranti stellatissimi, sono locali dove gli chef si
rilassano, i prezzi diventano più umani, i piatti meno isterici, più
semplicemente buoni, più corrispondenti all’attesa, il servizio meno
ingessato (vedi gli Atelier di Robuchon o Le Coquillage di Roellinger –
per inciso, provati entrambi, ottimi; purtroppo Le Coquillage nel
frattempo ha avuto tre stelle).
Quanto all’inglese Ramsay, arriva a Versailles (pare gli sembri un po’
avventuriero), dove un cliente francese e meno che mai parigino mai metterà
piede, ma gli inglesi e gli americani accorrono, e fa un cucina
tristellata accattivante e non eccezionale in ambiente debitamente
kitsch (vedi le poltrone-conchiglia). Qui l’operazione parte da grossi
investitori che, budget alla mano, si chiedono dove piazzare delle
stelle (una, due, tre, qui, lì), e poi si attrezzano: location, chef –
già con un nome, non perdono tempo con i giovani – e tutto il resto che
occorre, tipo di cucina, di servizio, per far contenti gli ispettori
Michelin.
La Michelin va bene per fare business a
chi sa stare nel sistema fronteggiandolo, prevedendolo e programmandolo,
mentre rovina le imprese impreparate o nolenti. In questo sistema, è un
“partner” difficile e a volte importuno. Ad esempio, troppo spesso le
stelle arrivano tardi: che se ne fa Roellinger a cinquant’anni, quando
le meritava a trenta ed era allora che andava supportato? Io ricordo che
Roellinger a cinquant’anni aveva detto che era troppo vecchio per i
fornelli e si era sfilato dalle tre stelle: quando siamo andati a
cercarlo nel 2010, abbiamo trovato appena chiuso il tre stelle in paese,
ma più in là sulla costa un indimenticabile Le Coquillage, allora
definito da Michelin, con due forchette, bistrot allettante con cucina
influenzata da Roellinger; Roellinger operava dietro le quinte; come
dicevo oggi ha tre stelle: si è rovinato? Un po’ lo temo. Poi, sempre
F.S.: perché dare due stelle a un’immatura Hélène Darroze giovanissima,
che quando stava nella sua provincia era incantevole ed è stata
danneggiata dall’improvvido successo? (boh, questa estate a Parigi ci è
piaciuta assai, più di un bistellato e un tristellato visitato in
contemporanea… perdonate le note biografiche). Aggiunge F.S.: un bel
ristorante che vive di un equilibrio locale, magari in provincia, ottimo
in ciò che fa, amato dai clienti abituali, viene tristellato e tutto
precipita; non regge la pressione della valutazione, delle frotte i
nuovi clienti pieni di fisime, dell’attesa che tutti suoi piatti siano
una folgorazione, e non lo sono. I nuovi clienti sono una peste. Si
deduce che lui stesso da vecchio cliente era un buon cliente, ma ora è
pessimo perché con l’attesa di essere strabiliato. Arriva “un public
esxigeant, intraitable, habitué aux cannonades de l’excellence” (p.67).
Lui stesso appunto, avendo mangiato questo e quello in attesa dello
spirito santo, valuta che “il n’y a pas ce coup de tonnerre” (p.68; ma
che accidenti voleva?).
Dunque, il medesimo F.S., che
trovava incantevole un posto prima delle tre stelle, ecco che se ci
torna dopo le tre, diventa capriccioso, vuole essere folgorato, attende
un colpo di tridente in mezzo alla fronte (come dirà poi); non sarà che
anche lui, come lo chef, ha perso la testa? Dovremmo un po’ parlare
delle attese dei clienti: anche quelle fanno parte del sistema che con
tre stelle sembra doparsi. Io rilevo che oggi, settembre 2017, fa
scalpore Sébastien Bras, tre stelle, che vuole uscire dal sistema (e
Michelin non sa se può concederglielo).
Del resto
sopprimere la Michelin sarebbe come “supprimer la télevision dans le
paysage français” (p. 59); insomma, è impensabile. Ma F.S. dice anche che
un’epoca è terminata. C’è stato un tempo – aggiunge - in cui la Michelin
non perdeva un colpo, la gastronomia francese era inquadrata
perfettamente, regnava l’ordine gastronomico, si conoscevano le grandi
tavole una per una, i gourmet pattugliavano tutto il territorio. Da
vent’anni a questa parte tutto è cambiato (il libro è del 2008;
terminata già allora). A cominciare dagli chef, che non è più scontato
che inseguano le stelle. Ma anche la clientela è cambiata: molti hanno
capito che si gioca a épater le bourgeois con prezzi imbarazzanti,
inaccessibili, violenti: “Les prix n’ont jamais été aussi violents”
(p.63) .
