venerdì 10 luglio 2026

François Simon - Pique-assiette : La fin d'une gastronomie française

 


Simon, F. (2008). Pique-assiette: La fin d'une gastronomie française [Freeloading: The end of French gastronomy] Paris: Grasset

Premessa: questa nota sul libro è del 2017, il libro del 2008. Eppure molte questioni sono ancora in corso. L'Autore è colui che probabilmente ispirò l'
Anton Ego di Rattatuille.

Inizio con una sintesi. Non si può fare a meno della Michelin perché è un mito, non una guida (infatti le guide cartacee non ci sono praticamente più, sopravvive solo lei, per questo preciso motivo). È il mito della ristorazione francese in pompa magna, di corte, e con quella della ristorazione occidentale che l’ha imitata. Per gli stessi motivi, rappresenta un mondo che sta per finire; la ristorazione ottima è mondiale, i criteri con cui apprezzarla tutt’altro che univoci e meno che mai verticali, ogni tentativo di classificazione, anche se si sposta nel mondo anglofono che ha tentato di appropriarsene, risente di un’ottica limitata e “etnocentrica” che non può che dire il falso. Come si fa, per dirne una, a continuare a ignorare l’Asia? Anche nella stessa Francia la buona ristorazione – che nonostante il lamento funebre intonato dalla stampa internazionale prospera - sfugge in larga misura alle stelle; si trova per ogni dove, e la mappa che la individua corre spesso di voce in voce sulla bocca dei buongustai sopravviventi a una certa mercificazione della cucina stellata. Quest’ultima, specie se le stelle sono tre, più che indicare eccellenza indica costi troppo alti – dementi per i clienti come per i ristoratori - e la necessità di fare sistema per guadagnare; necessità, o opportunità: le tre stelle si possono costruire a tavolino per imprendervi.
Evviva, ecco infine una lettura critica sulla ristorazione attuale. Ma non si può che avere un pamphlet? Infatti nel libro prevale una protesta sentimentale, dove la parte offesa è l’emozione, la fantasia con cui si va a ristorante. L’essere un oggetto investito di fantasie alle quali non si può pensare su è una caratteristica del ristorante? È una bella pista: se ne può parlare solo come di luogo idealizzato e preteso. Il libro è di 140 pagine; solo alla quarantesima trovo interessanti indizi di contesto. Prima c’è un’appassionata querimonia sullo chef che riceve tre stelle e perde la testa; da allora in poi non sarà più lì, a occuparsi del ristorante. E il piccolo paradiso che quel luogo era, o avrebbe potuto essere, svanisce.
Per capire cosa significhi essere lì, va fatta un’analisi che F.S. non fa, poiché lui chiede una partecipazione emozionale a un sentimento di perdita, non ne propone una lettura critica. Non mancano però elementi per questa lettura.
Che si dice a pagina 40 ? « Il n’y a pas à tortiller, un restaurant étoilé n’est pas rentable. A peine dégage-t-il un petit 1 à 2 % de marge, lorsque tut d passe bien. Car rien n’est trop beau pour rassasier cette satanée étoile […] Voilà pourquoi un chef qui ha décidé d’entrer dans ce système et qui, tout en même temps, souhaite vivre correctement est quasiment contraint à se diversifier ». In altri termini, poche storie, il costo economico di un ristorante pluristellato è altissimo; se vuoi guadagnarci decentemente, deve fare parte di un’impresa più grande e diversificata, che usi le stelle nell’immagine. Questa è la regola del sistema stellato. Se ci entri, la accetti.
L’A. aggiunge : « Morale de l’histoire, rien ne vaut un restaurant dans son terroir, avec son passé et le chef à bord. Le reste c’est marketing, business […] très fin XX, dans son côté virtuel, cynique» (p.42). Ovvero: se sei stellato e vuoi guadagnare decentemente devi fare impresa; ma se la fai, per il cliente il sognato appagamento svanisce: diventa un ristorante matrigna, che delude. Lo chef deve stare lì; il resto è cinico marketing fine XX secolo (a cinico F.S. aggiunge virtuale, a mo’ di insulto; vengono in mente le diffidenze verso la pentola a pressione, durate secoli: è stata inventata nel XVIII).
F.S. non distingue tra le attese, le fantasie collusive che organizzano il rapporto tra ristorante e clienti da un lato, e le competenze organizzativa, di impresa, di conoscenza della domanda, del mercato dall’altro. Il suo discorso scorre entro categorie solo emozionali; entro questo vissuto, il mercato è cinico marketing. A un certo punto ci parla, come caso esemplare di cuoco vero, di uno bravissimo, con una sola stella, che fa cucina buonissima, dedito ai fornelli, che regala gioia a chiunque si si inerpichi fino a lui che se ne sta in un posto bello ed eremitico; ma scopriamo che a volte la sera non ha nemmeno un tavolo occupato (insomma, ci fa preoccupare per lui).
Chi è François Simon? Un critico gastronomico “importante”, a lungo presso Le Figaro. Si dice sia stato il modello per l’Anton Ego di Rattatuille; tra i suoi blasoni, anche l’accusa di aver provocato il suicidio di Loiseau con un articolo che riportava la voce che avrebbe perso la terza stella. È importante anche vedere come si presenta nel libro: come uno che è dalla nostra parte. Ci tiene a chiarire che non è un erede dei gourmet del XVIII secolo, un esperto antipatico che ci fa sentire incompetenti, che fa parte di una cricca di saputi che sono i soli umani che gli interessano e che vuole imporre ai profani dipendenza ed esclusione. Si rivolge invece direttamente a noi profani ben intenzionati (a godere dei ristoranti), ed è sì molto esigente, ma proprio come noi, come uno che al ristorante cerca felicità, e che quando la trova la divide con noi.
Altrove (non in questo libro), si dibatte assai il tema dell’attendibilità della critica gastronomica, come ci fossero due schieramenti: gli esperti qualificati e gli improvvisati, i cartacei e i virtuali (sempre con nota di spregio). Contrapposizione surrettizia, dico io. Che sostituisce l’esplicitazione dei criteri e delle parti in causa. Piuttosto mi chiederei: la critica gastronomica può avere come oggetto i suoi miti? Che ne so, quelli del palato, del ristorante-paradiso, dello chef che deve stare lì, delle stelle Michelin, della trattoria verace, della cucina della nonna, del territorio, del guardare solo dentro al piatto, del ritorno al gusto naturale delle cose etc.… F.S. in parte si prova in questa analisi, in parte è immerso nel mito. Vediamo fino a dove si può arrivare, con lui.
Allora: F.S. ci dice che le stelle Michelin sono parte di un sistema di marketing, dove grazie alle stelle (che non hanno autonomia economica, specie crescendo il loro numero e con quello l’esigenza di lussi anche dementi, che non ripaghi nonostante prezzi indecenti) puoi attivare una serie di iniziative diversificate sul cibo, a costi di mercato, che permettono un’economia di insieme. Tale impresa può derivare dall’espansione di un ristorante in loco, vedi Blanc a Vonnas, o da espansioni internazionali, vedi Ducasse, che sembra Cluny (paragone mio: la chiesa madre figliò un numero impressionante di abbazie, tutte nello standard). Ma se Blanc più o meno resta lì, anche se non fa altro che un giro finale tra i tavoli come un ostensorio, gli altri sono sempre in aereo, persi tra le nubi del cielo e della fama, e a terra – e in Francia, questo è il dolore di F.S. – non resta più nulla, mentre ci chiediamo perché mai andare a mangiare cucina francese a Osaka. Con lo chef in fuga, le cucine stellate sono troppo spesso luoghi inanimati, conchiglie vuote. Si vuole esportare l’inesportabile, una cucina francese di corte, per altro insopportabile nella sua sufficienza verso le altre. Spesso sono meglio i fratelli minori dei ristoranti stellatissimi, sono locali dove gli chef si rilassano, i prezzi diventano più umani, i piatti meno isterici, più semplicemente buoni, più corrispondenti all’attesa, il servizio meno ingessato (vedi gli Atelier di Robuchon o Le Coquillage di Roellinger – per inciso, provati entrambi, ottimi; purtroppo Le Coquillage nel frattempo ha avuto tre stelle).
Quanto all’inglese Ramsay, arriva a Versailles (pare gli sembri un po’ avventuriero), dove un cliente francese e meno che mai parigino mai metterà piede, ma gli inglesi e gli americani accorrono, e fa un cucina tristellata accattivante e non eccezionale in ambiente debitamente kitsch (vedi le poltrone-conchiglia). Qui l’operazione parte da grossi investitori che, budget alla mano, si chiedono dove piazzare delle stelle (una, due, tre, qui, lì), e poi si attrezzano: location, chef – già con un nome, non perdono tempo con i giovani – e tutto il resto che occorre, tipo di cucina, di servizio, per far contenti gli ispettori Michelin.
