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domenica 18 maggio 2025

Torta di nocciole, uova, zucchero, senza farina. Piemonte

Siamo in Dolci Nudi e in particolare Dolci nudi di tutto un po'.

Da Artemisia

Per tutto l'inverno talee di iresine herbstii, tolte dalla pianta madre, hanno continuato a moltiplicarsi, radunate in vicini piccoli vasi che alludevano a sanguinanti foreste; ora le lascio andare, sperando che prosperino sul terrazzo come la mamma, ed è restata una compagnia di striminzitelle. Anche tutti gli altri boschetti allestiti sui davanzali credo dovranno lasciarli, diradarsi; indugio ancora un poco. Mi faccio sedurre dalle nuove, mai viste nè ospitate, calathea dalle foglie variamente dipinte; le dicono propense alle crisi, cercherò di non temerle. Questa torta è squisita, setosa, raccomandabile. E' una versione della torta di nocciole piemontese; forse la versione DOC chiede nocciole tostate e frullate con lo zucchero (tollerando minime aggiunte di farina). Confrontarla con Pizza di mandorle di nonna Gigina, senza farina e con la Torta ai pistacchi

Mettere 4 rossi e 100g di zucchero in una ciotola e montare molto bene.

Aggiungere 200g di farina di nocciole.

Aggiungere un sorso o due di un tenero liquore per ammorbidire (non era previsto, si può omettere).

Aggiungere 4 bianchi montati a neve.

Versare in una teglia imburrata e infarinata di 24cm di diametro.

Forno a 180° per 30'.









lunedì 11 marzo 2019

Migliaccio di nonna Anna. Acerra

 
Siamo in due raccolte.

Dolci Nudi e in particolare Dolci nudi di tutto un po'.

Ricette napoletane e in particolare Cose dolci.

Da Sonia

Sul buffet della sala da pranzo, in semi oscurità, si susseguono una moltitudine di ruoti coperti da panni umidi e odorosi. Saranno una dozzina, ma sembrano di più perché lo specchio li raddoppia. Dentro riposano migliacci dorati e zuccherosi, prima di prendere ciascuno la sua strada. Inequivocabilmente è carnevale, e la nonna di Acerra ha sfornato il dolce in cui si è specializzata (sono 4 sorelle: ciascuna ha una specializzazione culinaria ) e che dunque prepara e dona a parenti e amici con solenne fierezza. Ha ragione: è proprio buono! Noi nipoti ci rammarichiamo per due motivi: per la nostra tavola ne rimarrà solo uno e lo assaggeremo solo una volta freddo; è l’inspiegabile fisima di Nonna Anna: s’adda arrepusà! Oggi, dopo aver assaggiato un migliaccio appena sfornato, mi pare ancora più incomprensibile (a meno che non fosse solo un modo per allontanare le nostre boccucce avide dal buffet!). Riavvolgendo il nastro si vede Nonna Anna ai fornelli, con almeno uno/due aiutanti, che mescolano, versano da una parte all’altra, setacciano, puliscono con le dita i pentoloni. Ancora prima, gli ingredienti vengono pesati e ordinati sul tavolo. Montagnette gialle di semola e bianche di zucchero, cestini pieni di “uova della gallina”, “limoni dell’albero”, e tutto il resto. Qui riduco le dosi bibliche del migliaccificio di nonna, pensando all’unico piccolo dolce che restava sulla nostra tavola! Il migliaccio della foto è stato in forno due minuti di troppo, sanza danni: sotto il velo scuro cova il bel giallo. Gli faceva compagnia una torta al cioccolato, ed è arrivato in dono con una pizza di scarola. Sul tavolo di  Febbraio 2019. Ammuina 1. Ecco come si fa:

Si portano a ebollizione a fuoco lento 500ml di latte, 250ml di acqua, 50g di burro, 120g di zucchero e la scorza di un limone (si possono aggiungere altre cose per profumare; ho provato, con interessanti risultati, qualche chiodo di garofano e un pezzettino di zenzero fresco).

Una volta bollente, si estraggono le scorze di limone e gli altri profumi eventualmente messi.

Si aggiungono poco a poco 125g di semola, avendo cura di mescolare per non far formare grumi.

La crema gialla che viene fuori (assaggiarla: è buona già così!) è la “semolella”, che si lascia raffreddare (occorrono circa un paio d’ore).

