domenica 12 aprile 2026

Robert Appelbaum - De Gustibus. Alla ricerca dell'esperienza gastronomica

Appelbaum, R. (2012) De Gustibus. Alla ricerca dell'esperienza gastronomica [Dishing It Out: In Search of the Restaurant Experience] (B. SonegoTrans.). Bologna: Odoya (Original work published 2011). 

Che fatica leggerti, RA! Ma se smetto di pensare che sei sciamannato (intuisci ma non ci lavori, non trovi categorie, precipiti in alti riferimenti concettuali, Marx, Sartre, che non ti danno sufficiente aiuto), se la finisco di lamentarmi e mi chiedo perché sei interessante, trovo la causa. Diversamente da altri che seguono tranquilli sequenze di fatti databili, e annettono note culturali come appendici (all’epoca si pensava questo, si pensava quello), tu, disgraziato (in senso buono), ti avventuri nella cultura come generatrice di eventi. Non lo sai abbastanza, e fai casino tra fatti e vissuti, però credo di capire cosa potresti dire, anche se non l’hai proprio detto.
RA si dice storico letterario e critico culturale (p.161). Vuole capire la cultura del ristorante (p.159). Vedo dal curriculum che si interessa di questo e quello; ancora una volta è uno studioso non dedicato, ma prestato alla ristorazione. Lui stesso dice che non è un tema “accademico”. “Non sono a conoscenza di nessun pensatore sociale o teorico-politico che abbai mai dedicato un pensiero alla “gente” intesa come “gente che mangia fuori”” (p.29). 
Dirò cosa dice, e quello che ho pensato leggendolo. AR sottolinea che il ristorante nasce con la Rivoluzione francese, e che contemporaneamente nasce il consumatore (p. 124).  Dice che il ristorante è un organizzatore di differenze sociali, che produce identità. Sottolinea la rilevanza dell’esclusione. Del marcare il confine tra chi può permettersi un ristorante che dia a chi lo frequenta un’identità privilegiata, gerarchicamente differenziata da chi non può (diventa importante che sia caro, più di ogni altra cosa).  Ricorda che siamo entro una cultura avida, consumista, dove al desiderio di qualcosa che non c’è, ma che potrebbe esserci se mi impegno a che ci sia, a un desiderio generativo, conoscitivo, formativo, si sostituisce il desiderio di possedere, di consumare e infine distruggere.
Se il ristorante è il luogo del possesso avido, dell’invidia (suscitarla o provarla non fa differenza, si sta nella stessa emozionalità), tutto si avvelena. Il desiderio fallisce. Se è il luogo dell’esperienza (da qui il titolo) dell’esserci, dove non si non implode nelle proprie fantasie avide, sostitutive dell’esperire, e si può davvero starci, là dove si sta, allora possiamo divertirci e produrre conoscenza. Per noi, per altri, comunicando.
Di qui la funzione, essenziale, dello scriverne. Anche questa nata con la Rivoluzione. Senza la quale non esisterebbero ristoranti, che sono da subito non solo un’impresa, ma anche una letteratura che la descrive, la crea e la conferma nel mondo della creazione artistica. Altrimenti, si perderebbe nell’effimero del gesto irripetibile. 
Entro la cultura consumista, da cui non si può sfuggire, siamo piccoli bambini. Narcisisti e onnipotenti. Pretendiamo che le nostre fantasie vengano realizzate così come sono. Il bambino onnipotente non tollera limiti, non si accorge che la realtà è più interessante di quelle fantasie. Vuole un mondo identico alle sue fisime. Questo però lo dico io, AR non è critico verso queste fantasie. Le prende per oro colato, le identifica con il desiderio. Allucina dei Loro, ricchi e potenti, che possono vederle realizzate. Nei Ristoranti ideali, dove tutto ciò che