La Michelin va bene per fare business a chi sa stare nel sistema fronteggiandolo, prevedendolo e programmandolo, mentre rovina le imprese impreparate o nolenti. In questo sistema, è un “partner” difficile e a volte importuno. Ad esempio, troppo spesso le stelle arrivano tardi: che se ne fa Roellinger a cinquant’anni, quando le meritava a trenta ed era allora che andava supportato? Io ricordo che Roellinger a cinquant’anni aveva detto che era troppo vecchio per i fornelli e si era sfilato dalle tre stelle: quando siamo andati a cercarlo nel 2010, abbiamo trovato appena chiuso il tre stelle in paese, ma più in là sulla costa un indimenticabile Le Coquillage, allora definito da Michelin, con due forchette, bistrot allettante con cucina influenzata da Roellinger; Roellinger operava dietro le quinte; come dicevo oggi ha tre stelle: si è rovinato? Un po’ lo temo. Poi, sempre F.S.: perché dare due stelle a un’immatura Hélène Darroze giovanissima, che quando stava nella sua provincia era incantevole ed è stata danneggiata dall’improvvido successo? (boh, questa estate a Parigi ci è piaciuta assai, più di un bistellato e un tristellato visitato in contemporanea… perdonate le note biografiche). Aggiunge F.S.: un bel ristorante che vive di un equilibrio locale, magari in provincia, ottimo in ciò che fa, amato dai clienti abituali, viene tristellato e tutto precipita; non regge la pressione della valutazione, delle frotte i nuovi clienti pieni di fisime, dell’attesa che tutti suoi piatti siano una folgorazione, e non lo sono. I nuovi clienti sono una peste. Si deduce che lui stesso da vecchio cliente era un buon cliente, ma ora è pessimo perché con l’attesa di essere strabiliato. Arriva “un public esxigeant, intraitable, habitué aux cannonades de l’excellence” (p.67). Lui stesso appunto, avendo mangiato questo e quello in attesa dello spirito santo, valuta che “il n’y a pas ce coup de tonnerre” (p.68; ma che accidenti voleva?).
Dunque, il medesimo F.S., che trovava incantevole un posto prima delle tre stelle, ecco che se ci torna dopo le tre, diventa capriccioso, vuole essere folgorato, attende un colpo di tridente in mezzo alla fronte (come dirà poi); non sarà che anche lui, come lo chef, ha perso la testa? Dovremmo un po’ parlare delle attese dei clienti: anche quelle fanno parte del sistema che con tre stelle sembra doparsi. Io rilevo che oggi, settembre 2017, fa scalpore Sébastien Bras, tre stelle, che vuole uscire dal sistema (e Michelin non sa se può concederglielo).
Del resto sopprimere la Michelin sarebbe come “supprimer la télevision dans le paysage français” (p. 59); insomma, è impensabile. Ma F.S. dice anche che un’epoca è terminata. C’è stato un tempo – aggiunge - in cui la Michelin non perdeva un colpo, la gastronomia francese era inquadrata perfettamente, regnava l’ordine gastronomico, si conoscevano le grandi tavole una per una, i gourmet pattugliavano tutto il territorio. Da vent’anni a questa parte tutto è cambiato (il libro è del 2008; terminata già allora). A cominciare dagli chef, che non è più scontato che inseguano le stelle. Ma anche la clientela è cambiata: molti hanno capito che si gioca a épater le bourgeois con prezzi imbarazzanti, inaccessibili, violenti: “Les prix n’ont jamais été aussi violents” (p.63) .
Non c’è più un inno nazionale della cucina francese, e più in generale mancano regole condivise, è finito il predominio della cucina occidentale; questo è affascinante, dice F.S., ma la critica annaspa. Anche la pretesa del magazine britannico Restaurant di individuare i 50 migliori ristoranti è fuori luogo, le classifiche sono ripetitive, la vastità del mondo ignorata (centratura sui paesi anglofoni, paesi asiatici zero; lui ha partecipato come Figaro, tentando di riequilibrare, ma c’era poco da fare). Nel mondo si mangia bene dovunque e in molti modi diversi (ehi, grido io, F.S. sta dicendo che il ristorante è finito! Poiché mica è mangiar fuori, il ristorante, ma una precisa forma storica del mangiar fuori, nata il Francia nel XVIII; altrimenti avremmo dovuto da subito parlare dei ristoranti cinesi, che ci sono da mo’); se questo è vero, è demente volere fare classifiche verticali.
Inoltre, la Michelin non solo non sa più se seguire la sonnolenta tradizione della guida o buttarsi sulla novità, ma non conosce più la situazione. Gli ispettori sono diminuiti e i ristoranti enormemente aumentati. Le valutazioni sono discutibili, ne abbiamo già visto diversi aspetti, ma ce ne sono di cocasse: grottesche, bizzarre; per dirne una, la Germania ha più stelle dell’Italia.
Quanto alle altre guide cartacee, rarefazione, vuoto, mutamenti radicali. Avanza internet. Non si potrà resistere al servizio che può dare, per esempio ai prezzi dimezzati dei tavoli invenduti che possono essere comunicati da un app. quando si è in giro e si vuole andare a mangiare. Né si può continuare e tirare la corda di un malcostume diffuso di compravendita di un pezzo, di una recensione, che ha gettato discredito su tutto il genere di pubblicazioni. Facendo vittime tra gli chef, che ora incensati ora puniti a capriccio si perdono in narcisismi isterici, e tra i lettori che finiscono con il sentirsi irretiti: vanno in luoghi ipercelebrati cercando l’esperienza mistica, e quando non la vivono si sentono gabbati e/o esclusi per una dannata incapacità del loro palato, dall’ambita casta degli intenditori.
Nel frattempo, i buongustai si stanno facendo altre reti di informazione: loro stessi, gli amici, i blog, qualche guida, vanno in posti che tengono segreti, hanno i loro giri… tornerà la cucina naïve, bruta (buona), è questione di tempo. La cucina è un’arte vivente, che ha bisogno di cuochi altrettanto vivi, presenti. “Morale de l’histoire, rien ne vaut un restaurant dans son terroir, avec son passé et le chef à bord” (p.42 ; qui entra in gioco un termine ricorrente e pesante: se la cucina è arte, quali sono le condizioni della sua produzione ? può esserci uno spartito?). Arte per la quale ci sono i tanti cuochi dediti, veri, che stanno nei loro ristoranti a cucinare degnamente, avvolti dai vapori delle loro pentole, quelli che vogliono la felicità, loro e dei clienti; perché se si esce dagli stereotipi, in Francia non si è mai mangiato così bene, ma bisogna andarseli a cercare.
La specificità polemica del discorso e il suo limite stanno nel non vedere un sistema di interdipendenze che includa in sé queste differenze – investitori che mettono soldi per creare stelle, ristoranti stellati che diventano imprese diversificate, buoni ristoranti che vivono del rapporto ristorante /cliente e altre non contemplate, e legga la dinamica dell’insieme, poiché è un insieme.
Manca ancora una parte importante del discorso. La sua componente simbolica, mitica, emozionale. Gli chef super stellati infatti, non sono solo in giro, sono anche fuori di testa. Sia perché si sentono vicini a dio, sia perché temono la caduta. Le stelle scendono in terra e risalgono in cielo con criteri che spesso dio solo sa; se sei nel sistema stellato e le perdi, hai perso più che tua madre. Se ne deduce che vivi nel panico. Ma tutto il sistema stellare è fuori di testa. Si parla di sfruttamenti del personale (stagisti schiavizzati da chef mitici, che ringraziano il cielo di essere schiavizzati da loro); di occultamenti della natura dei prodotti che la moderna tecnologia permette di manipolare in modi che esplicitati non ci piacerebbero per nulla; di dementi miniaturizzazioni di piatti che accettiamo acriticamente, in un mondo di supernutriti che si preoccupano della linea entro un osceno dibattito, che ignora la metà del mondo che muore di fame; dei piatti “faisant travailler les méninges mais guère l’appetit” (p.53), di attese di trovare l’emozione che rapisce, del non trovarla, del chiedersi se non si è in grado di provarla. “On voulait rejoindre un club fermé, on reste au judas de la porte” (p.53) . In questi ristoranti non ci vai se ti piace mangiar bene, ci vai se insegui illusioni: ci trovi una “clientèle d’illusion. Guère de gourmets” (p.58). Questi ristoranti “ces tables nouvelles étaient enfants du marketing” (p58), sono per nuovi ricchi e gourmet di un giorno, non per buongustai.
Concludo con temi sparsi:
Copiare: nella cucina classica fa parte del gioco, mica reinventi la crème brûlée; nell’attuale, è una tentazione irresistibile. Del resto, la creazione originale è possibile, ma non è la regola; il decimo punto del decalogo Gault e Millau: sarai creativo, è quello da temere di più.
L’atmosfera. Fa parte del gioco (diamine! aggiungo io); fa l’esempio di un luogo dove ci sono parigini, c’è vita, c’è un “fleuve d’humanitè” (p.90).
La resistenza della Francia a Slow Food. La Francia dorme su un materasso di allori. Non ci sono buone pizze, buoni cous cous, buoni sushi. La diffusione di stereotipi da parte di giornalisti stranieri che vengono al capezzale della gastronomia francese: fine dei bistrot, museificazione della grandi tavole, sparizione dei prodotti del territorio, dei buongustai…). Mentre fiorisce tutta una cucina buona, non abbastanza conosciuta.
La felicità (le ideologie del benessere e della salute) ha sostituito il piacere gastronomico.
 