Non c’è più un inno nazionale della cucina
francese, e più in generale mancano regole condivise, è finito il
predominio della cucina occidentale; questo è affascinante, dice F.S., ma
la critica annaspa. Anche la pretesa del magazine britannico Restaurant
di individuare i 50 migliori ristoranti è fuori luogo, le classifiche
sono ripetitive, la vastità del mondo ignorata (centratura sui paesi
anglofoni, paesi asiatici zero; lui ha partecipato come Figaro, tentando
di riequilibrare, ma c’era poco da fare). Nel mondo si mangia bene
dovunque e in molti modi diversi (ehi, grido io, F.S. sta dicendo che il
ristorante è finito! Poiché mica è mangiar fuori, il ristorante, ma una
precisa forma storica del mangiar fuori, nata il Francia nel XVIII;
altrimenti avremmo dovuto da subito parlare dei ristoranti cinesi, che
ci sono da mo’); se questo è vero, è demente volere fare classifiche
verticali.
Inoltre, la Michelin non solo non sa più
se seguire la sonnolenta tradizione della guida o buttarsi sulla novità,
ma non conosce più la situazione. Gli ispettori sono diminuiti e i
ristoranti enormemente aumentati. Le valutazioni sono discutibili, ne
abbiamo già visto diversi aspetti, ma ce ne sono di cocasse: grottesche,
bizzarre; per dirne una, la Germania ha più stelle dell’Italia.
Quanto
alle altre guide cartacee, rarefazione, vuoto, mutamenti radicali.
Avanza internet. Non si potrà resistere al servizio che può dare, per
esempio ai prezzi dimezzati dei tavoli invenduti che possono essere
comunicati da un app. quando si è in giro e si vuole andare a mangiare.
Né si può continuare e tirare la corda di un malcostume diffuso di
compravendita di un pezzo, di una recensione, che ha gettato discredito
su tutto il genere di pubblicazioni. Facendo vittime tra gli chef, che
ora incensati ora puniti a capriccio si perdono in narcisismi isterici, e
tra i lettori che finiscono con il sentirsi irretiti: vanno in luoghi
ipercelebrati cercando l’esperienza mistica, e quando non la vivono si
sentono gabbati e/o esclusi per una dannata incapacità del loro palato,
dall’ambita casta degli intenditori.
Nel frattempo, i
buongustai si stanno facendo altre reti di informazione: loro stessi,
gli amici, i blog, qualche guida, vanno in posti che tengono segreti,
hanno i loro giri… tornerà la cucina naïve, bruta (buona), è questione
di tempo. La cucina è un’arte vivente, che ha bisogno di cuochi
altrettanto vivi, presenti. “Morale de l’histoire, rien ne vaut un
restaurant dans son terroir, avec son passé et le chef à bord” (p.42 ;
qui entra in gioco un termine ricorrente e pesante: se la cucina è arte,
quali sono le condizioni della sua produzione ? può esserci uno
spartito?). Arte per la quale ci sono i tanti cuochi dediti, veri, che
stanno nei loro ristoranti a cucinare degnamente, avvolti dai vapori
delle loro pentole, quelli che vogliono la felicità, loro e dei clienti;
perché se si esce dagli stereotipi, in Francia non si è mai mangiato così
bene, ma bisogna andarseli a cercare.
La
specificità polemica del discorso e il suo limite stanno nel non vedere
un sistema di interdipendenze che includa in sé queste differenze –
investitori che mettono soldi per creare stelle, ristoranti stellati che
diventano imprese diversificate, buoni ristoranti che vivono del
rapporto ristorante /cliente e altre non contemplate, e legga la
dinamica dell’insieme, poiché è un insieme.
Manca
ancora una parte importante del discorso. La sua componente simbolica,
mitica, emozionale. Gli chef super stellati infatti, non sono solo in
giro, sono anche fuori di testa. Sia perché si sentono vicini a dio, sia
perché temono la caduta. Le stelle scendono in terra e risalgono in
cielo con criteri che spesso dio solo sa; se sei nel sistema stellato e
le perdi, hai perso più che tua madre. Se ne deduce che vivi nel panico.
