Siamo in Dolci chiusi in guscio di pasta, Strudel.
Per la procedura, Come fare uno strudel.
Da Artemisia
Da quando ho scoperto che posso fare strudel leggermente e spensieratamente, poiché rapidamente, in friggitrice ad aria, ne fo a ripetizione. Finora in friggitrice ne ho fatti di salati, ora mi butto su uno dolce: pere e cioccolato. L'ho fatto due volte, la prima colorando la pasta di giallo (per un ghiribizzo, con un colore alimentare), e andò insieme a uno strudel salato, per uno spuntino serale con un amico. La seconda lasciando la pasta in pace.
Pasta
100g di farina 00; un cucchiaio di olio d'oliva e.v., un cucchiaino di aceto di vino bianco; tanta acqua calda
quanta ce ne vuole per impastare molto morbidamente (la pasta è
pronta quando ancora si attacca alle dita).
La pasta va battuta sul
tavolo per almeno 5' (per facilitare la formazione del glutine; si può
aggiungere un cucchiaio di manitoba, ricca di glutine).
Poi va fatta
riposare sotto una pentola calda almeno per 10' per facilitarne la stesura e renderla meno elastica. Se si fa prima e aspetta ore, anche senza pentola calda, avvolta in pellicola - questa volta, come altre, è andata così - va pure bene.
Ripieno
Tre pere di media stazza vanno pelate, private dei semi, affettate finemente. Mettere le fette in una ciotola con mezzo limone spremuto, mescolare.
Aggiungere 3 cucchiaiate di zucchero Moscovado.
Aggiungere una manciata di mandorle (o noci) tritate grossolanamente.
Aggiungere una manciata di uvetta.
Preparare 100g di cioccolato amaro triturato.
Aggiungere al cioccolato mezzo cucchiaino di semi cardamomo.
Preparare 150g di pane casereccio abbrustolito e poi triturato abbastanza finemente ma non polverizzato.
Procedimento
La pasta va stesa su un canovaccio ben infarinato (importante, o si attacca!).
Prima lavorare di matterello: arrivare a uno spessore di un paio di millimetri, fare un ovale.
Poi con il dorso delle mani: infilarvi le mani sotto e stirarla con le nocche, cercando di farlo in tutti i punti.
Tirarla delicatamente verso i bordi del canovaccio (se è standard, dovrebbe
sovrapporvisi).
Se i bordi sono spessi, tagliarli via.
Poiché il ripieno va messo su metà della pasta, arrotolando il
malloppo più volte su sé stesso, non ci si preoccupa di eventuali
buchini (qui si vedono);
inoltre, è una pasta che si rattoppa facilmente.
Spennellare la superficie della pasta con burro fuso.
Spolverarne metà con il pane grattugiato.
Spolverare anche con cioccolato e cardamomo.
Mettervi le pere scolate.
Messo il ripieno su metà della pasta, ripiegarne i lati lunghi verso l'interno, alzando i lati dello strofinaccio.
Ora lo strudel va arrotolato aiutandosi con lo strofinaccio, man mano sollevato in
modo che l’involto ricada su se stesso.
Sempre aiutandosi con lo strofinaccio, lo si scodella su un rettangolo
di carta da forno infilato per pochi centimetri sotto lo
strofinaccio; carta essenziale per metterlo nella friggitrice e tirarlo fuori.
Ora si spennella lo strudel con burro fuso.
20' in friggitrice ad aria a 185°. 30' se lo avete surgelato e lo mettete dentro ancora surgelato.
Far raffreddare, spolverare di zucchero a velo.
AAA ACCADEMIA AFFAMATI AFFANNATI
martedì 19 maggio 2026
Strudel di pere con cioccolato e cardamomo
lunedì 18 maggio 2026
Lilia Zaouali - L'Islam a tavola. Dal Medioevo a oggi
Zaouali, L. (2007). L'Islam a tavola. Dal Medioevo a oggi [Islam at the Table: From the Middle Ages to Today]. Bari: Laterza.