giovedì 9 luglio 2026

Hyderabadi Shahi Egg Curry. Uova alla moda di Hyderabad. India del Nord


Siamo in Uova. Di gallina, salmone, quaglia, oca, in particolare, Monografie. India. Uova al curry

Vedi ginger garlic paste: 1 cup di zenzero fresco grattugiato, 1 cup di spicchi d’aglio ridotti in crema - 1 cucchiaio di curcuma, un cucchiaio di olio di sesamo (o di olio di cocco, o di ghee), mescolare. Si conserva in frigo. Non avendola, coniugare aglio e zenzero ridotti in crema. 

Da Artemisia

Hyderabadi Shahi Egg Curry: uova sode in una salsa a base di cipolle caramellate, anacardi, zafferano e yogurt. Lo stile di cucina Hyderabadi mescola influenze Moghul, arabe e turche. Da Hyderabad, capitale del Telangan, stato centro meridionale. Shahi: reale. Pare sia da provare il Shahi Murgh, un piatto con il pollo. Le Egg Curry, come già raccontato, sono un'ottima idea anglo-indiana, oggi diffusa in tutta l'India. Che si fa con una ricetta siffatta? Quello che si fa con tutte le ricette indiane: una fila ordinata per tappe di ciotoline. Una con le uova, una con le spezie intere, una con le cipolle affettate, il barattolino della ginger garlic paste, una con la frutta secca ammollata e la farina di cocco, una con lo yogurt battuto insieme al peperoncino e la curcuma e il coriandolo, una con lo zafferano e il garam masala, una con il fieno greco e la panna, una con le foglie di coriandolo. 10 ciotoline, tutte in fila. E poi con un un'unica padella, si fa un po' di metti e leva. Se le ciotoline sono lì, tutto scorre.   

6 uova sode vanno sgusciate; poi prima di immergerle nella salsa, possono essere, o no, leggermente fritte. Io l'ho fatto. In ogni caso, inciderle perché assorbano la salsa. 

Scaldare 2 cucchiai di olio vegetale e 1 cucchiaio di ghee in una padella. 

Rosolarvi delle spezie intere: 1 cardamomo nero, 3 chiodi di garofano, una stecca di cannella (circa 2,5 cm) e 1 cucchiaino di semi di cumino, finché non sprigionano l’aroma. 

Aggiungere 2 cipolle grandi pelate e affettate finemente, e cuocere a fuoco medio fino a doratura. 

Unire 1 cucchiaio di ginger garlic paste e rosolare per 1-2’, finché non scompare l'odore di crudo. 