Ma tutto il sistema stellare è fuori di testa. Si parla di sfruttamenti
del personale (stagisti schiavizzati da chef mitici, che ringraziano il
cielo di essere schiavizzati da loro); di occultamenti della natura dei
prodotti che la moderna tecnologia permette di manipolare in modi che
esplicitati non ci piacerebbero per nulla; di dementi miniaturizzazioni
di piatti che accettiamo acriticamente, in un mondo di supernutriti che
si preoccupano della linea entro un osceno dibattito, che ignora la metà
del mondo che muore di fame; dei piatti “faisant travailler les
méninges mais guère l’appetit” (p.53), di attese di trovare l’emozione
che rapisce, del non trovarla, del chiedersi se non si è in grado di
provarla. “On voulait rejoindre un club fermé, on reste au judas de la
porte” (p.53) . In questi ristoranti non ci vai se ti piace mangiar
bene, ci vai se insegui illusioni: ci trovi una “clientèle d’illusion.
Guère de gourmets” (p.58). Questi ristoranti “ces tables nouvelles
étaient enfants du marketing” (p58), sono per nuovi ricchi e gourmet di
un giorno, non per buongustai.
Concludo con temi sparsi:
Copiare:
nella cucina classica fa parte del gioco, mica reinventi la crème
brûlée; nell’attuale, è una tentazione irresistibile. Del resto, la
creazione originale è possibile, ma non è la regola; il decimo punto del
decalogo Gault e Millau: sarai creativo, è quello da temere di più.
L’atmosfera.
Fa parte del gioco (diamine! aggiungo io); fa l’esempio di un luogo
dove ci sono parigini, c’è vita, c’è un “fleuve d’humanitè” (p.90).
La
resistenza della Francia a Slow Food. La Francia dorme su un materasso
di allori. Non ci sono buone pizze, buoni cous cous, buoni sushi. La
diffusione di stereotipi da parte di giornalisti stranieri che vengono
al capezzale della gastronomia francese: fine dei bistrot,
museificazione della grandi tavole, sparizione dei prodotti del
territorio, dei buongustai…). Mentre fiorisce tutta una cucina buona,
non abbastanza conosciuta.
La felicità (le ideologie del benessere e della salute) ha sostituito il piacere gastronomico.
giovedì 9 luglio 2026
Hyderabadi Shahi Egg Curry. Uova alla moda di Hyderabad. India del Nord
Siamo in Uova. Di gallina, salmone, quaglia, oca, in particolare, Monografie. India. Uova al curry.
Vedi ginger garlic paste: 1 cup di zenzero fresco grattugiato, 1 cup di spicchi d’aglio ridotti in crema - 1 cucchiaio di curcuma, un cucchiaio di olio di sesamo (o di olio di cocco, o di ghee), mescolare. Si conserva in frigo. Non avendola, coniugare aglio e zenzero ridotti in crema.
Da ArtemisiaHyderabadi Shahi Egg Curry: uova sode in una salsa a base di cipolle caramellate, anacardi, zafferano e yogurt. Lo stile di cucina Hyderabadi mescola influenze Moghul, arabe e turche. Da Hyderabad, capitale del Telangan, stato centro meridionale. Shahi: reale. Pare sia da provare il Shahi Murgh, un piatto con il pollo. Le Egg Curry, come già raccontato, sono un'ottima idea anglo-indiana, oggi diffusa in tutta l'India. Che si fa con una ricetta siffatta? Quello che si fa con tutte le ricette indiane: una fila ordinata per tappe di ciotoline. Una con le uova, una con le spezie intere, una con le cipolle affettate, il barattolino della ginger garlic paste, una con la frutta secca ammollata e la farina di cocco, una con lo yogurt battuto insieme al peperoncino e la curcuma e il coriandolo, una con lo zafferano e il garam masala, una con il fieno greco e la panna, una con le foglie di coriandolo. 10 ciotoline, tutte in fila. E poi con un un'unica padella, si fa un po' di metti e leva. Se le ciotoline sono lì, tutto scorre.
6 uova sode vanno sgusciate; poi prima di immergerle nella salsa, possono essere, o no, leggermente fritte. Io l'ho fatto. In ogni caso, inciderle perché assorbano la salsa.
Scaldare 2 cucchiai di olio vegetale e 1 cucchiaio di ghee in una padella.