Quando ho preso questo libro in mano per la prima volta, sono rimasta delusa dal ripetersi di un “vizio” di molti libri sulla cucina di altri tempi e luoghi: una premessa sul tema, e poi ricette. Quando mi sarebbero piaciuti approfondimenti. L'aggravante è che la premessa è povera, e le ricette, checché ne dica l'A, impraticabili; ma è peggio che venga affidato al lettore farsene qualcosa del loro interesse storico, come il riconscervi il rapporto con la cucina romana, ad esempio la cottura delle carni in due tappe, prima lessate poi arrostite. All'A manca quel quid di competenza in più che avrebbe reso il libro davvero interessante. Tuttavia come spesso, mi accorgo che finita la lagna, posso apprezzare. Il libro infatti mi permette di accennare a un vuoto lasciato dai manuali che ripercorrono la storia della cucina dal medioevo, quando non dall’età romana, a noi: rigoroso silenzio sulla pur prossima cucina araba o mussulmana che dir si voglia. Decidiamoci a saperlo: nel IX, X secolo il mondo mussulmano scriveva raffinati libri di cucina, attenti sia alla bontà che alla bellezza che all’igiene e alla scienza, a partire da quelli scritti in una capitale (il cherchez la femme della cucina) dove si incontravano tutte le culture e tutte le lingue – araba, persiana, greca, indiana, turca, cinese, africana - Bagdad. Poi si diffusero in tutte le città medioevali dell’islam, Aleppo in Siria, il Cairo in Egitto, Murcia in Andalusia… Prima dell’islam c’era stato l’incontro tra arabi, persiani e bizantini. Nel X secolo la novità sarà l’incontro cittadini-nomadi (arabi, i popoli del nord venuti dal nord della Cina), quindi tra “raffinato” e “barbaro”. La cucina araba ebbe il suo gastronomo raffinato: un principe, fratello di Hārūn al-Rashīd (766 – 809), poeta, musicista, che trascorreva la maggior parte del tempo in cucina con Bad’a, una cuoca sopraffina, a cucinare e sperimentare. La sua memoria è presente nei testi, successivi. Badare però che in ogni caso le storie che ci vengo raccontate poi parlano di uomini, sia come consumatori che come cuochi. Sulla disputa tra beduini e cittadini c’è una magnifica poesia scritta da una beduina figlia di un capo tribù sposata a un califfo, che celebra il pane dei nomadi. Aggiungo che si nota anche la continuità con la cucina romana,e quella medioevale cristiana - vedi le salse agrodolci, gli scapeci, per dire - al di là delle interdizioni maiale- vino.
domenica 17 maggio 2026
Strudel di crema di parmigiano, sedano rapa, pepe selvaggio del Madagascar
Per la procedura con foto, vedere Come fare uno strudel.
Pepe selvaggio del Madagascar, uno dei più rari e sorprendenti. È impossibile coltivarlo e viene raccolto a mano nelle foreste del Madagascar. Le liane si arrampicano fino ai rami più alti degli alberi e le bacche più pregiate sono le più giovani. E’ un'esplosione di resine, radici, legni e muschi.
Di Artemisia Comina.
Un piccolo strudel, lungo 20cm, perché volevo cuocerlo in friggitrice, e lo spazio è quello; da quando posso usarla per gli strudel li sto facendo a ripetizione, perché il tempo si accorcia parecchio. Volevo usare la crema di parmigiano, ho guardato cosa c'era di pronto da mettervi insieme, ho visto una dadolata di sedano rapa, ho detto proviamo; per contrastarne la dolcezza, ho pensato al magico pepe selvaggio e ai semi di coriandolo.
Farcia
Ridurre in dadolata un piccolo sedano rapa prima pelato e pulito.
Metterlo in una padella con un paio di cucchiaiate di olio d'oliva, far rosolare la dadolata.
Salare.
Crema di croste di parmigiano
L'esperto
fa grande uso di croste di parmigiano. Qui croste ammorbidite nel latte per farne una crema.
Conservate con cura le croste di parmigiano.
Ripulitele, sfregandole per bene anche con uno spazzolino, lavandole.
Immergerle in un recipiente con del latte che le copra a filo.
Lasciatele per almeno un giorno in frigo. Diverranno morbide.
Con un coltellone riducetele a tocchetti.
Tutto in un mixer con buoni muscoli (io il bymbi) per ridurre il tutto
in crema, con eventuale aggiunta di un poco di latte.
Pasta
100g di farina00; due cucchiaiate di olio d'oliva; tanta acqua
calda quante ce ne vuole per impastare molto morbidamente la pasta
(è pronta quando ancora si attacca alle dita).
La pasta va battuta sul
tavolo per almeno 5' (per facilitare la formazione del glutine; si può
aggiungere un cucchiaio di manitoba, ricca di glutine).
Poi va fatta
riposare sotto una pentola calda almeno per 10', per facilitarne la stesura e renderla meno elastica, più disposta a
spiegarsi, distendersi.
Ora va stesa su un canovaccio infarinato.
Prima col matterello: arrivate a uno spessore di un paio di millimetri, fate un ovale.
Poi con il dorso delle mani: infilatevi le mani sotto, e stiratela con le nocche, cercando di farlo in tutti i punti.
Quindi va tirata delicatamente verso i bordi del canovaccio (se il
canovaccio è standard, dovrebbe
sovrapporvisi, con uno spessore assai
sottile).
Se i bordi sono spessi, tagliarli via.
Poiché il ripieno sarà messo su metà della pasta e questa sarà arrotolata più volte su sé stessa, non ci si preoccupa di eventuali buchini;
inoltre, si rattoppa facilmente.
Spennellare tutta la superficie della pasta con burro fuso.
Disporre su metà della pasta fiocchetti sparsi di crema di parmigiano.
Mettervi su la dadolata di sedano.
Spolverare abbondantemente di pepe selvaggio del Madagascar.
Spolverare di pane casereccio abbrustolito ridotto in briciole mettendolo nel mixer.
Ripiegare qualche centimetro dei bordi lunghi verso
l'interno sollevando i lati del canovaccio.
Ora lo strudel va arrotolato aiutandosi con lo strofinaccio, man mano sollevato in
modo che l’involto ricada su sé stesso.