Togliere il composto di cipolla dalla padella, rimuovere le spezie intere, frullarlo insieme a 10-12 anacardi (prima messi in ammollo), 1 cucchiaio di semi di papavero (o di melone, precedentemente ammollati), 1 cucchiaio di farina di cocco, qualche cucchiaio d'acqua, fino a ottenere una crema liscia e densa. 

Nella padella vuotata rosolare le uova con eventuale aggiunta di ghee, toglierle.

Versare il composto nella padella. 

Abbassare la fiamma e incorporare 2 cucchiai di yogurt sbattuto con 1 cucchiaino di peperoncino rosso del Kashmir in polvere, 1 di curcuma e 1 di coriandolo in polvere. 

Cuocere per 3-5' finché l'olio non affiora. 

Versare mezza tazza d'acqua (o fino a una tazza per una salsa più liquida) e portare a ebollizione. 

Aggiungere un pizzico di zafferano (prima lasciato in infusione in 2 cucchiai di acqua calda) e ½ cucchiaino di garam masala .

Immergere delicatamente le uova sode nella salsa. Cuocere a fuoco lento per 5’, affinché assorbano i sapori. 

Sbriciolare 1 cucchiaino di foglie di fieno greco essiccate e incorporarlo a 2 cucchiai di panna fresca

Aggiungere.

Spegnere.

Guarnire con coriandolo fresco (o menta).

Servire ben caldo con naan o riso basmati.














mercoledì 8 luglio 2026

Catherine Perlès - Le strategie alimentari nell’età preistorica

Cueva de las manos.

Perlès, C. (1997). Le strategie alimentari nell’età preistorica, 
In J.L. Flandrin & M. Montanari (Eds.) Storia dell’alimentazione [History of nutrition] (pp.12-25). Roma - Bari :Laterza.

Potrebbe sembrare esagerato che mi avventuri fin qui studiando il moderno ristorante. Trovo invece dati interessanti, che si integrano con la destrutturazione dei confini tra umano e animale presente nel contributo di Flandrin nell’introduzione al medesimo volume; confini che tutta la storia dell’alimentazione continua a ricordare come da definire e ridefinire. 

Quali sono le specificità umane nell’alimentazione?
Punto uno: le scelte alimentari dell’uomo sono un caso unico tra i primati per ricchezza e varietà.
Punto due: il carattere sociale e rituale del consumo alimentare contribuisce alla specificità dall’alimentazione umana. 

Estendiamo il punto due: “L’alimentazione preistorica non rispecchia unicamente esigenze nutrizionali: se questa fu la situazione agli albori dell’umanità, essa è poi divenuta progressivamente l’espressione di scelte culturali. Rispecchia un’ideologia e, più avanti nel tempo, i rapporti di potere. A tal riguardo, in Europa, l’importanza sempre crescente della caccia sul finire del neolitico è significativa: determina principalmente l’uccisione di cervi, un animale cui è attribuito un forte valore simbolico, e accompagna i primi indizi di ineguaglianza sociale e l’affermarsi di élite. Il mancato addomesticamento del cervo è una vera e propria scelta socioculturale e il fatto che, allo stato selvatico, esso venga per così dire “trapiantato” fuori dal suo territorio d’origine denota l’importanza ideologica del “mondo selvatico” (p.24). 
In nota, citando uno studio di J.D. Vigne sul Neolitico, aggiunge: “I cervidi sono facili da addomesticare. Eppure vengono “trapiantati” allo stato selvatico, soprattutto mediante barche, su isole in cui non si erano sviluppati spontaneamente” (p.24).

Badare bene: l’ipotesi che agli albori ci fossero solo esigenze nutrizionali è un’ipotesi; le scimmie citate da Flandrin (1997), quelle che infilano patate in acqua salata prima di mangiarle, potrebbero sconfermarla anche presso i macachi: lo fanno davvero per esigenze nutrizionali? Flandrin lascia in sospeso la questione: non sappiamo perché lo fanno. C.P. non manca di dirci come siamo ideologicamente orientati e suscettibili quando parliamo di ciò che è umano: soffermandosi sulla dibattuta questione se i primi umani fossero o no mangiatori di carogne al seguito di grandi carnivori, ci dice come sia palese negli studiosi la difficoltà ideologica e non scientifica di considerarne la possibilità.

C.P. si avventura sul terreno della nascita della cucina: dando comunque per scontato, pur dicendo che non possono che essere congetture, che inizialmente l’alimentazione fosse pura soddisfazione di un bisogno naturale (non si sofferma quindi sui dubbi che ci mette Flandrin, dà per scontato un passaggio dal “naturale” degli esordi al successivo “culturale”); afferma così che l’archeologia ci dice come l’alimentazione si riveli progressivamente essenziale all’organizzazione dell’identità sociale e come rispecchi precise simbologie. Noi che la sappiamo lunga, esitiamo a pensare che ci sia una mente a noi vicina che non abbia da subito, da sempre, investito di emozionalità, quindi di senso simbolico, ogni oggetto di realtà, figurati il cibo. 

Quanto alle ricette, quando sono nate quelle sofisticate, elaborate? E i cuochi? Ne abbiamo notizia all’epoca delle grandi civiltà mesopotamiche. Ma i cacciatori – raccoglitori a noi noti, ammesso che possano servire da riferimento per la prima epoca dell’uomo, non ne hanno.
Però se pensiamo alle pozioni magiche, alla farmacopea, la faccenda cambia: lì sì che c’erano ricette sofisticate. E il bere sostanze fermentate, non inizia anche quello con le pratiche rituali? Vengono alla mente i mirabili vasi 
Shang e Zhou, ca. 1600-771 a.C.: da quanto durava quella pratica? 

Settori più accessibili allo studio dei dati, come quello tecnico, ci dicono che l’uso rituale e simbolico ha spesso preceduto l’integrazione di usi e costumi nella vita quotidiana.
Allora, che ne deduco? Insieme alla nostra appartenenza al mondo animale, su cui dovremmo smettere di fare storie, rilevo di nuovo la grande importanza dell’ambito simbolico – della “bizzarra” attribuzione di senso alla cose - come specificità umana (ammesso che i macachi non abbiano da ridire); quella che stiamo ampiamente ignorando oggi. 

***
Catherine Perlès è un'eminente preistorica e tecnologa litica francese, specializzata nel Neolitico greco e nelle industrie in pietra scheggiata. Nota per i suoi lavori alla grotta di Franchthi e il libro "Preistoria del fuoco", ha lavorato presso il CNRS e l'Università di Parigi X. È un'esperta riconosciuta nello studio funzionale degli strumenti preistorici.

lunedì 6 luglio 2026

Castagnaccio con le mele e la finocchiella. Liguria



Siamo in:

Culture e territori, ItaliaLiguria.  

Dolci Nudi, Dolci nudi. CastagnacciDolci nudi. Torte con le Mele

ProcedureArricciolare, incidere, cesellare.