si pretende verrebbe a suo dire realizzato. Poi ci siamo Noi, i disgraziati. Ci sono i bambini onnipotenti soddisfatti, e quelli invidiosi: Loro e Noi. Da bambini onnipotenti, vogliamo accumulare possessi in un mondo del lusso omologato e sdifferenziato; apparentemente, da un capo all’altro del mondo tutto è uguale, perché deve essere fuori dal tempo e dallo spazio: pretendiamo un mondo ideale, immutato, incorrotto. La ripetibilità ci permette di esercitare la nostra onnipotenza di valutatori (altrimenti disarmata). Però vogliamo pure essere sorpresi, per non morire di noia: sorpresi, perché non vediamo; si deve così realizzare l’ossimoro: tutto assolutamente come previsto, ma sorprendente. 
Che strano, ho appena letto Maigret viaggia, scritto negli anni Cinquanta; tutto avviene nel mondo dei molto ricchi. Maigret fa questo medesimo rilievo, poiché va inseguendo l’assassino da Parigi a Losanna ad altrove, e trova alberghi, stanze, ristoranti, locali, tutti identicamente uguali fino ai particolari. Capisce chi è l’assassino quando coglie chi più degli altri poteva aver paura a dover uscire da questa ripetitività, chi era maggiormente terrorizzato dalla realtà. 
In effetti, quando RA immagina chi vive entro questa idealità, pensa che muoia di noia: i critici gastronomici. 
Badare bene: la lettura critica la faccio io, AR a Loro e Noi ci crede, solo di quando in quando gli viene un dubbio.
Quanto a me, penso che l’atto del mangiare, del masticare sia tendenzialmente intollerabile; rilevo censure (non solo nei manuali di buone maniere); forse nessun altro atto ricorda tanto la nostra realtà animale, sollecitando che le distanze vengano ristabilite, non fosse che per il tabu del cannibalismo. Credo che lo stesso vizio della gola implichi una censura di questo tipo. È interessante che AR dedichi varie pagine al vergognoso atto del masticare (p. 263 – 65). 
È pure interessante ciò che dice di Grimod de la Reynière, l’inventore del discorso sui ristoranti. Grimod scrive un Almanac di successo (in otto volumi!) con vita, morte e miracoli della Parigi della ristorazione, dai ristoranti alle botteghe; e fonda un gruppo, oligarchico e maschile, di conoscitori e valutatori, che legittimano con i loro voti questi e quelle. Per chi scrive? Per i nuovi ricchi venuti su con la Rivoluzione, le cui menti erano rivolte “soprattutto verso piaceri squisitamente animali” (p.57). La Rivoluzione ha favorito il predominio della metà animale dell’uomo. Un tempo c’erano desideri, cuore, sentimenti, oggi ci sono stomaci, sensazioni, appetiti. Il lettore dell’Almanac con queste belle caratteristiche è un uomo: l’Almanac si rivolge solo a uomini. Si rivaluta l’animalità come virilità. Il nuovo cittadino, il gourmand, è un palato eccezionalmente raffinato, ma è anche un uomo robusto che ha stomaco eccellente e appetito smisurato (p. 67). Nota mia: la Rivoluzione è straordinariamente maschilista. 
Grimod scrive in un clima di sperimentazione sociale. Legittima l’animalità emersa dalla rivoluzione sociale, guidandola. Ciò va fatto con spirito. Di questo “sistema di piaceri” si deve scrivere, dice Grimod, perché c’è bisogno di guida e di legittimazione (p.64), ma in modo ironico. Non può essere “preso sul serio” (p.59). 
Trovo qui un'altra ricorsività. Chi scrive dell’atto del mangiare spesso ha l’esigenza di essere leggero, spiritoso. La risatina tradisce l’allarme suscitato dal tema. Ricordiamo pure che spesso in letteratura si dichiara che per lungo tempo non è stato ritenuto un tema degno di studi seri.