Sempre aiutandosi con lo strofinaccio, lo si scodella su un rettangolo
di carta da forno; essenziale per metterlo e tirarlo fuori dalla friggitrice.
Spennellarlo con
burro fuso.
Spolverarlo con semi di coriandolo.
Calarlo nella friggitrice.
Cottura, 25' (non di più: altrimenti si spacca); 35' se lo avete
surgelato crudo e lo mettete in friggitrice ancora in quello stato; temperatura a
185°.
sabato 16 maggio 2026
Igor Bagnobianchi - La ristorazione di lusso.
Bagnobianchi, I. M. (2010) La ristorazione di lusso. Il marketing moderno per creare o rinnovare attività nel campo della ristorazione [Luxury Restaurants. Modern Marketing for Creating or Renovating a Restaurant Business] Milano: FrancoAngeli
Cerco qualcuno che parli di ristoranti dal punto di vista della conduzione di impresa, in particolare nel rapporto con il cliente. Trovo poco, in quantità e qualità. Non pensiate che abbia letto l’intero libro. Alcune volte mi accontento di rendermi conto di cosa si dice.
IB scopre che il cliente non cerca più il semplice mangiare (credo che nemmeno Lazzarillo de Tormes cercasse il semplice mangiare); non bastano le “caratteristiche fisiche” a determinare l’acquisto (p.89; non bastano mai, non esistono le caratteristiche “fisiche” - peso? densità? temperatura? - per nessun umano). Il lusso è ciò che va oltre la “necessità” (e cos’è la necessità? Sopravvivere? Le culture, la simbolizzazione emozionale della realtà, che probabilmente ha anche un gatto: questo mistero per molti A contemporanei).
Il lusso è fatto di storia e frequentazioni più che di cucina e servizio (insomma, di miti – qui mangiò Hemingway - e di processi di esclusione: qui ci ci viene chi ordina “ Chello ca costa 'e cchiù”). Ovvero quanto di più lontano dalle “caratteristiche fisiche”.
L’A fa una sintesi storica del lusso: negli anni ‘60 c’erano i nuovi ricchi; negli anni anni ’70 il lusso era esotismi e novità; negli anni ‘80 l’ostentazione del danaro; negli anni anni ‘90, altri nuovi ricchi in un mondo di ascese e tracolli, di informazione globale; negli anni 2000 prevale l’understatement, le nuove etiche, il tradizionale, il biologico (ma non Cina India Emirati, che sono anni ‘80). (Aggiungo: i nuovi ricchi sono protagonisti della ristorazione costosa fin dalla nascita del ristorante: ce lo dice Grimod a cavallo del XVII-XIX).
Il filo rosso che attraversa i cambiamenti è l’individualismo con la sua ricerca di gratificazione edonistica.
Lo chef è il fulcro della ristorazione, seguito da concept e territorio (sta ancora parlando di miti). Si cercano novità e al tempo stesso familiarità (direi che si cercano novità conformiste).
***
Igor M. Bagnobianchi, consulente direzionale di marketing e strategia, svolge progetti finalizzati al lancio di nuovi prodotti, business planning, valutazioni di settore, ricerche di mercato, pianificazione delle attività di comunicazione e sviluppo dell'export.
venerdì 15 maggio 2026
Composta di melone al cacao
Di Artemisia
Tale composta fu adottata per una Zuppa inglese con composta di melone al cacao.
Sbucciate e tagliate in pezzi dei meloncini, fino ad averne 500g.
Aggiungervi qualche cucchiaiata di zucchero e dimenticarli sul fuoco fino a quando non staranno per attaccarsi alla pentola. Non avete idea di quanto ci vorrà.
A quel punto guarderete perplessi la massa brunita e ci verserete dentro qualche cucchiaiata di cacao, pensando: o la va, o la spacca…
Quando starete per buttare ogni cosa, la mano già obliqua, la persona che è che con voi in cucina immergerà un dito nell’oscuro composto e leccandoselo dirà: buono! Togliendovi ogni coraggio assassino.
giovedì 14 maggio 2026
Vincenzo Ferrara - Cibo e cambiamenti del clima: l’impatto sul gusto
DOI: 10.4399/978885487169415
Il contributo propone dati molto problematici sul rapporto umo-ambiente: non siamo in grado di stare ai limiti. E conclude sulla necessità di adottare comportamenti virtuosi, ovvero rispettosi dei feedback che arrivano dai dati. Nessuno ci crede.