Da Artemisia

Non so più dove ho trovato questa ricetta, attribuita alla Liguria; certamente il castagnaccio non conosce il confine tra Liguria e Toscana. Ne ho fatta anche una versione con le pere: Castagnaccio con le pere e la finocchiella

Mescolare, evitando i grumi, 500g di farina di castagne con tanta acqua e latte in parti uguali  da scioglierli bene.

Mescolarvi della finocchiella e dell'uvetta.

Aggiungere un pizzico di sale. 

Mettere il composto in una teglia; che raggiunga un'altezza di un cm (ho usato un magnifico testo di rame di 34cm).

Farvi dei giri di sottili fette di mela.

Spolverarci sopra altra uvetta e semi di finocchio.

Farvi uno zig zag di olio d'oliva.

Infornare a 180° far cuocere circa 30'.









venerdì 3 luglio 2026

Peperoni ripieni vegetariani

Siamo in:

Verdure e VegetaliVerdure e vegetali. RipieniVerdure e Vegetali. Di tutto un po'. Peperoni.

Procedure, Friggitrice ad aria

Vedi anche Peperoni cornetto gratinati

Da Artemisia

Lei si chiama Nuvola e studia con me. 

Due peperoni, uno rosso e uno giallo, belli polputi, vanno lavati, affettati a grosse falde, puliti da fibre e semi. 

Farcia

Tre - quattro fette di pane casereccio vanno ben abbrustolite (ho usato la friggitrice ad aria) e triturate molto grossolanamente nel mixer. 

Aggiungere una cipolla pulita, affettata e tagliata in tocchi, e un grosso spicchio di aglio pelato e tagliato a fette. 

Triturare ancora nel mixer, fino a cipolla tritata non troppo minutamente. 

Versare il tutto in una ciotola.

Aggiungere sale e pepe nero appena macinato. 

Triturare al coltello un mazzo di erbette miste (sul terrazzo e acchiappo di tutto, dal rosmarino, alla salvia, al prezzemolo, al coriandolo, alla maggiorna...).

Aggiungere nella ciotola.

Aggiungere 100g di parmigiano e pecorino grattugiati.  

Aggiungere due o tre giri di olio d'oliva

Aggiungere tre cucchiate di olive taggiasche denocciolate. 

Aggiungere un uovo.

Mescolare bene.

Farcire le falde di peperone.

Sono state cotte in friggitrice ad aria in due tornate, 160° per 15', poi 180° per 15'. 






giovedì 2 luglio 2026

Jacques Wilhelm - La Vita quotidiana a Parigi ai tempi del re Sole. 1660-1715.


Wilhelm, J. (1984). La Vita quotidiana a Parigi ai tempi del re Sole. 1660-1715 [Daily life in Paris during the time of the Sun King. 1660-1715]. Milano: Bur (Original work published 1977).

Cerco notizie sui ristoranti, e i tutti i testi sinora consultati (parecchi) ne indicano compatti (anche troppo) la data di nascita tra il XVIII e il XIX, nella Parigi pre e post rivoluzionaria. Indicando come primissimi - nel nome, restaurant – certi posti dove si vendevano bouillon ristoratori a gentiluomini nevrotici (dice uno degli A.) e anche ad alcune gentildonne pioniere che trovavano salette a loro riservate. Prima non c’era nulla? Silenzio di tomba. Al più si nominano i caffè, di cui i restaurant sarebbero stati parenti, solo che vendevano bouillon. Ciò che c’era prima, nel campo del mangiare fuori, era abissalmente differente? Solo tavernacce con tutti allo stesso tavolo, a sbobbarsi zuppacce già pronte a prezzo fisso? 
Finalmente con questo libro sfondo una porta chiusa, ed entro nel tempo di Luigi XIV. Scopro che c’era un universo di bettole, taverne, locande, tutt’altro che tutte uguali (come era possibile?). C’erano anche certi posti chiamati cabaret, che l’A. definisce una sorta di trattorie (forse con piccoli spettacoli di accompagnamento). Nel 1670 ci sono milleottocentoquarantasette trattorie e duecentoquattro cabaret. Ce ne sono di tutti i tipi: da miserabili a lussuosi; in questi c’è biancheria ricamata, coperti d’argento. Da un certo “Renard”, nel giardino delle Tulieries, “i prezzi arrivano a livelli vertiginosi per dei pasti raffinati in una lussuosa cornice” (p. 175; altro che tavernaccia). 
Li frequenta un mondo variegatissimo, dal popolino, ai nobili, agli intellettuali. Gli scrittori ci lasciano memoria di banchetti memorabili. Da un certo Guerbois, all’epoca famoso, il conte di Béchemel va in cucina a inventare la celebre salsa (immaginiamo un mondo in cui le ritualità erano ben diverse da quelle del ristorante del XVII-XIX: il conte non è un cliente attento alla qualità-prezzo, è un gentiluomo che si appropria “da padrone” di uno spazio pubblico dove si sente più libero che a casa sua, “privatizza” il cabaret). 
A proposito di intellettuali: è in genere poco esplorata la funzione del mangiar fuori come momento di aggregazione di élite maschili, spesso contropoteri: “il libertinaggio intellettuale, cioè l’ateismo, vi trovava un terreno ideale” (p175); funzione presente in questa epoca, e ancor più con Luigi XIII, meno censore di Luigi XIV: nelle taverne e nei cabaret si faceva opposizione. Ricordiamo alcuni ristoranti della Rivoluzione, “sede” dei vari movimenti rivoluzionari. Ricordiamo anche il bere, connesso al genere maschile e al farlo prevalentemente fuori casa: è un’attività in qualche modo “pubblica” e aggregatrice, anche entro sfide (la virilità comprovata dal reggere l’alcool). Tutto questo accade in taverne, osterie. Il conformismo borghese che nasce insieme ai ristoranti spazza via tutto questo e lo confina nelle taverne? Coltelli dalla punta arrotondata, sussurrare, star ben lontani gli uni dagli altri? E come consideriamo i “pranzi di affari”?

mercoledì 1 luglio 2026

Turta di patate con porri e panna. Cucina bianca. Liguria


Siamo in:

Culture e territoriItaliaLiguria.

Torte salate, Torte salate. Con le patateTorte salate chiuse, vegetariane. Liguria.

Vedi anche Frandura: torta di patate. Liguria, Patate in tà foglia - Patate nella teglia. LiguriaTorta Pisciarada. Torta di patate, Liguria, Imperia

E' una ricetta della Cucina bianca ligure: quella della transumanza che attraversa la civiltà delle malghe delle Alpi Marittime. Dalle sfumature candide del latte appena munto, della panna affiorante, della ricotta, all’avorio che man mano scurisce del burro e dei formaggi più o meno stagionati. Poi cereali, e ortaggi bianchi: porri, aglio, rape, patate. Non stupisce perciò che qui ci sia della panna; certo, non quella di affiormanto, però...