AR parla di due famose e influenti critiche gastronomiche USA che sembrano rappresentare le due facce della medaglia: una fonda la sua immagine su una scostumatezza gastronomica e sessuale provocatoria, l’altra, Ruth Reichl, ha la coda di paglia: dice che nell’occuparsi di cibo spreca il suo talento, che fa cose indecenti. Per ciò di cui parla, e perché si mette dalla parte dell’élite che esclude. Va in anonimato al famoso le Cirque di NY, viene trattata a pesci in faccia, si arrabbia (non è democratico): AR dice che non ha capito niente, le Cirque stava facendo la parte sua, escludere (p. 153).
Torno ad AR. Il ristorante viene simbolizzato entro il conflitto Noi/Loro. Noi è la gente con cui ci identifichiamo, quella dalla nostra parte (un po’ da morti di fame); Loro sono quelli che possono ciò che non possiamo, che accedono all’eccellenza, al lusso, al Ristorante che realizza il sogno dell’illimitato. Noi siamo consegnati all’invidia entro un sistema fondato sulla disuguaglianza e l’esclusione. Noi viviamo in un mondo di risorse limitate (Loro no!) e macdonaldizzate: niente creatività, ma standardizzazione efficiente. Loro possono avere qualsiasi cosa, ammesso che esistano “al di fuori del mito che loro hanno inventato” (a p.32 ad AR viene il dubbio che forse è mito). Loro hanno tutto fino alla noia, Noi (i poveracci delle risorse limitate) procuriamo profitti ai mandriani mentre ci illudiamo di scegliere l’erba. Noi non abbiamo il potere di valutare e scegliere. Per Noi i ristoranti, quelli che possiamo frequentare, hanno codici cui dobbiamo adeguarci, per esempio, un menu fisso; quelli per Loro sono senza limiti ai loro desideri (p.53).
AR ha un’interessante intuizione sprecata: il morto di fame è un vissuto, una rappresentazione di sé, una cultura, non un fatto. Così come non esiste il ristorante che non pone limiti ai desideri. Sono culture collusive che possono connotare la ristorazione, indurre invidie, sentimenti di esclusione, rendere possibili prezzi alti importanti in sé. 
Esiste davvero il Ristorante per Loro, senza limiti al desiderio? Se immaginiamo la possibilità, ideale, di valutare tutti i migliori ristoranti e di farne la graduatoria definitiva, lo troviamo? No, ci dice AR, per due eterogenei motivi: perché de gustibus, e perché una tale valutazione non potrebbe che derivare da pretese di egemonia culturale. Quello che si può dire, è che mentre nella realtà i ristoranti sono organizzazioni piuttosto instabili, si propongono invece come luoghi ideali, fuori dai limiti del tempo, perché devono avere l’immobilità del mito (p.28). 
Per RA c’è un individuo mortificato dal consumismo. Per ottenere un surplus di soddisfazione (oltre il bisogno, verso la realizzazione del sogno), è costretto a fare scelte (appropriarsi di qualcosa) non libere. Insegue ciò che crede di desiderare, mentre è ciò che deve desiderare: il consumo del consumo. La sua insoddisfazione, sempre rinnovata, sostiene il sistema. Nella cultura consumistica trionfante, il consumatore è un bambino narcisista che ha come obiettivo il consumo maiestatico (p.139). Cita Sartre (Sartre e il cameriere esemplare della malafede, p. 97) in rapporto ai ruoli sociali, assumendo i quali, il vero sé è tradito. Il vero sé è sapere che siamo liberi, ma questo equivale all’essere preda dell’angoscia; la malafede è mentire a noi stessi sulla nostra libertà (p.104). Solo il cameriere che gioca con il suo ruolo è il cameriere ideale.