[…] Nel maggio 2013 la concentrazione atmosferica di anidride carbonica ha raggiunto il livello record di 400 ppm (parti per milione). E’ il livello più alto mai raggiunto […] rispetto a tutti i secoli e i millenni passati fino a circa un milione di anni fa (come ci documentano le misure in Antartide) e perfino, probabilmente, a circa 20 milioni di anni fa (secondo le più recenti ricostruzioni paleoclimatiche), in cui i livelli di anidride carbonica atmosferica non hanno mai superato 300 ppm.[…] nessun essere umano, né evoluto come l’homo sapiens, né antropomorfo come i primi ominidi, hanno mai sperimentato valori così elevati di concentrazione atmosferica di anidride carbonica come quelli che si sono verificati in questi ultimi 200 anni, ma in particolare negli ultimi decenni. Sono valori, infatti, che appartengono a epoche geologiche più vicine a quelle dell’estinzione dei dinosauri avvenuta molte decine di milioni di anni fa e non alla storia del genere umano. Il riscaldamento climatico globale, anche se ritardato rispetto agli aumenti di anidride carbonica atmosferica, procede di pari passo. […] Tuttavia, il riscaldamento del nostro pianeta non sta avvenendo né a un ritmo costante con gli anni che passano, né in modo uniforme dappertutto nelle differenti aree geografiche del pianeta.[…]Per quanto riguarda l’Italia, il riscaldamento climatico procede a ritmi più elevati. In Italia la temperatura media nazionale è aumentata di circa 1,2° in questi ultimi 100 anni e la maggior parte di questo aumento è avvenuta dopo il 1980 con un ritmo superiore a quello medio globale, un andamento che, comunque, è in coerenza con quanto sta accadendo in l’Europa. […] Ma l’aspetto più clamoroso di questi ultimi dieci anni del terzo millennio è la velocità del riscaldamento globale, piuttosto che il riscaldamento climatico in quanto tale, accompagnato da un aumento dell’intensità delle catastrofi climatiche che colpiscono il nostro pianeta sempre più violentemente. A ciò bisogna aggiungere l’intensificazione degli altri fenomeni connessi con i cambiamenti del clima, quali la velocità di innalzamento medio del livello del mare (ora è a 3,4 mm/anno, quando solo alcuni anni fa era di 3,1 mm/anno e nei decenni anteriori al 1990 procedeva a ritmi di 1,8 mm/anno), la velocità di fusione dei ghiacci artici e di gran parte dei ghiacciai delle medie latitudini (compresi i ghiacciai alpini), la velocità di acidificazione degli oceani che insieme al riscaldamento delle acque oceaniche sta accentuando i fenomeni di sbiancamento delle barriere coralline, oltre che modificare gli ecosistemi marini.
Cambia il clima, cambia il gusto del cibo. […]Con i cambiamenti del clima la produzione agroalimentare, per non essere danneggiata, sarà costretta a una serie di modifiche […]Nel primo caso, che possiamo definire di adattamento congiunturale, gli agricoltori dovranno rispondere alle pressioni del clima agendo sui periodi di semina, di raccolta o delle altre lavorazioni intermedie, sulla frequenza e sulla tipologia di ricorso ai trattamenti antiparassitari o fertilizzanti, senza che vi siano rilevanti variazioni nel mix di colture presenti in azienda. Nel secondo caso si ha invece un adattamento strutturale […] gli adattamenti dovranno essere effettuati soprattutto ricorrendo a miglioramento genetico, andando a selezionare varietà opportunamente resistenti […] appare evidente che le ripercussioni saranno piuttosto importanti su tutto il sistema alimentare e su tutti gli elementi collegati al settore di produzione agricola primaria.
***
Vincenzo Ferrara è stato responsabile clima ENEA fino al 2008.
Aggiornamenti:
efsa.europa
mercoledì 13 maggio 2026
Melanzane e peperoni in agrodolce con uvetta e pinoli
Siamo in:
Verdure e Vegetali, Melanzane e Peperoni.
Culture e territori, Italia, Sicilia, Sicilia. Di tutto un po'.
Procedure, Friggitrice ad aria.
Vedi Melanzane in agrodolce, mulinciani all'aurudùci, Sicilia.
Da Artemisia
Due melanzane lunghe e viola vanno tagliate a spicchi abbastanza sottili, e se lunghissimi, tagliati a metà. Condirli in una ciotola, mescolando, con olio d'oliva.
Cuocere in friggitrice ad aria per 185° per 20/25'.
Un peperone rosso e uno giallo vanno cotti in friggitrice a 185° per 20/25'. Pelarli, tagliarli a listerelle.
Metterli in una padella, aggiungere un filo d'olio d'oliva, far andare per 10'.
Sale, mescolare.
Sciogliere un cucchiaio di miele (ho usato quello di bergamotto) in 1/4 di bicchiere di aceto di vino in un pentolino su fuoco basso.
Versare miele e aceto nella padella; dopo bollore, fiamma bassa per 5'.
Aggiungere uvetta e pinoli a piacer (che vi piaccia!).
Finire con una spoverata di isot urfa (un dolce peperoncino turco in fiocchi, che sa di tabacco, uva passa e cioccolato).
Servire a temperatura ambiente.
martedì 12 maggio 2026
Strudel di cipolle e broccoli siciliani con sambar e uvetta
Per la procedura con foto, vedere Come fare uno strudel.
Sambar masala è un mix di spezie in polvere del Sud dell'India, con coriandolo, cumino, fieno greco, peperoncino, lenticchie tostate e foglie di curry, con un sapore caldo, terroso e leggermente piccante.
Di Artemisia Comina.
Ho cercato ricette di strudel salati; c'è poca fantasia (anche con quelli dolci, in effetti); eppure ci si può mettere dentro - quasi - qualsiasi cosa! Qui cipolle, broccoli siciliani, sambar per un gusto speziato, uvetta di Corinto.