A parte si lavorano 150g di ricotta con 120g di zucchero, fino a ottenere una crema omogenea.

Si unisce mezzo bicchierino di limoncello (ho provato con il rum, ed è un’ottima alternativa), sempre mescolando.

Si uniscono 3 uova sbattute a parte.

Si aggiunge una bustina di vanillina e la scorza grattugiata di mezzo limone.

Si unisce tutto alla semolella.

A questo punto nonna la passava al setaccio, aggiungendo un po’ di latte se il composto si rivelava troppo duro; ma adesso i nipoti frettolosi a volte usano il frullatore a immersione.

Infine si versa il tutto in un ruoto (24 cm) imburrato e infarinato.

In forno ventilato a 170° per 45'.

Si gonfieranno delle bolle, che poi si sgonfieranno una volta terminata la cottura. Le piccole anse che si creano servono ad accogliere lo zucchero che andrá a decorare la superficie, subito prima di servire a tavola.

 
 


 

venerdì 23 marzo 2018

Soffione o Fiadone, dolce. Abruzzo, Romagna

Siamo in: 

Dolci chiusi in un guscio di pasta
e Dolci Nudi

Culture e territoriItalia. Cucina e passeggiate, AbruzzoEmilia Romagna

Da Artemisia

L'Italia dei dolci di ricotta. Il primo con guscio, fatto dopo consultazioni di varie ricette. Aggiungo due Fiadoni senza guscio, avuti da Polsonetta Teatina e da Raviola Romagnola. Il primo di Chieti. Il secondo, uguale, dalla Romagna. Le due ricette senza guscio sono identiche, Raviola ha diminuito lo zucchero. Il senza guscio si deforma facilmente; imburrare e infarinare molto molto bene lo stampo (dolorosi ricordi di fiadone attaccato). La Torta sarda di ricotta sembra parente stretta, anche se con la caratterizzazione preziosa dello zafferano: l'Italia della pastorizia si abbraccia.

Fiadone con il guscio

Gonfierà, sembrerà esondare, si riassesterà con bei capricci. Mangiato tiepido, con crosta friabile e secca e interno spumoso, tra l'umido e il no, molto seducente.

Pasta: 400g di farina00, 80g di zucchero, 4 cucchiai di olio d'oliva, 3 uova.
 
Montare molto molto bene 6 uova con 120g di zucchero, fino ad avere composto spumoso.

Setacciare 700g di ricotta di pecora; aggiungere un pizzico di sale.

Aggiungere la buccia grattugiata di un limone

Mettere in un pentolino un pizzico di pistilli di  zafferano in due cucchiai di acqua di fiori d'arancio, e scaldare senza far bollire. Aggiungere anche questo alla ricotta.

Stendere un disco di pasta - tre quattro millimetri di spessore - e foderarvi uno stampo da savarin imburrato, adattandola: si farà qualche piega, alcune meno profonde le schiacciate, altre potrete tagliarle come un sarto fa con le pinces. Conservate i ritagli.

Mettere il ripieno, fare un taglio a croce nella pasta sul buco centrale dello stampo, ripiegare la sfoglia sul ripieno.

Spennellare la pasta con rosso d'uovo leggermete diluito con panna (o latte).

Con i ritagli fare qualche stella, disseminarla sul fiadone, spennellare anche quelle. 

Forno a 180° per 50'.


Fiadone senza guscio di Polsonetta Teatina. Abruzzo, Chieti


E' buona così; si accompagna con frutti sotto grappa, con panna, con squaglio di cioccolata e menta...

Montare molto, molto bene 4 rossi con 250gr di zucchero.

Aggiungere la buccia di un limone grattata e 400gr di ricotta di pecora.

Aggiungere 4 bianchi montati a neve. 

Mettere in una teglia ben imburrata e infarinata.

Cuocere in forno a 170° per un'h.


Fiadone senza guscio di Raviola romagnola


Per Raviola, ovvero Magdina, è tutto ugualissimo, ma  con 220g di zucchero; consiglia di aspettare qualche minuto prima di sformare e aggiunge che quando si è raffreddata si può guarnire di cioccolato fondente grattugiato o zucchero a velo.









mercoledì 1 novembre 2017

Sticky toffee pudding, un dolce inglese con i datteri

Siamo in:

Dolci NudiDolci nudi di tutto un po'.