Il desiderio e il divertimento sono il tarlo di RA: “ci piace divertirci, che male c’è?” (p.16); ma potremmo scoprire che ci sia del vano, dell’insoddisfacente, dello sterile, dell’automanipolatorio etc.; poi calca la mano, anche perché gli piacciono le frasi a effetto: “cos’è tutto questo scalpore se non un mucchio di escrementi?” (p.16). Grandi pensatori ci dicono che tutti i piaceri sono merda (p. 17). Vengono alla mente le pitture degli inferni medioevali dove i golosi si ritrovano con piatti di merda e serpi sotto il naso. Siamo sicuri che si possa gioire nel mondo del capitalismo? (p.39).
Siamo in un sistema dove dominano avidità consumista organizzata da poteri che cercano profitto, e dalla disuguaglianza crescente. In un mondo ideale dove potessimo davvero scegliere, forse i ristoranti sarebbero aboliti. Solo le risorse illimitate di tale mondo garantirebbero giustizia. Il ristorante comporta disuguaglianze: mette i pari al tavolo e gli inferiori a servire; realizza la diseguaglianza nella distribuzione dei beni; reifica l’alienazione consumista. Il surplus consumista, indotto ideologicamente, deforma il vero noi democratico e ugualitario, dove il piacere dell’uno si sposerebbe con quello dell’altro. In quel mondo utopico e al tempo stesso veramente vero (?), il piacere e i valori profondi, di giustizia, potrebbero coniugarsi (p.19; insomma, ne dice una dietro l’altra).
RA con questo disgraziato consumatore si mette in un vicolo cieco, quanto a soddisfazioni, ma non gli va di starci. “Noi avventori possiamo desiderare di trasformare il sogno in realtà, il voyerismo in partecipazione, l’esclusione in inclusione” (p. 30). Però con il mondo ideale sta fresco. 
Voglio venirgli incontro e cercare nel suo testo una via di scampo. A un certo punto dice che la salvezza è affiancare al consumo la produzione. Di conoscenza, di cultura, di letteratura. Dice che non riusciremo ad apprezzare il ristorante, finché non avremo imparato a scrivere su di esso, ovvero, suggerisco io, a pensare, conoscere, immaginare, insomma qualcosa di possibile e di diverso dall’appropriarsi senza limite (p.23). Facendo dell’andare al ristorante un’esperienza (questa parola è contrapposta alla valutazione, è conoscenza, produrre significato) e non un tentativo di accumulazione destinato al fallimento. 
Per Noi (quelli contrapposti al Loro del desiderio soddisfatto dalla mancanza di limiti) il ristorante è un’esperienza più che un oggetto di valutazione. Noi sappiamo apprezzare la gioia che emana da un luogo, l’ospitalità, l’esaltazione della vita; mentre Loro, quelli delle stelle, non capiranno mai questo (p. 38; meno male, smettiamo di essere morti di fame invidiosi). Però su questo non ci lavora, lo molla lì, non lo dice, lo dicicchia. Non posso fare di più; RA la sua fantasia da morto di fame risorge continuamente, e riprende a parlare di costrizioni invece che di limiti di realtà.
Torno sulla funzione dello scrivere: il gastronomo non vuole solo consumare, vuole produrre, genera regole. Vuole avere una funzione sociale; il suo scrivere crea l’immagine di Parigi gastronomica. Entro una contraddizione, dovuta alla sua pretesa di valutare: fa come se dovesse avere un punto di vista sconfinato, esaustivo, mentre non può che stare entro un’ottica limitata: di tempo, di spazio, di risorse, di cultura. La valutazione è un’ottica soggettiva idealizzata, che diventando oggettiva perde i suoi limiti, di un oggetto idealizzato altrettanto senza limiti: il Ristorante che realizza un sogno.