Farcia
Cipolle e broccoli siciliani
Mettere in una ciotola 500g di cipolle rosse di Tropea affettate finemente, condite con olio d’oliva ed erbette secche (origano, menta...).
Salare.
Mescolare.
Mettere in friggitrice ad aria su un foglio di carta da forno, 160° per 20', poi 185° per 15'.
Rimettere nella ciotola.
Unirvi un mazzetto di broccoli siciliani lessati al dente e ridotti in piccoli pezzi.
Aggiungere tre o quattro cucchiaini di polvere di sambar.
Regolare il sale, aggiungere pepe nero macinato di fresco, tre manciate di uvetta di Corinto.
Mescolare.
Pasta
150g di farina00; tre cucchiaiate di olio d'oliva; tanta acqua
calda quante ce ne vuole per impastare molto morbidamente la pasta
(è pronta quando ancora si attacca alle dita).
La pasta va battuta sul
tavolo per almeno 5' (per facilitare la formazione del glutine; si può
aggiungere un cucchiaio di manitoba, ricca di glutine).
Poi va fatta
riposare sotto una pentola calda almeno per 10', per facilitarne la stesura e renderla meno elastica, più disposta a
spiegarsi, distendersi.
Ora va stesa su un canovaccio molto ben infarinato.
Prima col matterello: arrivate a uno spessore di un paio di millimetri, fate un ovale.
Poi con il dorso delle mani: infilatevi le mani sotto, e stiratela con le nocche, cercando di farlo in tutti i punti.
Quindi va tirata delicatamente verso i bordi del canovaccio (se il
canovaccio è standard, dovrebbe
sovrapporsi al canovaccio, con uno spessore assai
sottile).
Se i bordi sono spessi, tagliarli via.
Spennellare tutta la superficie della pasta con olio d'oliva.
Disporre su un terzo della pasta le verdure raffreddate o intiepidite.
Ripiegare
il bordo corto sul malloppo di verdure, quindi i bordi lunghi verso
l'interno.
Spennellare anche quelli di olio d'oliva.
Poiché il ripieno è messo nel primo terzo della pasta, arrotolando il
resto più volte su sé stesso, non ci si preoccupa di eventuali buchini;
inoltre, è una pasta che si rattoppa facilmente.
Dopo aver messo il ripieno, lo strudel si
arrotola aiutandosi con lo strofinaccio, che va man mano sollevato in
modo che l’involto si arrotoli ricadendo su sé stesso.
Sempre aiutandosi con lo strofinaccio, lo si scodella su un rettangolo
di carta da forno infilato per un paio di dita sotto lo
strofinaccio; essenziale per metterlo e tirarlo fuori dalla
teglia.
Spennellarlo con
burro fuso.
Incollarvi delle foglie di menta, spennellarle anche sopra di burro, spolverare con grani di sesamo nero e con fleur de sel.
Cottura, 30' (non di più: altrimenti si spacca); 40' se lo avete
surgelato crudo e lo spedite in forno ancora in quello stato; forno a
180°. Qui, alla fine, poiché lo vedevo pallido, l'ho messo per tre minuti sotto il grill.
lunedì 11 maggio 2026
Marino Niola - Homo dieteticus. Viaggio nelle tribù alimentari
Marino, N. (2015). Homo dieteticus. Viaggio nelle tribù alimentari [Homo dieteticus: A Journey Through Food Tribes]. Bologna: Il Mulino.
Vediamo come sintetizzare. MN punta l’attenzione sulla centratura sul corpo come comportamento attuale. Con riferimenti alle diete e alla loro premessa fobica: la fobia del mangiare in sé, la fobia del mangiare carne, la fobia dell’obesità. Colgo continuità con passati anche molto remoti: le astinenze dal cibo, l’evitamento della carne, il peccato di gola con l’abbuffarsi e la sua condanna, hanno una lunga storia. In alcuni casi prevale la continuità: il rifiuto del cibo come perseguimento dell’onnipotenza, che MN chiama immortalità, il medioevo religioso lo chiamò avvicinamento a Dio, all’essere puro spirito. Il riconoscere la contiguità con gli animali e l’astenersi dal mangiar carne come atto cannibalico, fu anche – per dire - di Pitagora prima che di alcuni cristiani. Quanto all’abbuffarsi, ha incontrato anche mutamenti importanti: da mancanza contro la comunità, come l’avrebbe visto un greco, a peccato religioso, come l’avrebbe visto la cristianità, all’attuale peccato laico, come lo definisce MN. La grassezza da segno di ricchezza e distinzione – passando per la benedizione che le ha dato il XVII secolo gourmand - diventa oggi causa di emarginazione, condanna, razzismo.