Culture e territori
Cucina anglofona. Inghilterra Irlanda USADolci.

Creme e salse sia dolci che salate, Creme, salse, glasse dolci.

Da Nepitella Partenopea

Un dolce inglese dal sapore intensamente caramellato ma non stucchevole. Quando ne ho assaporato un quadratino ho pensato che sarebbe diventato ineluttabilmente il primo ricordo evocato da questo termine.

Preriscaldare il forno a 180°.

Imburrare una piccola teglia 16 x 12cm che sarà sufficiente per 4 persone.

Ricoprire 85g di datteri essiccati e tagliati a pezzetti di acqua bollente, in modo da farli rinvenire (come si fa con le uvette).

Con uno sbattitore amalgamare 45g di burro con 85g di light brown sugar.

Aggiungere 1 uovo, 115g di farina00, un cucchiaino da té di bicarbonato e un cucchiaio di estratto di vaniglia.

Infine, i datteri privati dell'acqua  che li ricopriva.

Cuocere per circa 35'.

Salsa toffee

Negli ultimi minuti di cottura del dolce prepariamo la salsa toffee, mettendo in un pentolino150g di zucchero demerara, 85g di burro e 4 cucchiai di mascarpone.

Far cuocere per circa 3' o fino a quando non diventa una salsa omogenea e caramellata.

Versare sulla torta calda la metà della salsa.

Mettere sotto il grill fino a quando non si formano delle bollicine, o lasciarlo in forno spento per altri 5/6'.

Servirne delle piccole quantità ancora calde, ricoperte dall'altra metà di salsa toffee.



martedì 20 dicembre 2016

Dresden Christstollen, lo stollen per fare il quale si andò in Palatinato







































Siamo in due raccolte.

Dolci Nudi
e in particolare Dolci nudi di tutto un po'.

Culture e territoriNord Europa.

Da Lydia

Gemmi, Ria: la ricetta di questo dresden christstollen arriva fino a Lydia dall'Ottocento, con un femminile passaparola da cucina a cucina, da cuoca a cuoca; la cosa comincia tra bisbigli e chiacchiere nei locali di servizio delle case di due grandi famiglie di Francoforte e arriva fino all'appunto che abbiamo consultato - era lì come un santino - tutto il tempo - lungo - passato a fare stollen (sei in tutto, mi pare: nel Palatinato gli stollen si fanno a schiere).

Lydia ci ospita nella sua bella casa nel Palatinato, nel Donnersberg, cuore profondo della Germania. Appartato, ondulato da bei colli vinosi, punteggiato qua e là da cittadine silenti e dormienti che votano a destra senza ripensamenti, collegato al resto alle vicine città da treni incerti ma a loro bastanti - meglio che il percorso non sia facile, arriverebbero scocciatori - quasi dimentico del passato principesco, abitato da famiglie che vanno compatte di casa in casa, in processioni ordinate, senza guardare né a destra né a sinistra, per celebrare innumerevoli propri compleanni, con poco altro che le distoglie da questo rito domestico. Lydia prova a sedurle con molti pifferi e idee colorate: accanto al distrutto palazzo del principe, c'è un frammento di parco; resta un cancello dorato, alberi degni di una foresta che disperdono al suolo manti di grandi foglie gialle che vengono giù come ali di angelo e un ampio, nudo declivio a gradoni offerto alla luce, i cui muri scarrupati e nobili, lavorati dalla pazienza di sapienti scalpellini, ricordano un regale passato barocco.

Questo teschio, questo spettro di giardino, Lydia lo rievoca in periodiche sedute spiritiche, e messi in cerchio gli invitati mano nella mano, resuscita un prence dalle guance paffute e una ancor più paffuta principessa rosea, dal drappeggiato doppiomento che diceva come fosse una delle più ricche signore d'Europa, nutrita tutto l'anno di rosolii e di stollen gonfi di uvetta e cedro candito.  Prence e principessa, seguiti da figlioli prosperi e cortigiani devoti, si aggirano tra verzure ben potate, fontane che sussurrano madrigali, simmetrie di pietra che si affiancano nella discesa alternando curve e rette con armonia barocca. Tutto questo è vero fino a che Lydia suona il piffero.