Rosolarvi delle spezie intere: 1 cardamomo nero, 3 chiodi di garofano, una stecca di cannella (circa 2,5 cm) e 1 cucchiaino di semi di cumino, finché non sprigionano l’aroma.
Aggiungere 2 cipolle grandi pelate e affettate finemente, e cuocere a fuoco medio fino a doratura.
Unire 1 cucchiaio di ginger garlic paste e rosolare per 1-2’, finché non scompare l'odore di crudo.
Togliere il composto di cipolla dalla padella, rimuovere le spezie intere, frullarlo insieme a 10-12 anacardi (prima messi in ammollo), 1 cucchiaio di semi di papavero (o di melone, precedentemente ammollati), 1 cucchiaio di farina di cocco, qualche cucchiaio d'acqua, fino a ottenere una crema liscia e densa.
Nella padella vuotata rosolare le uova con eventuale aggiunta di ghee, toglierle.
Versare il composto nella padella.
Abbassare la fiamma e incorporare 2 cucchiai di yogurt sbattuto con 1 cucchiaino di peperoncino rosso del Kashmir in polvere, 1 di curcuma e 1 di coriandolo in polvere.
Cuocere per 3-5' finché l'olio non affiora.
Versare mezza tazza d'acqua (o fino a una tazza per una salsa più liquida) e portare a ebollizione.
Aggiungere un pizzico di zafferano (prima lasciato in infusione in 2 cucchiai di acqua calda) e ½ cucchiaino di garam masala .
Immergere delicatamente le uova sode nella salsa. Cuocere a fuoco lento per 5’, affinché assorbano i sapori.
Sbriciolare 1 cucchiaino di foglie di fieno greco essiccate e incorporarlo a 2 cucchiai di panna fresca.
Aggiungere.
Spegnere.
Guarnire con coriandolo fresco (o menta).
Servire ben caldo con naan o riso basmati.
mercoledì 8 luglio 2026
Catherine Perlès - Le strategie alimentari nell’età preistorica
Perlès, C. (1997). Le strategie alimentari nell’età preistorica, In J.L. Flandrin & M. Montanari (Eds.) Storia dell’alimentazione [History of nutrition] (pp.12-25). Roma - Bari :Laterza.
Potrebbe sembrare esagerato che mi avventuri fin qui studiando il moderno ristorante. Trovo invece dati interessanti, che si integrano con la destrutturazione dei confini tra umano e animale presente nel contributo di Flandrin nell’introduzione al medesimo volume; confini che tutta la storia dell’alimentazione continua a ricordare come da definire e ridefinire.
Quali sono le specificità umane nell’alimentazione?
Punto uno: le scelte alimentari dell’uomo sono un caso unico tra i primati per ricchezza e varietà.
Punto due: il carattere sociale e rituale del consumo alimentare contribuisce alla specificità dall’alimentazione umana.
Estendiamo il punto due: “L’alimentazione preistorica non rispecchia unicamente esigenze nutrizionali: se questa fu la situazione agli albori dell’umanità, essa è poi divenuta progressivamente l’espressione di scelte culturali. Rispecchia un’ideologia e, più avanti nel tempo, i rapporti di potere. A tal riguardo, in Europa, l’importanza sempre crescente della caccia sul finire del neolitico è significativa: determina principalmente l’uccisione di cervi, un animale cui è attribuito un forte valore simbolico, e accompagna i primi indizi di ineguaglianza sociale e l’affermarsi di élite. Il mancato addomesticamento del cervo è una vera e propria scelta socioculturale e il fatto che, allo stato selvatico, esso venga per così dire “trapiantato” fuori dal suo territorio d’origine denota l’importanza ideologica del “mondo selvatico” (p.24).
In nota, citando uno studio di J.D. Vigne sul Neolitico, aggiunge: “I cervidi sono facili da addomesticare. Eppure vengono “trapiantati” allo stato selvatico, soprattutto mediante barche, su isole in cui non si erano sviluppati spontaneamente” (p.24).
Badare bene: l’ipotesi che agli albori ci fossero solo esigenze nutrizionali è un’ipotesi; le scimmie citate da Flandrin (1997), quelle che infilano patate in acqua salata prima di mangiarle, potrebbero sconfermarla anche presso i macachi: lo fanno davvero per esigenze nutrizionali? Flandrin lascia in sospeso la questione: non sappiamo perché lo fanno. C.P. non manca di dirci come siamo ideologicamente orientati e suscettibili quando parliamo di ciò che è umano: soffermandosi sulla dibattuta questione se i primi umani fossero o no mangiatori di carogne al seguito di grandi carnivori, ci dice come sia palese negli studiosi la difficoltà ideologica e non scientifica di considerarne la possibilità.