La tesi dell’A è che la dieta sia la nuova religione. Una volta i cibi cult indicavano ricchezza, oggi l’appartenenza alla religione salutista. La religione, uscita dalla porta, rientra dalla finestra, e dio si parcellizza in ognuno di noi. Infatti la sua tesi è che il corpo – l’apparire – sia l’unico bene su cui investire, in un tempo che sarebbe particolarmente senza certezze e sicurezze. Il controllo del corpo è il succedaneo consolatorio del controllo su una realtà che sfugge. Ahimè, dice MN, ciò comporta l’espellere dalla tavola il piacere, la convivialità, lo scambio (uhm, il passato è sempre idealizzato: la tavola è da sempre agone più complesso). Vittime delle tecnologie del Sé (per diventare belli, sani, immortali), e delle spinte biopolitiche delle organizzazioni internazionali che controllano tutto.
Questi comportamenti fobici, dice l’A, hanno una premessa. I gusti non hanno niente di naturale (aggiungo: tale affermazione, che la storia del gusto dimostra, va ripetuta in un’età di individualismo biologizzante, dove per es. si moltiplicano gli ancoraggi del gusto individuale al DNA, dimentichi di natura e cultura in interazione fittissima). Esemplare la storia del gusto il rifiuto di mangiare carne. Non è un rifiuto fisiologico o nutrizionale. Pitagora diceva che le bestie sono nostri simili, non alimenti. Quando la mangiamo, non mangiamo qualsiasi carne; dipende da quanto assimiliamo quel dato animale a noi: vedi il mangiar cani, o delfini, o cavalli, un tabu nelle culture che assimilano quell’animale all’uomo, e in altre no. Mangiamo ciò che è a una giusta distanza: né troppo simile, né troppo diverso.
Il cibo, questo cibo culturalmente connotato, si coniuga con la nostra identità: siamo ciò che mangiamo, dice MN. Le esperienze infantili in tal senso sono un imprinting che ci accompagna per sempre. Non basta però aver mangiato certe cose perché diventino identità: devono avere capacità evocativa; un cibo, perché ciò avvenga, deve “avere dalla sua la forza della tradizione, un legame intimo con gli umori e i sapori che rendono unica la patria del cuore” (p. 27). Ciò può avvenire con il ragù napoletano, dice MN, non con il carpaccio di polpo (MN non sembra saper che parla di miti e non di fatti: quel ragù è un mito, non un piatto; ciò rende più incerti i confini tra ragù e polpo, e mette in campo la creazione della tradizione, dei miti). Per l’A da una parte ci sono i cibi del cuore, della tradizione, dall’altra i cibi della globalizzazione, i non-cibi. I carpacci di polpo, che chiaramente non gli piacciono, li piazza tra questi ultimi senza indecisioni, ignaro dei fanciulli nella cui storia del cuore oggi staranno entrando.
La dieta, così come la pensavano gli antichi, era stile di vita, armonia con se stessi. Nella medicina greca – continua MN - si supponeva fossimo capaci di leggere i segnali del nostro organismo. Non tutti, però, capaci di questo. C’erano due tipi di medici: quelli per gli uomini liberi e quelli per gli schiavi: con i primi si negoziava la cura in base al presupposto che sapessero conoscersi, ai secondi la cura si prescriveva. Oggi la dieta è controllo delle cose che fanno male, per impedirne l’accesso al nostro corpo (uhm, di mezzo c’è anche la storia della medicina, sempre più orientata a scindere il male altro dal corpo proprio, sempre meno onfalicentrica e più fallocentrica, come diceva Fornari). Però le diete non servono – dice MN - a perseguire immortalità e super dotazione, ma a essere felici, operosi, in possesso di equilibrio psicofisico (ma che dici, MN? Non è meno che diventare santi). Funzionano entro una conoscenza di sé e dei propri limiti (traduco: se sono agiti di fantasie onnipotenti, inclusa la ricerca della felicità, falliscono; se si accetta la realtà, magari servono a qualcosa, da verificare di volta in volta. Un altro paio di maniche è che la salute non sia un bene individuale: su questo c’è una lunga questio, da secoli, tutt’ora attuale).
Sempre per i greci, l’abbuffarsi era un comportamento antisociale: gli appetiti sregolati erano propri “dei bruti e delle bestie” (p. 35). Bulimia deriva da bous, bue, e limos, fame (continuo ad annotare come l’eccesso nel mangiare sia costantemente associato agli animali). Il neoplatonico Porfirio descrive così una dieta equilibrata: “pane, miele, olio, frutta, verdura, legumi, formaggio, poco pesce, carne quasi niente, e una modica quantità di vino che fa volare il pensiero” (p.35; a parte la suggestione di questo menu, che certamente parla al cuore, per restare nei termini di MN, noto la connotazione del vino come veicolo per una conoscenza “eccezionale”, che a mio avviso lo qualifica). Non resisto a trascrivere un altro menu parco, troppo bello. Quello che Socrate indica come ideale nel secondo libro della Repubblica di Platone, interloquendo con un tizio che vorrebbe abboffarsi di più e in particolare di carne: in una città sana ci si nutre di fiocchi d’orzo e farina di grano, di pane, di focacce; come companatico, sale, olive, formaggio, bulbi, verdure; poi pasticci di fichi, ceci, fave; si arrostiscono sotto la cenere bacche di mirto e ghiande, si beve moderatamente.