Da Artemisia, ricetta trovata in cucinaligure.info

Anche qui la sottile pasta matta, che ho steso in quattro veli perché mi scappò la mano con l'acqua e ho dovuto aggiungere farina andando oltre i 200g previsti, si può dire strufugghiata, come nello Strufuggiu. Pasta matta, olio d'oliva, basilico, formaggio, da strufuggiâ, strofinare, sfregare. 

Pasta

200g di farina00, 2 cucchiai di olio d'oliva, sale, acqua tiepida quanto basta per avere una pasta liscia e morbida. Farla riposare almeno 10' sotto una pentola calda (meglio se di più, anche molto di più).

Farcia patate - porri - latte - formaggio

800g di patate, lessate e passate nello schiacciapatate. 

Far appassire in olio d'oliva 2 porri tagliati finemente. 

In una ciotola: patate, porri, 200ml di panna, 100g di formaggio grattugiato (parmigiano pecorino).

Mescolare; il tutto deve essere morbido, aggiungere se necessario latte

Salare e pepare

Allestire e cuocere

Dividere la pasta a metà, stendere la prima molto sottilmente in un disco (come dicevo, metto troppa acqua, aggiungo farina, ho più pasta, faccio quattro dischi, due sotto e due sopra, tra un disco e l'altro spennello con olio d'oliva).

Adagiatelo una teglia di 34cm di diametro spennellata di olio d'oliva

Distribuiteci la farcia. 

Fare un altro disco di pasta, coprire la turta.

Ripiegare sulla turta i bordi di pasta, plissettandoli. Tra l'uno e l'altro fare un giro d'olio d'oliva.   

Spennellare sulla superficie olio d'oliva emulsionato con del latte

Punzecchiare la superficie con i rebbi di una forchetta.

Forno a 200° per circa 40'.









 

lunedì 29 giugno 2026

Insalata di carote con yogurt, cannella ed erbe, Ottolenghi

Siamo in Verdure e Vegetali, Insalate. Di tutto un po'.

Vedi anche Insalata di carote mediterranea, arabo-israeliana.

Artemisia
da welcome.bakery, più o meno fedele alla fonte. 

Mercedes mi precede e grattugia carote senza attendermi. Avrei voluto una consistenza più spessa, forse una julienne. Poi insomma va bene anche così, evitando di proporre un non estetico ammasso di un arancio impallidito con la discontinuità delle carote non condite, dei fiocchi di yogurt, delle foglioline. La salsa allo yogurt ha davvero un bell'equilibrio di aromi. Torno sull'ammasso: questa storia dell'insaporire punta dritta verso quello; dopo aver assaggiato, penso si possa evitare, anche l'unione al momento di salsa e carota è ottima. Non avevo l'aneto, ahimè

Lavare e pelare 1 kg di carote, grattugiarle con una grattugia a fori larghi o tagliarle a julienne. 

Salsa allo yogurt

In una ciotola, mescolare 200g di yogurt greco con 3 cucchiai di olio extravergine d’oliva, 60g di crème fraîche (sostituita con panna fresca), 2 cucchiai di aceto di mele, la scorza di un limone, un cucchiaino di miele, 1 piccolo spicchio d’aglio ridotto in crema e 1/2 di cucchiaino di cannella in polvere, 1 di menta essiccata

Amalgamare fino a ottenere una crema liscia. 

Versare la salsa sulle carote, aggiungere aneto, coriandolo, prezzemolo; regolare il sale e il pepe

Mescolare bene. 

Lasciar riposare in frigorifero per almeno 15-20' prima di servire, per insaporire.

Come si vede dalle foto, per evitare un effetto mappazza pallida, ho affiancato alle carote condite carote grattugiate intonse e fiocchi di salsa, e vi ho disseminato su foglioline. 






domenica 28 giugno 2026

Emanuela Scarpellini - A tavola! Gli italiani in 7 pranzi


Scarpellini, E. (2012). A tavola! Gli italiani in 7 pranzi [At the table! Italians in 7 lunches]. Roma - Bari: Laterza.