C.P. si avventura sul terreno della nascita della cucina: dando comunque per scontato, pur dicendo che non possono che essere congetture, che inizialmente l’alimentazione fosse pura soddisfazione di un bisogno naturale (non si sofferma quindi sui dubbi che ci mette Flandrin, dà per scontato un passaggio dal “naturale” degli esordi al successivo “culturale”); afferma così che l’archeologia ci dice come l’alimentazione si riveli progressivamente essenziale all’organizzazione dell’identità sociale e come rispecchi precise simbologie. Noi che la sappiamo lunga, esitiamo a pensare che ci sia una mente a noi vicina che non abbia da subito, da sempre, investito di emozionalità, quindi di senso simbolico, ogni oggetto di realtà, figurati il cibo.
Quanto alle ricette, quando sono nate quelle sofisticate, elaborate? E i cuochi? Ne abbiamo notizia all’epoca delle grandi civiltà mesopotamiche. Ma i cacciatori – raccoglitori a noi noti, ammesso che possano servire da riferimento per la prima epoca dell’uomo, non ne hanno.
Però se pensiamo alle pozioni magiche, alla farmacopea, la faccenda cambia: lì sì che c’erano ricette sofisticate. E il bere sostanze fermentate, non inizia anche quello con le pratiche rituali? Vengono alla mente i mirabili vasi Shang e Zhou, ca. 1600-771 a.C.: da quanto durava quella pratica?
Settori più accessibili allo studio dei dati, come quello tecnico, ci dicono che l’uso rituale e simbolico ha spesso preceduto l’integrazione di usi e costumi nella vita quotidiana.
Allora, che ne deduco? Insieme alla nostra appartenenza al mondo animale, su cui dovremmo smettere di fare storie, rilevo di nuovo la grande importanza dell’ambito simbolico – della “bizzarra” attribuzione di senso alla cose - come specificità umana (ammesso che i macachi non abbiano da ridire); quella che stiamo ampiamente ignorando oggi.
***
lunedì 6 luglio 2026
Castagnaccio con le mele e la finocchiella. Liguria
Siamo in:
Culture e territori, Italia, Liguria.
Dolci Nudi, Dolci nudi. Castagnacci, Dolci nudi. Torte con le Mele.
Procedure, Arricciolare, incidere, cesellare.
Da Artemisia
Non so più dove ho trovato questa ricetta, attribuita alla Liguria; certamente il castagnaccio non conosce il confine tra Liguria e Toscana. Ne ho fatta anche una versione con le pere: Castagnaccio con le pere e la finocchiella.
Mescolare, evitando i grumi, 500g di farina di castagne con tanta acqua e latte in parti uguali da scioglierli bene.
Mescolarvi della finocchiella e dell'uvetta.
Aggiungere un pizzico di sale.
Mettere il composto in una teglia; che raggiunga un'altezza di un cm (ho usato un magnifico testo di rame di 34cm).
Farvi dei giri di sottili fette di mela.
Spolverarci sopra altra uvetta e semi di finocchio.
Farvi uno zig zag di olio d'oliva.
Infornare a 180° far cuocere circa 30'.
venerdì 3 luglio 2026
Peperoni ripieni vegetariani
Siamo in:
Verdure e Vegetali, Verdure e vegetali. Ripieni, Verdure e Vegetali. Di tutto un po'. Peperoni.
Vedi anche Peperoni cornetto gratinati
Da Artemisia
Lei si chiama Nuvola e studia con me.
Due peperoni, uno rosso e uno giallo, belli polputi, vanno lavati, affettati a grosse falde, puliti da fibre e semi.
Farcia
Tre - quattro fette di pane casereccio vanno ben abbrustolite (ho usato la friggitrice ad aria) e triturate molto grossolanamente nel mixer.
Aggiungere una cipolla pulita, affettata e tagliata in tocchi, e un grosso spicchio di aglio pelato e tagliato a fette.
Triturare ancora nel mixer, fino a cipolla tritata non troppo minutamente.
Versare il tutto in una ciotola.
Aggiungere sale e pepe nero appena macinato.