L’astinenza da cibo. MN parla dei digiuni considerati veicolo per il cielo dai Padri della Chiesa. Quelli dalle ascesi toste, i primi eremiti. Come Doroteo, egiziano, perso nel deserto, che diceva: “se il corpo mi uccide, io lo uccido” (p. 37). Il Libro dei gradi, un testo monastico del IV d. C, dice che il digiuno filtra le impurità della carne liberando lo spirito, e che non ci si deve saziare nemmeno di pane secco e acqua. Giovanni Crisostomo, che nasce nel IV secolo, si vanta che nessuno lo ha mai visto mangiare o bere. Elia fece un digiuno talmente drastico, che Dio lo assunse in cielo con tutto il corpo, diventato immortale. La dieta purifica, rende simili a Dio, sfida i limiti umani. C’è anche traccia, nel discorso di MN, del peccato di superbia: Simeone lo stilita, pure nato nel IV secolo, messo in guardia contro il digiuno che avvicina a Dio come peccato di orgoglio, finge di ascoltare i suggerimenti, ma poi dopo quaranta giorni i pani ancora sono lì, la brocca d’acqua è ancora piena. Dopo qualche secolo si arriva alle grandi digiunatrici, Santa Caterina, Santa Teresa, che superano i limiti del corpo anticipando in terra la vita celeste. Su queste pratiche ci ha già detto molto Quellier (2012), con il suo libro sul peccato di gola. È chiaro che si puntava all’onnipotenza allora come ora. Anche MN trova parentele in questo senso tra le diete antiche e quelle attuali. Naturalità. MN dice l’evocazione della naturalità delle diete allora come ora, è sempre “articolo di fede” (p.43).
L’astinenza dalla carne. Nell’età dell’oro mitica, sia greca che romana (Esiodo, Ovidio), che è anche quella dell’abbondanza, non si mangia carne. È con l’età argentea che si diventa carnivori e di conseguenza violenti. Pitagora dice che anche gli animali hanno un’anima, anzi sono nostri fratelli. Notare che l’astinenza pitagorica dalla carne identifica, come ogni dieta, uno specifico gruppo sociale, in questo caso una élite. Gli usi alimentari sono anche organizzatori di identità. Gli “altri”, in non pitagorici, si riconoscevano tramite il sacrificio animale, ritenuto cannibalico dai pitagorici. Come dice Porfirio nel III d.C., ci parla del sacrifico animale e del consumo di carne come conseguenze del sacrificio umano e del cannibalismo; anche Porfirio non vede soluzione di continuità tra uomini e animali. Contesta l’idea ebraico-cristiana – ma già presente in Aristotele - che Dio abbia creato le altre creature unicamente per darle in pasto all’uomo. Notare che nel mondo greco e romano l’alimento principe – anche simbolicamente - era il pane. Cerali olio e vino erano sinonimi di civiltà; inoltre i greci di carne ne mangiavano ben poca. Oggi la mitica dieta mediterranea non fa solo “bene alla salute”, ma è simbolo della sostenibilità ambientale.
Nel mondo pagano la carne è il cibo del piacere, per i suoi effetti riscaldanti-afrodisiaci. Stessa connotazione ha il vino. Si ricorda l’associazione tra cibo e sesso: lo diceva San Tommaso, ma anche Platone. Probyn, un’antropologa femminista, individua negli chef televisivi i sex symbol attuali perché coniugano tali piaceri. Gola e lussuria sono l’accoppiata cristiana su cui insiste Quellier in Gola; l’ho poco seguito su questa pista, perché più interessata alla gola come segnale di predatorietà animalesca; ora penso che la lussuria rientri nella medesima predatorietà, ove il desiderio diventa avidità).
L’associazione carne-virilità. MN segue un “filo millenario che va dai pitagorici agli gnostici, dai catari ai guru neobionisiti del veganesimo contemporaneo” (p. 71, nel testo parla pure di gnostici e catari). Forse per questo non parla di quando entra in campo la cultura germanica, carnivora, creando il mix mondo antico/mondo germanico che caratterizza la cucina occidentale, e per altro partecipe del mito virilità-carne, oltre che di quello virilità-mangiare e bere senza limiti. È un po’ come se dicesse è dappertutto, sempre così: fa esempi che vanno dal medioevo ai beefeaters della Torre di Londra. Gli uomini virili mangiano carne perché dà loro forza (la forza della violenza?). MN ci dice che Gandhi si chiese se gli indiani dovessero adottare la dieta carnea. Solo dopo sposò le tesi di Williams contro l’antropocentrismo e di conseguenza contro la violenza e il mangiare carne. Comunque, MN, senza diventare vegetariano, sposa l’idea che il non mangiar carne indichi un senso di colpa contro gli altri viventi (p.74).
L’obesità: MN si dedica alla sua condanna, ritenendola razzista. Per altro dice anche che si prevede che entro il 2030 il 60% della popolazione mondiale sarà sovrappeso. Il problema concerne, sia pure in forme e modi diversi, paesi ricchi e paesi poveri. Fino ai primi del ‘900 quasi nessuno montava sulla bilancia. In Italia la fine del grasso è bello si colloca alla fine deli anni Sessanta. Con la rivoluzione industriale e la secolarizzazione, da peccato diventa malattia.