Cerco dati che mi permettano di capire la cultura del ristorante in Italia. L’A. studia la storia politica ed economica del Novecento, con attenzione ai consumi. Sono i dati sui consumi e il loro andamento in Italia dall’Unità a oggi l’aspetto più interessante del libro, quello per consigliarne lettura; gli aspetti culturali non sono altrettanto significativi per l’A., anche se ovviamente implicati.
Nota a margine: nella prefazione riferisce di un mito levistraussiano; un giaguaro, dopo avergli salvato la vita e averlo portato con sé a casa sua, insegna a un disgraziato brasiliano ad arrostire la carne (era il primo uomo che lo apprendeva). Quello lo tradisce uccidendogli la moglie, abbandonandolo e andando a spifferare tutto ai suoi, nel villaggio. Di qui l’apprendimento dell’uso del fuoco, e il famoso passaggio dal crudo al cotto, superando così il confine tra incultura e cultura. Il giaguaro infuriato mangerà da allora in poi carne cruda. Da studiare, questo mito: l’uomo esordisce come civilizzato tradendo l’animale, suo salvatore e maestro.
Il libro segue una scansione temporale. 1861-1880. Soffia un vento di nazionalismo post unitario. L’Italia è povera e arretrata. Vien proposto il pranzo del Gattopardo. Il principe invita a cena, controvoglia, il nuovo ricco villano, di cui non può però fare meno. Secondo l’A. siamo in un mondo fatto di regole, caratterizzato da “gerarchia e binomio inclusione /esclusione” (p. 8); il potere è di chi ha competenza culturale, quindi del principe. Perché l’altro, pur cercando di agire le regole, non può che tradire la sua ignoranza: l’abito da sera è di ottima stoffa e pessima fattura. Competenza culturale qui vuol dire conoscere le regole che conferiscono legittimazione sociale. Regole tanto più efficaci quanto più implicite. Un gastronomo, per dire, con il suo affannarsi a codificarle, dirle, sarà sconfitto da un uomo di mondo che si muove “naturalmente” sul terreno degli impliciti (l’A. cita l’habitus di Bourdieu). Implicite le regole, ma chiarissima deve essere l’esclusione che deriva dal non padroneggiarle. Se ne deduce che le uniche regole cui l’A. dà importanza sono quelle del potere (spesso le scienze sociali non conoscono altra modalità di rapporto). Sono regole che l’A. sopravvaluta e sottovaluta. Sottovaluta, perché non sono presenti solo alla tavola del principe di Salina, ma in moltissime tavole: regali, borghesi, contadine etc.; non si fa altro che incontrare tali regole, in un excursus sul cibo. Certo, molti A. le vedono solo in contesti “alti” (con alto grado di potere), mentre ci sono sempre. Sono anche regole sopravvalutate, perché potere alto/basso non è l’unica modalità di convivenza, forse perfino nella condivisione del cibo, dove la dinamica inclusione/esclusione, quindi il potere, è certo onnipresente.
L’A. cita il Galateo Melchiorre Gioja (1767 – 1829); da ricordare per la verifica di quanto i galatei della tavola puntino a salvaguardare la differenza tra uomo e bestia (p.16).
Poi appare un altro tema importante: l’antropofagia e il mangiar carne (l’A. accenna ai miti, alle fiabe in cui l’uomo diventa animale, l’animale diventa uomo, la loro frequenza); trattato a p.24. Per l’A. la carne, il cibo dei tabù, è il più desiderato da sempre, ed è il lusso dell’epoca di cui sta parlando. Sta fresco (dico io) M. Harris, che E.S. cita (molti lo citano), con il suo razionalismo materialista: figuriamoci se mangiamo ciò che è opportuno e sensato, come lui afferma con forza (se il Gattopardo non aveva la gotta, certo l’aveva il nonno del piccolo Lord). Prima di abbandonare il Gattopardo, ricordo che invece della minestra inziale prescritta dal bon ton francese, il principe vuole in tavola un meraviglioso timballo di maccheroni, con sollievo di tutti.
L’A. si lancia poi sull’abbuffarsi come degradazione o prestigio, con questa equazione: strutture sociali semplici, valore dell’abbuffarsi e differenze marcate dalla quantità; strutture complesse, valore della qualità, la quantità può divenire volgare. L’A. ipotizza perfino un’epoca in cui questo passaggio dalla quantità alla qualità avverrebbe, il XVII-XVIII, con la nascita dell’alta cucina (uhm: esistono strutture semplici? Uhm, vale l’ipotesi che la struttura sia la causa di una cultura? Uhm, possiamo pensare a una storia della cucina lineare? Altri hanno sconfermato che nelle corti medioevali ci si abbuffasse; il valore della ricchezza, della prodigalità, dell’ospitalità, del mangiare molto non sono identici: il discorso va articolato e differenziato; questo caso fa capire come l’A. consideri le culture: appendici di cambiamenti strutturali, che per altro senza interazione con quelle, le culture, ma in un rapporto causa - effetto, vengono a loro volta impoveriti).
***
1881 – 1900. Apogeo e crisi del liberalismo. L’A. guarda al mondo contadino. Esordisce con un tal Mazzarò, un contadino ricchissimo di un racconto di Verga, che sembra il Marchese di Carabas del gatto con gli stivali: miglia e miglia di fertile campagna sono sue; è un avaro perso, che accumula godendo dell’accumulo; è un morto di fame avido. Sarebbe esemplare dell’atavica fame del contadino (ma fame e avidità non sono la stessa cosa: questa confusione invita a riflettere). La condizione dei contadini è drammatica, più che in molta parte di Europa, e nel 1880 c’è pure una pesantissima crisi agraria. È una povertà a macchia di leopardo, quindi – udite – non si può disegnarne il confine ponendolo tra Nord e Sud, come accadrà dopo anni (evoluzione che meriterebbe più commenti di quanti non ne trovi nel libro). Problema italiano: la pressione demografica (già allora). Quanto ai contadini, manca anche quell’investimento identitario tra campagna e nazione che invece, per dire, in Francia si stava facendo. C’è una nota circa le donne e la gerarchia a tavola: si conferma la loro subordinazione, nel non sedervisi. Aneddoto: inizia l’interessante parabola del pollo, da cibo elitario a cibo diffuso. Poi l’A. si dedica alla dieta mediterranea: i contadini se la godevano? No. Anche qui c’è molto di mitico, tanto sulla dieta quanto sui contadini. Questa è l’epoca del frumento per i ricchi, e del pane nero per i poveri. Non è solo la qualità del cibo, è anche la valenza simbolica del pane a essere in gioco; valenza che esordisce per l’A. nel Medioriente, viene assunta dai romani, passa ai cristiani, arriva al medioevo e poi a noi, anche se oggi è in discussione la sua centralità.
***
1901-1914. Lo sviluppo industriale. Dall’’800 c’è stato un netto miglioramento in termini di salute e lunghezza dalla vita. Cresce l’industrializzazione, cresce la popolazione, il nuovo Stato promuove interventi speciali per il Mezzogiorno. Si creano infrastrutture, acqua, fognature, ferrovie.  Al contempo - udite! - cresce la spaccatura Nord - Sud. L’A. propone una Napoli invasa da cibo di strada; grandi apprezzamenti (sono ironica) di E.S.: “Come è naturale, tutta questa roba è condita in modo piccantissimo, tanto da soddisfare il più atonizzato palato meridionale” (p.77 ). Non so cosa voglia dire atonizzato: senza sensibilità? E.S. non deve essere meridionale; sembra continuare il pregiudizio artusiano verso la cucina del sud (la ignorò, e aborriva il piccante). Napoli è abitata da poveri che appena possono mangiano in casa, ma spesso non possono. Si ribadisce come il mangiar fuori non sia affatto sinonimo di ricchezza. A Nord si delinea il triangolo industriale. Milano viene proposta con un pranzo presso una famiglia operaia, con qualche agio e speranza di sviluppo; ne parlerò.
Quando nel 1953 l’ONU vorrà conoscere i motivi di tale miglioramento di salute e vita, lo studio indicherà come fattori igiene, medicina, reddito. Successivi studi (Thomas McKeown) diranno che il contributo della medicina in realtà era stato scarso fino a metà Novecento, quando arrivano gli antibiotici; eppure già prima si era visto il declino delle principali malattie infettive, fino ad allora prima causa di morte, come la tubercolosi, e delle epidemie. Perché? La risposta era stata: per il miglioramento della nutrizione, più l’igiene: mangiare bene e bere acqua pulita. Altri studi poi dimostrano (ancora una volta) che non c’è un’unica causa, ma fattori concorrenti. Lo stato “moderno” si adopera per migliorare la nutrizione, si pensa di educare le donne, si fanno corsi di economia domestica, entrano in campo gli esperti che parlano in nome del sapere nutrizionista, al contempo presidiano nuove forme di potere. Non ci meravigliamo perciò dell’accettazione parziale di tali indicazioni.