Triturare al coltello un mazzo di erbette miste (sul terrazzo e acchiappo di tutto, dal rosmarino, alla salvia, al prezzemolo, al coriandolo, alla maggiorna...).
Aggiungere nella ciotola.
Aggiungere 100g di parmigiano e pecorino grattugiati.
Aggiungere due o tre giri di olio d'oliva.
Aggiungere tre cucchiate di olive taggiasche denocciolate.
Aggiungere un uovo.
Mescolare bene.
Farcire le falde di peperone.
Sono state cotte in friggitrice ad aria in due tornate, 160° per 15', poi 180° per 15'.
giovedì 2 luglio 2026
Jacques Wilhelm - La Vita quotidiana a Parigi ai tempi del re Sole. 1660-1715.
Wilhelm, J. (1984). La Vita quotidiana a Parigi ai tempi del re Sole. 1660-1715 [Daily life in Paris during the time of the Sun King. 1660-1715]. Milano: Bur (Original work published 1977).
Cerco notizie sui ristoranti, e i tutti i testi sinora consultati (parecchi) ne indicano compatti (anche troppo) la data di nascita tra il XVIII e il XIX, nella Parigi pre e post rivoluzionaria. Indicando come primissimi - nel nome, restaurant – certi posti dove si vendevano bouillon ristoratori a gentiluomini nevrotici (dice uno degli A.) e anche ad alcune gentildonne pioniere che trovavano salette a loro riservate. Prima non c’era nulla? Silenzio di tomba. Al più si nominano i caffè, di cui i restaurant sarebbero stati parenti, solo che vendevano bouillon. Ciò che c’era prima, nel campo del mangiare fuori, era abissalmente differente? Solo tavernacce con tutti allo stesso tavolo, a sbobbarsi zuppacce già pronte a prezzo fisso?
Finalmente con questo libro sfondo una porta chiusa, ed entro nel tempo di Luigi XIV. Scopro che c’era un universo di bettole, taverne, locande, tutt’altro che tutte uguali (come era possibile?). C’erano anche certi posti chiamati cabaret, che l’A. definisce una sorta di trattorie (forse con piccoli spettacoli di accompagnamento). Nel 1670 ci sono milleottocentoquarantasette trattorie e duecentoquattro cabaret. Ce ne sono di tutti i tipi: da miserabili a lussuosi; in questi c’è biancheria ricamata, coperti d’argento. Da un certo “Renard”, nel giardino delle Tulieries, “i prezzi arrivano a livelli vertiginosi per dei pasti raffinati in una lussuosa cornice” (p. 175; altro che tavernaccia).
Li frequenta un mondo variegatissimo, dal popolino, ai nobili, agli intellettuali. Gli scrittori ci lasciano memoria di banchetti memorabili. Da un certo Guerbois, all’epoca famoso, il conte di Béchemel va in cucina a inventare la celebre salsa (immaginiamo un mondo in cui le ritualità erano ben diverse da quelle del ristorante del XVII-XIX: il conte non è un cliente attento alla qualità-prezzo, è un gentiluomo che si appropria “da padrone” di uno spazio pubblico dove si sente più libero che a casa sua, “privatizza” il cabaret).
A proposito di intellettuali: è in genere poco esplorata la funzione del mangiar fuori come momento di aggregazione di élite maschili, spesso contropoteri: “il libertinaggio intellettuale, cioè l’ateismo, vi trovava un terreno ideale” (p175); funzione presente in questa epoca, e ancor più con Luigi XIII, meno censore di Luigi XIV: nelle taverne e nei cabaret si faceva opposizione. Ricordiamo alcuni ristoranti della Rivoluzione, “sede” dei vari movimenti rivoluzionari. Ricordiamo anche il bere, connesso al genere maschile e al farlo prevalentemente fuori casa: è un’attività in qualche modo “pubblica” e aggregatrice, anche entro sfide (la virilità comprovata dal reggere l’alcool). Tutto questo accade in taverne, osterie. Il conformismo borghese che nasce insieme ai ristoranti spazza via tutto questo e lo confina nelle taverne? Coltelli dalla punta arrotondata, sussurrare, star ben lontani gli uni dagli altri? E come consideriamo i “pranzi di affari”?
mercoledì 1 luglio 2026
Turta di patate con porri e panna. Cucina bianca. Liguria
Culture e territori, Italia, Liguria.
Torte salate, Torte salate. Con le patate, Torte salate chiuse, vegetariane. Liguria.