L’informazione. Siamo super informati, male: colpa dello sviluppo incontrollato delle tecnologie digitali (a che pensa?) e di internet, dove c’è una moltiplicazione virale di notizie fai da te. Nessuno si fida più di nessuno. Nonostante l’aumento delle conoscenze e della tecnologia, tornano le mitologie le false credenze (sempre colpa di internet?). La democrazia è fondata sulla delega di saperi e poteri (hum); invece domina il pregiudizio antiscientifico. E contro i mass media. Mentre i progressi scientifici sono eccezionali ed evidenti – l’aspettativa di vita è passata dai 30 anni dell’Ottocento agli 80 di oggi - vince tutto ciò che è “naturale”. Prevalgono le istanze viscerali della controcultura (chiediamoci che cos’è oggi la scienza, quali falle abbia perché ciò si produca; oppure cosa è accaduto del principio di autorità, o della politica: altro che internet).
Fa una ricognizione di caratteristiche della contemporaneità: la dieta dei gruppi sanguigni (i biologismi che ignorano storia e culture: mangiamo cosa ci dice l’eredità genetica, a seconda del gruppo sanguigno), le paleo diete (mangiare come l’uomo preistorico più sano di noi), i crudismi (nella parte opulenta del mondo con l’ideologia del crudo si vuole tornare alla natura, contro la civiltà corrotta dal potere tecnico-scientifico che perpetra continui inganni; quindi mangiare secondo natura, riparare i gusti delle civiltà; mangiare materie prime eccelse e incontaminate), mangiare vegan (l’ortodossia vegana nasce a metà degli anni Quaranta, tra ragioni medicalizzate e animaliste; generando proselitismo e lobbismo; nasce come cultura USA.), ortoressia: l’ossessione di mangiare in modo corretto, di avere il pieno controllo di sé (dati del Ministero Salute in Italia direbbero che su 3 milioni di disturbi alimentari, 15% sono ortoressici). Tutte queste culture sembrano indicare un bisogno di controllo di una realtà complessa e sfuggente.
La fine del cibo. La tecnologia e la biotecnologia sfidano i limiti della natura e sono al lavoro per inventare bistecche senza animale e cibo senza piacere, convivialità e gusto. Polpette senza carne prodotte in laboratorio. Il beverone di Rhinehart (un ingegnere californiano): un misurino di polvere, due misurini d’acqua, 4 dollari, è tutto ciò che serve per vivere (e R. dice che a lui è passata anche la forfora: questo lo leggo su http://www.fruitbookmagazine.it/il-beverone-che.../; a me ricorda la soupe de charité inventata nel 700 illuminista per i poveri). MN protesta: per proteggere la vita la si rende inutile, per non avere più limiti si rende superfluo il corpo
Guerre di civiltà alimentari. La cucina religiosa ha valore simbolico, non solo pratico. È una questione identitaria. il primo ministro francese François Fillon che proclama superate dalla scienza e dalla tecnica le accortezze halal e kasher o c’è o ci fa. nel frattempo, i cibi halal e kasher hanno un boom non solo tra credenti. Acquistati da persone con buon potere di acquisto (superiore del 50% a quello dell’acquirente medio). Motivi? Non solo e non in primo luogo religiosi in senso stretto, ma in quanto ritenuti di qualità, salutisti, sostenibili. La rivolta dei cibi locali (aggiungo: non solo a livelli medi, ma anche di alta cucina: cos’altro sono le rivincite della cucina basca, di quella del Nord, della peruviana?) sono spesso vissute come un’alternativa alla globalizzazione: la consapevolezza che la cucina sia un atto politico è presente. L’autoctonia è un mito, la cucina è per sua natura meticcia, il cibo è un linguaggio universale.
MN conclude con un momento di ottimismo: emergono nuovi stili di vita. Si rompe con l’edonismo anni Ottanta e l’individualismo di massa anni Novanta. Ci sono neo mitologie: della frugalità, della condivisione, della convivialità (chissà).
PS: MN rientra nella tradizione del parlar di cibo in modo spiritoso – del resto, è anche uomo di TV – di qui giochi di parole, linguaggio brillante, battute: cosa che spesso permette di glissare sui punti critici; ma lo prendo così com’è.
domenica 10 maggio 2026
Crema al limone e cannella
Siamo in Creme e salse sia doci che salate, Creme, salse, glasse dolci.
Di Artemisia
Affiancò uno Strudel di pesche e mirtilli rossi con crema al limone e cannella.
Battere un uovo con 6 cucchiai di zucchero.
Aggiungere 6 cucchiaini da tè – rasi - di maizena.
Poi la buccia di un limone grattugiata.
Poi il sugo del limone.
Poi un bicchiere d'acqua.
Poi un bel pizzico di cannella in polvere.
Cuocere su fuoco basso.
Appena si addensa, è fatta. Ci vorrà un quarto d'ora circa. Ricordare che la maizena, spento il fuoco, continua ad addensare.





