Non appena RA perde il senso del limite, il ristorante ridiventa il teatro del rapporto tra dominatore e dominato, dove i protagonisti sono il cliente e il cameriere (p. 102; i camerieri sono una figura che affascina; appena se ne evoca uno, appaiono Il servo di Losey, o Orwell, o Bourdain; la complessità dell’organizzazione evapora entro tale scenario emozionale). Il ristorante sfugge alla costrizione e alla malafede se può essere assimilato all’arte intesa come come defamiliarizzare la realtà, accelerazione dei sensi, vedere il mondo in modo nuovo ( p.127). Propone un’ospitalità dove dare può persino significare avanzare alcune richieste ai destinatari del dono (fatti coraggio, RA, che arriviamo allo scambio). Ha uno spirito di gioco e non di serietà (p. 113).
RA, lo dicevo, è in ambasce sul desiderare: appena immagina che si possa, se lo sfila da sotto il naso. Ci dice di una sua esperienza al ristorante, in cui vive un momento perfetto, paradisiaco “come se fossi sbalzato fuori dall’angoisse […] e fossi finito in una specie di sogno” (p.118; en passant, rilevo che non è conviviale: ci sono due persone con lui, su cui tace). Ma al tempo stesso è artificiale, la falsità si rivela a ogni passo: pensa di essere in un bistrot, ma non è un vero bistrot (p.120; cosa sarebbe un vero bistrot, la realizzazione di quello che si sogna lui? Stiamo freschi!). Ci dice che il buon ristorante è divertimento, desiderio di conoscenza, ricerca, prodotti: “anonimo cameratismo”, “tranquillità intensa e inebriante”, avere la “sensazione che mangiare non debba essere una vergogna” (p. 185). Poi però la vergogna la prova, come chi sia stato sedotto (p.192); inoltre, il maître è falso, non è vero amore (Ve lo immaginate un maître che ci ami di vero amore? Tutti alla neuro).
Arriviamo ai “piccoli blogger” (RA non evita di dispregiarli) che parlano di ristoranti (non distingue tra ha un blog e chi commenta su un sito, può essere una recensione o un commento) su internet, un luogo senza luogo e senza tempo, ipermoderno, che “ha assunto una vita, o una parvenza di una vita, propria” (p.120, anche internet si becca la sua parte di spregio). Persone nascoste nell’anonimato. La maggioranza con un volto di donna (questa la sua esperienza), con la perversione dei consumatori che pensano di avere il diritto-dovere sociale di valutare il loro consumo. Piccoli blogger che valutano l’affidabilità di un ristorante come se l’impressione che ne hanno avuta una volta fosse la verità, come se quello fosse sempre uguale a se stesso (ma non era anche il problema del critico “laureato”?). Entro un processo di accumulazione avida di valutazioni-appropriazioni, come le avrebbe chiamate Sartre.  
Infine esplora la ristorazione di Londra e di Parigi, le compara (qui finalmente si diverte). A Londra fa due mappe: una dei ristoranti per non turisti, l’altra per turisti (ancora fantasie di inclusione/esclusione: qui Loro sono i locali, Noi siamo i turisti che cercano disperatamente di diventare locali mitizzati). Trova comunque macdonaldizzaione: il bisogno del consumatore è soddisfatto, l’esigenza profonda dell’essere umano no (p.182, parla del rapporto, un po’ lo sa e un po’ no). Cita Augé, i non-luoghi, cerca invano un posto umano, per lui (p.183). Parigi è tutt’altro: è una cornucopia riversata per strada. C’è il rito, anche nella creatività e nell’improvvisazione (p.198). Tuttavia, si può mangiare bene, ma non si viene sorpresi (p.208). C’è il vissuto dell’eterno declino della ristorazione parigina (p.199; è un mito, o un fatto? Se è un declino eterno, è un mito, connesso all’idealizzazione della cucina francese e alla conseguente impossibilità di vederla realizzata compiutamente; se è un fatto, ha delle date; per AR come sempre è un po’ l’uno un po’ l’altro).
Beh, la finisco qui.