Esordisce l’industria alimentare, e con quella la pubblicità; il fuoco nelle case viene domato dalle stufe, arriva l’acqua corrente.
Nota a margine: l’A. dedica una pagina al consumo di vino: anche quello arriva dall’antichità attraverso greci, romani, cristianesimo; “era un consumo maschile, che segnava la socialità di genere” e veniva consumato prevalentemente fuori casa (p.97).
L’A., dicevo, descrive un pranzo operaio. Vediamo il sistema di relazioni. C’è una famiglia composta da un padre operaio, una madre che va a servizio, una figlia di 17 anni ricamatrice (frequenta anche un corso di economia domestica, vuole migliorare il suo lavoro), un fratellino. Cena: minestra d’orzo, carne di maiale fritta, insalata di patate, zabaione. Da bere, acqua; poi vino, soprattutto per il padre: la ragazza e la madre quasi non ne bevono, “ma il padre, guai!”. È la ragazza che prepara la cena e che sparecchierà. Serve anche a tavola; la madre si alza per aiutarla, ma la ragazza la invita a restare seduta. Il padre viene sempre servito prima e mangia più di tutti: “ [la ragazza] procede a versare la minestra fumante cominciando dal padre a capotavola – che inizia subito a mangiare” . Arrivati alla carne, “Il padre si serve per primo, mettendosi un bel po’ di frittura nel piatto […] si serve a più riprese, mentre la madre e la ragazza mangiano meno” (p.90).
Sembra che l’A. sappia che sta descrivendo un complesso sistema di rapporti con regole ferree. Il padre è a capotavola, servito sempre per primo; solo lui o quasi beve vino, e questo è indispensabile. Le donne servono, con una gerarchia: serve la giovane e non l’anziana, la quale però propone di farlo (gestire il servizio è anche un potere: viene ricordato che l’anziana non è fuori gioco e al contempo le si riconosce la preminenza sulla figlia: è una regola complessa). Alcune regole sono così “naturalizzate”, ovvero indiscutibili, che quasi non sappiamo più che sono regole, come quella per cui l’uomo mangia di più. L’A. cita come Bourdieu suggerisca che mangiar molto sia in rapporto con la virilità. Ma questo ce l'avevano già detto gli storici della cucina quando ci hanno parlato della cultura gernanica che si sovrappone alla romana. 
Tuttavia, commentando questa cena, l’A. torna sulla contrapposizione quantità/qualità con cui ha già distinto le epoche del cibo, che nel corso del tempo evolverebbero dal semplice (quantità) al complesso (qualità). E ci dice che qui, nel popolo, si cerca la quantità e l’“immediata soddisfazione” (“immediata soddisfazione” ricorre per tre volte in mezza pagina). Quindi “L’etichetta, la forma, la suddivisone delle portate qui [nel pranzo operaio] non contano, sono tutti vuoti formalismi” (p. 101). Resto di stucco: ma come, non eri tu che hai appena descritto un complesso rituale? Poi mi riprendo: quando si parla di cultura popolare, la tentazione di vederla come immediata, spontanea, e infine primitiva (l’immediata soddisfazione baypassa la cultura, la mediazione simbolica), è invadente.
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Fascismo, due guerre mondiali, 1915-1949. Dopo una piccola ripresa post prima guerra mondiale, siamo di nuovo in crisi di consumi. Il fascismo è caratterizzato da deflazione, crisi economica, autarchia, surrogati scadenti, rilancio del valore della frugalità, del risparmio, del mangiare italiano come sano e naturale. C’è un regresso alimentare che dura 35-40 anni e mantiene l’Italia lontana dai parametri europei. Eppure c’è un grande interesse per il cibo. L’A. inizia il paragrafo con un pranzo futurista. Dove tutto è immangiabile, ma è retorica e spettacolo (altro che banchetto medioevale). Nel 1929 escono il “Talismano della felicità” e il primo numero de “La cucina italiana”, nel 1931 la “Guida Gastronomica” del Touring Club, nel 1935 “Il ghiottone errante” di Monelli e Novello. In tempi di crisi, la tradizione alimentare e culinaria assume valore identitario. Le colonie alimentano la componente ricca ed esotica delle fantasie sul cibo: numerose specialità fanno riferimento all’Africa, magari per un colore un po’ scuro, tra marche di cacao e biscotti. Ma la realtà è una cucina autarchica, con qualche banana. La propaganda autarchica è rivolta soprattutto alle donne, che diventano per la prima volta autorevoli autrici di libri di cucina. Poi arriva la cucina di guerra. Ci vogliono anni per uscire da una continuità di emergenza: verso il 1950.
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La crescita economica. 1950-1973. Scelte fondamentali: la Repubblica; entro la guerra fredda, la scelta di campo atlantica; da cui l’integrazione nel mercato occidentale. Crescono società, economia, consumi, anche se non dappertutto. Una parte del paese stava cambiando. C’è l’emigrazione biblica dalle campagne alla città e soprattutto dal Sud al Nord. Ci sono nuove ricchezze e signore che dettano le buone maniere, prima tra tutte Donna Letizia. Grande o piccolissima, la cucina diventa americana e la regina della casa. Crescono gli elettrodomestici, i consumi, l’industria alimentare, la pubblicità. Soprattutto – ai miei fini – crescono i ristoranti di buon livello, nati dalla trasformazione di trattorie o di ristoranti d’albergo. Appaiono le prime recensioni sulla stampa. Gli intellettuali di sinistra e/o cattolici, d’altro canto, non sono prontissimi a diventare consumisti e/o gourmet. Giorgio Bocca da La Cucina Italiana tuona contro l’eccessivo interesse per la cucina. Esplodono i primi scandali sulle frodi alimentari (olio, vino, pane, burro adulterati) rafforzando una serpeggiante diffidenza. Al contempo, con il turismo automobilistico nasce il Belpaese con il binomio museo/trattoria.
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La società affluente. 1974-1993. Si è passati di colpo dall’indigenza all’essere una società affluente. Si fa parte delle potenze industriali. Pubblicità, televisione, consumo. Crisi politica gravissima, anni di piombo. Crisi petrolifera. Riforme sociali rivoluzionarie (divorzio, aborto, famiglia, lavoro, salute mentale, scuola…). Costruzione del welfare. I consumi crescono ancora, con un’accelerazione tra il 1984 e il 1990. La televisione è sempre più centrale, soprattutto dopo la liberalizzazione del 1976. Mangiare fuori: in Italia il pasto è celebrazione dell’appartenenza familiare; il mangiar fuori, peraltro tradizione non annosa per molti, assume il valore dello sfuggire a ritualità sentite come troppo chiuse e tradizionali. Soprattutto tra i giovani. L’A. fa l’esempio dei paninari, che anticipavano, però nella fascia medio-alta, il fast food McDonald’s, ancora da venire. Trattorie, osterie, cantine si trasformano in ristoranti di fascia medio-alta, e il loro posto viene preso da fast food e pizzerie. Si moltiplicano anche i ristoranti di alta cucina ispirati alla nouvelle cuisine. Si sviluppa la centratura sul corpo e sul bello uguale magro. Si passa dalle malattie della povertà a quelle della ricchezza.
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1994-2012. Dal 1993 la disuguaglianza sociale torna a salire. La crisi del 2008 peggiora le cose. La congiunzione tra mondo alimentare e scientifico giunge a maturità, procede il controllo e la modificazione dell’ambiente. C’è uno iato profondo tra produttori e consumatori. Si percepisce la violenza dell’impatto ambientale. Negli anni Settanta - Ottanta si supera la soglia dello sfruttamento ottimale del pianeta. I costi delle innovazioni aumentano più rapidamente dei benefici. In Italia l’attenzione politica, tra produzione e consumatori, è sbilanciata a favore della prima. Tra gli europei, gli italiani sono tra i più preoccupati per qualità e sicurezza del cibo. Ortoressia, diete. Ma ancora nel 2008 regge la consuetudine del pranzo familiare della domenica.
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Ci sono poi pagine su globalizzazione, attualità, futuro, ma meno fondate, mi fermo.

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