Vedi anche Frandura: torta di patate. Liguria, Patate in tà foglia - Patate nella teglia. Liguria, Torta Pisciarada. Torta di patate, Liguria, Imperia.
E' una ricetta della Cucina bianca ligure: quella della transumanza che attraversa la civiltà delle malghe delle Alpi Marittime. Dalle sfumature candide del latte appena munto, della panna affiorante, della ricotta, all’avorio che man mano scurisce del burro e dei formaggi più o meno stagionati. Poi cereali, e ortaggi bianchi: porri, aglio, rape, patate. Non stupisce perciò che qui ci sia della panna; certo, non quella di affiormanto, però...
Da Artemisia, ricetta trovata in cucinaligure.info
Anche qui la sottile pasta matta, che ho steso in quattro veli perché mi scappò la mano con l'acqua e ho dovuto aggiungere farina andando oltre i 200g previsti, si può dire strufugghiata, come nello Strufuggiu. Pasta matta, olio d'oliva, basilico, formaggio, da strufuggiâ, strofinare, sfregare.
Pasta
200g di farina00, 2 cucchiai di olio d'oliva, sale, acqua tiepida quanto basta per avere una pasta liscia e morbida. Farla riposare almeno 10' sotto una pentola calda (meglio se di più, anche molto di più).
Farcia patate - porri - latte - formaggio
800g di patate, lessate e passate nello schiacciapatate.
Far appassire in olio d'oliva 2 porri tagliati finemente.
In una ciotola: patate, porri, 200ml di panna, 100g di formaggio grattugiato (parmigiano e pecorino).
Mescolare; il tutto deve essere morbido, aggiungere se necessario latte.
Salare e pepare.
Allestire e cuocere
Dividere la pasta a metà, stendere la prima molto sottilmente in un disco (come dicevo, metto troppa acqua, aggiungo farina, ho più pasta, faccio quattro dischi, due sotto e due sopra, tra un disco e l'altro spennello con olio d'oliva).
Adagiatelo una teglia di 34cm di diametro spennellata di olio d'oliva.
Distribuiteci la farcia.
Fare un altro disco di pasta, coprire la turta.
Ripiegare sulla turta i bordi di pasta, plissettandoli. Tra l'uno e l'altro fare un giro d'olio d'oliva.
Spennellare sulla superficie olio d'oliva emulsionato con del latte.
Punzecchiare la superficie con i rebbi di una forchetta.
Forno a 200° per circa 40'.
lunedì 29 giugno 2026
Insalata di carote con yogurt, cannella ed erbe, Ottolenghi
Siamo in Verdure e Vegetali, Insalate. Di tutto un po'.
Vedi anche Insalata di carote mediterranea, arabo-israeliana.
Artemisia da welcome.bakery, più o meno fedele alla fonte.
Mercedes mi precede e grattugia carote senza attendermi. Avrei voluto una consistenza più spessa, forse una julienne. Poi insomma va bene anche così, evitando di proporre un non estetico ammasso di un arancio impallidito con la discontinuità delle carote non condite, dei fiocchi di yogurt, delle foglioline. La salsa allo yogurt ha davvero un bell'equilibrio di aromi. Torno sull'ammasso: questa storia dell'insaporire punta dritta verso quello; dopo aver assaggiato, penso si possa evitare, anche l'unione al momento di salsa e carota è ottima. Non avevo l'aneto, ahimè.
Salsa allo yogurt
In una ciotola, mescolare 200g di yogurt greco con 3 cucchiai di olio extravergine d’oliva, 60g di crème fraîche (sostituita con panna fresca), 2 cucchiai di aceto di mele, la scorza di un limone, un cucchiaino di miele, 1 piccolo spicchio d’aglio ridotto in crema e 1/2 di cucchiaino di cannella in polvere, 1 di menta essiccata.
Amalgamare fino a ottenere una crema liscia.
Versare la salsa sulle carote, aggiungere aneto, coriandolo, prezzemolo; regolare il sale e il pepe.
Mescolare bene.
Lasciar riposare in frigorifero per almeno 15-20' prima di servire, per insaporire.
Come si vede dalle foto, per evitare un effetto mappazza pallida, ho affiancato alle carote condite carote grattugiate intonse e fiocchi di salsa, e vi ho disseminato su foglioline.



























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