***
Robert Appelbaum (1952) is an academic specializing in early modern writing,food studies, and terrorism studies. He is a Professor Emeritus from the Department of English at Uppsala University, in Sweden.


sabato 11 aprile 2026

Strudel verde con prezzemolo, porri, piselli


Siamo in Torte salate, Strudel

Per le foto della procedura, vedere Come fare uno strudel

Vedi anche Clorofilla di basilico

Di Artemisia

Fui obbligata a inventarlo, questo strudel verde, per una cena di inizio aprile di molti anni fa. La mia aiutante, incaricata di acquistare due ciuffi di prezzemolo, ne aveva comperato due mazzi che sarebbero bastati per le cucine del Ritz. Ho messo anche un mazzo di prezzemolo in tavola, come bouquet. L'ho rifatto adesso con alcune modifiche - per esempio ho imparato a fare la clorofilla di prezzemolo - e lo propongo nell'ultima versione. Per uno strudel "normale" raddoppiare le dosi; qui ne ho fatto uno lungo 20cm per la mia friggitrice ad aria da 5 litri. 

Clorofilla di prezzemolo

Buttare un grosso ciuffo di foglie di prezzemolo (due mazzetti) in acqua bollente salata

Due secondi, cavarle via.  

Buttarle in acqua ghiacciata.

Cavarle via anche da lì.

Frullarle finemente con olio d'oliva e acqua fredda fino a crema fine.

Passare la crema in una garza o in un colino a maglia fitta per filtrare le fibre e renderla liscia.

Ho usato il colino; ne sono risultati del liquido verde la cui quantità fu giustissima per impastare i 100g di farina, e un trito fine di prezzemolo, rimasto nel colino, che ho messo nei piselli. 

Pasta verde

100g di farina00, tanta clorofilla di prezzemolo quanta ne occorre per ottenere una pasta morbida e ancora un po' appiccicosa. Non bastasse, aggiungere un poco di olio d'oliva o di acqua.

Verrà di un bel verde; la cottura dorerà la pasta, ma l'interno resterà verdolino.

Farcia

Cuocere al MO 300g di piselli senza nessun liquido o condimento, per 5', media potenza.

Stufarli in padella con un po' di burro per 5'. 

Aggiungere due fette di prosciutto cotto tagliato a listerelle.

Sale.

Aggiungere ai piselli l'asciutta crema di prezzemolo rimasta sul fondo del colino.

Mescolare.

Cuocere al MO due porri affettati sottilmente senza nessun liquido o condimento, ma con aggiunta di una stella di anice stellato poi tolta; 10', media potenza.

Rosolare in padella una fetta di pancetta affumicata tagliata a striscioline con aggiunta di poco olio d'oliva.  

Quando è dorata, aggiungere i porri e farli rosolare insieme per pochi minuti. 

Allestimento e cottura

Stendere uno strofinaccio sulla spianatoia, infarinarlo bene, stendervi la pasta con qualche giro di matterello. Poi lasciare il matterello e proseguire con il dorso delle mani infilato sotto la pasta, distendendola. Deve diventare molto sottile.

Spennellarla con olio d’oliva.

Mettere le verdure su un terzo dell’ovale di pasta, parte corta.

Ripiegare la pasta sulle verdure, prima la parte corta, poi i lati lunghi, come si vede nella foto. Spennellare anche la pasta ripiegata con olio d'oliva

Arrotolare lo strudel con l’aiuto dello strofinaccio: farlo ricadere su sé stesso, come si vede in Come fare uno strudel.

Deporlo, sempre aiutandosi con lo strofinaccio, su una carta da forno.

Spennellarlo con burro fuso. 

Farvi su una riga di semi di coriandolo; ai lati, due strisce di senape nera

Spolverare con fleur de sel, la cui croccantezza contribuirà. 

Con l'aiuto della carta deporlo nella friggitrice ad aria.

Cuocerlo a 180° per 30’. Si può surgelare e mettere in friggitrice ancora surgelato, cuocendolo per 40'.













venerdì 10 aprile 2026

Strudel di asparagi, patate, cipolle.

 

Siamo in: 

Torte salate
, Strudel

Procedure, Friggitrice ad aria

Per le foto della procedura, vedere Come fare uno strudel

Lo strudel è stato fatto con Asparagi, patate, cipolle, arrosto, metà quantità.

Di Artemisia  

Un mazzo di asparagi va pulito, pelato (la veste dura dei gambi) troncato dove il gambo indurisce, quindi va fatto a tocchetti, mettendo da parte le punte. 

Due patate vanno pelate, ridotte a dadolata piccola (perchè cuociano nello stesso tempo degli asparagi). 

Due cipolle vanno pelate e ridotte a tocchetti. Loro porteranno morbidezza.

Tutto in una gran ciotola, condito con olio d'oliva non avaro, sale, pepe nero di mulinello. 

Adesso erbette, tutto quello che c'è: timo, maggiorana, menta, rosmarino (questo titato finemente). 

Mescolare e rimescolare.

Nella mia friggitrice, 5 litri, con carta da forno (serve anche a trattenere il sugo che si farà): 180°, per 30'. Aggiungere le punte di asparagi 5' prima che termini la cottura. Rimescolare una volta a metà cottura.

Pasta

100g di farina, un cucchiaio di olio d’oliva, un cucchiaino di aceto bianco, tanta acqua calda quanto basta per ottenere una pasta molto morbida e idratata.

Metterla a riposare almeno 10’ sotto una pentola calda (quella in cui avete scaldato l’acqua).

Stendere uno strofinaccio sulla spianatoia, infarinarlo molto bene, stendervi la pasta con qualche giro di matterello. Poi lasciare il matterello e proseguire con il dorso delle mani infilato sotto la pasta, distendendola. Deve diventare molto sottile.

Spennellare con olio d’oliva.

Mettere le verdure su un terzo dell’ovale di pasta.

Ripiegare la pasta sulle verdure come si vede nella foto, prima il lato corto, poi i due lati lunghi. Spennellare anche la pasta ripiegata con olio d'oliva

Arrotolare lo strudel con l’aiuto dello strofinaccio, facendolo ricadere su sé stesso.

Farlo ricadere, sempre aiutandosi con lo strofinaccio, su un pezzo di carta da forno.

Spennellarlo con olio d'oliva

Spolverarlo con molta nigella, un po' di isot urfa (un dolce peperoncino in fiocchi che sa di tabacco, uva passa e cioccolato), fleur de sel, la cui croccantezza contribuirà. 

Friggitrice a 180° per 30’. Si può surgelare e mettere in friggitrice ancora surgelato, cuocendolo per 40'.











giovedì 9 aprile 2026

Asparagi, patate, cipolle, arrosto.


Siamo in: 

Verdure e vegetali
, Asaparagi e Carciofi

Procedure, Friggitrice ad aria

Di Artemisia

Quella tutta puntini bianchi, mammillaria gracilis. Quella tutta crestata, marginatocereus marginatus f. crestata. Quella a righe, euphorbia meloformis f. variegata. Due nuove ospiti, e una che ha mostrato di avere pelle dura: è qui da qualche anno, e cresce (la crestata). A cosa serve la friggitrice ad aria? A fare presto e bene questo piatto elementare, sì, ma bisogna farselo venire in mente. Gli asparagi ho appreso a farli arrosto (meglio che lessati, certo); li coniugo con le amichevoli patate, li ammorbidisco con la duttile cipolla. Ottimo. Ci farò anche uno strudel, piccolo, rapido, sempre con la friggitrice. 

Un gran mazzo di asparagi va pulito, pelato (la veste dura dei gambi) troncato dove il gambo indurisce, quindi va fatto a tocchetti, mettendo da parte le punte. 

Quattro patate vanno pelate, ridotte a dadolata piccola (perché cuociano nello stesso tempo degli asparagi). 

Quattro cipolle vanno pelate e ridotte a tocchetti. Loro porteranno morbidezza.

Tutto in una gran ciotola, condito con olio d'oliva non avaro, sale, pepe nero di mulinello. 

Adesso erbette, tutto quello che c'è: timo, maggiorana, menta, rosmarino (questo tritato finemente). 

Mescolare e rimescolare.

Nella mia friggitrice, 5 litri, in due tornate, con carta da forno (serve anche a trattenere il sugo che si farà): 180°, per 30'. Nella seconda ho aggiunto le punte di asparagi 5' prima che terminasse la cottura. Rimescolare una volta a metà cottura.







Le spezie e Marco Polo, in Capatti e Montanari, La cucina italiana. Storia di una cultura.


Marco Polo, Livre des merveilles, Tav. 76v

Capatti, A. & Montanari, M. (2005). La cucina italiana. Storia di una cultura [Italian Cuisine: The History of a Culture] Roma - Bari: Laterza

I due disgraziati si adoperano, con il sentimento dell'invano, a controbattere il pregiudizio che le spezie adottate dai soli molto ricconi coprissero marciumi e puzze, aggiungendo che mangiavano solo carni freschissime, fossero di cortile o di caccia (che denti!). Pregiudizio che definiscono falso storico generato da razionalismo e presunzione (quindi quando lo sconfermerete mai, gemo io). La cannella è spezia che arriva in tavola dopo le altre, insieme al crescente gusto del dolce; ed eccola ancora tra noi. 

La grande boucherie.

mercoledì 8 aprile 2026

Hans Conrad Peyer - Le origini dell'ospitalità pubblica in Europa, in Flandrin e Montanari, Storia dell’alimentazione

Banquet avec des courtisanes dans une auberge - Faits et dits mémorables, ca. 1455 - BNF

Peyer, H. C. (1997). Le origini dell'ospitalità pubblica in Europa. In Flandrin J.L. e Montanari M. (a cura di) Storia dell’alimentazione, Laterza, (pp. 348-355)

Nei “tempi antichi” (HCP è vago e io con lui) gli “stranieri erano accolti come ospiti poiché, da un lato, si credeva possedessero forze magiche o fossero addirittura delle divinità e, dall’altro, per il fatto che essi, nei ruoli di mercanti e messaggeri, rendevano possibili i contatti con altri gruppi” (p.348). Tale modello di ospitalità creava un forte legame tra ospite e ospitato.
Ma crescendo i viaggi, tale forma si rivelò insufficiente (eh, sì, HCP va avanti un po’ fiabescamente). Per esempio cominciarono a viaggiare personaggi del potere centrale e il loro seguito; cosa temutissima, poiché li si doveva degnamente ospitare, ovvero ci si doveva far depredare con il sorriso sulla labbra. In Europa la cosa ebbe ruolo importante già in età greca e romana, si protrasse nel Medioevo – i re non la smettevano di vagare sui loro territori - e arrivò sino al XVIII.
Comparvero però anche locande; per esempio vicino ai santuari. Comparvero pure particolari quartieri nelle città, dedicati ai mercanti, con relativi alberghi. Tali luoghi si conquistarono subito cattiva (e seducente) fama. Osti e ostesse erano assimilati al basso rango dei loro avventori. Gli eminenti venivano ospitati dai loro pari, i religiosi e i pellegrini dagli ospizi.
Solo tra il XI e il XIV secolo il progresso economico iniziò a cambiare le cose: si accelerò il passaggio dall’ospitalità privata a quella pubblica. Specie i grandi mercanti “sollecitarono” la creazione di degni alberghi, distinti dai mediocri e dai pessimi.
Cibo? Sì, certo; dapprima generi di prima necessità, poi possibilità di prenotare cose più buone, sempre quella di portarsele con sé, come di comperarle in mercati e spacci vicini; poi ci si cominciò ad attrezzare.
Sorpresa: gli alberghi erano spazi neutrali per eccellenza – mica solo le chiese – e ospitarono persone da custodire – debitori, per dire, sino a che non pagavano – come anche beni dati in pegno, pure viventi come muli o cavalli; dagli ultimi secoli del Medioevo presero a essere scelti anche da congiurati e scontenti (come mai non ci pensarono prima?).
Radici: nel XIV e XV secolo le locande migliori erano in Italia e Francia. (L'A. ha pure scritto un libro sul tema, ma non mi pare un gran pensatore).

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