L'ultima seduta spiritica, che veniva ancora covata mentre noi eravamo ospiti, sarà una recita teatrale dell'Agrippina di Daniel Casper von Lohenstein, che potrà realizzarsi perché, tra tanti dolci sonni, il Palatinato è stato mezzo svegliato, sveglicchiato, minacciato, dall'arrivo improvviso di giovani siriani belli e pieni di vita.  Questa viva gioventù bruna è stata lestamente acchiappata da Lydia, congiunta alla rosea palatina e indirizzata a recitare. E ancorché schekerata - i maschi vengono vestiti da femmine, Agrippina è un bel bruno, poiché il barocco è barocco, e della lingua non sanno una parola - pare regga bene il colpo (restano da sedare spiritelli erotici sollecitati dallo shock e dalla gioventù e confusi dalla babele di lingue, evocati dal repentino incontro siro-tedesco, ma mamme palatine vegliano).

Le giornate sono di chiaro sole, il cielo è nitido sopra di noi, le nette strade rilucono, non c'è anima viva, gli abitanti son nascosti qua e là, il ristorante accogliente tenuto da garbati giovani ospita solo noi. La casa scricchiola di travi, memore dell'essere stata quella del falegname del principe, e abbraccia paziente ospiti, ricordi e presenze di una vita, di altre case, di altri luoghi; li accoglie tutti in bellezza e grazia, e l'occhio felice incontra a ogni passo oggetti che sussurrano storie. In cucina puoi trovare - per dire, sentite questa - una cassaforte grande come un  armadio dove si conserva un servizio di preziose porcellane, una testa di Buddha, tre quadri dipinti per celebrare tre figlie, la ciotola di coccio dove la nonna di Lydia impastava lo stollen.

Tutto cominciò quando Polsonetta chiese la ricetta dello stollen a Lydia, anche per me. Lydia disse: se non vedi non capisci, venite qui. Andammo. Ed è vero: le ricette vanno viste a casa loro. Andammo a novembre, perché lo stollen deve maturare, ci vogliono almeno due settimane prima di mangiarlo; andammo e mettemmo le mani in pasta, triturammo mandorle e cedro, aspettammo che lo stollen maturasse la sua andata in forno riposto in una fresca soffitta grande e bellissima, colma di tutto il passato sopeso della casa, facemmo soste in cui mangiammo squisitamente alla tavola affacciata sul giardino, assaggiammo biscotti di Natale riposti in soffitta, scoprimmo che il padrone di casa costruisce case di bambola e fa ottime creme di zucca, visitammo una chiesa silente in cui suonò Mozart bambino, un museo degli orologi costruito da un architetto disperato, una casa-sacrario dove si celebra un collezionista di Picasso vegliata da un anziano signore in pantofole che ci accolse sorridente quando lo liberammo dalla solitaria sua attesa  di un visitatore.

Ricetta, infine!

Dresden Christstollen

Dunque lo stollen ci arriva con un passaparola: la madre di Gemmi era amica di Ria, che era al servizio in casa Vollhard, una grande famiglia di Francoforte. Gemmi fa arrivare la ricetta  nelle mani di Lydia. Lydia dirige, Polsonetta e Artemisia mettono le mani in pasta (soffice, profumata).

In grande ciotola (di coccio, marrone, della nonna di Lydia) si mettono 900g di farina00 a fontana (si valuterà alla fine se aggiungerne un poco poco di più); al centro 40g di lievito di birra sbriciolato.

In un pentolino,  con1/4 di latte messo su fuoco dolce finché tiepido (non di più) si sciogono 200g di burro e 150g di strutto.

Un cucchiaio raso di sale viene sparso sull'orlo del cratere, lontano dal lievito.

Latte-burro-strutto (anche non del tutto fusi) si aggiungono pian piano al lievito, che viene così sciolto mentre mano a mano si aggiunge farina. 

Si aggiungono anche, uno dopo l'altro, 2 rossi d'uovo (tre se uova piccole) e 150g di zucchero sparso sull'impasto e poi amalgamato in tre o quattro riprese.

Si impasta con un cucchiaio, ma "a un certo punto prendo le mani" dice Lydia, e si trasferisce tutto sul piano di lavoro continuando a lavorare la pasta, molto piacevole da maneggiare così liscia, setosa, che lascia libere le dita. Poi, come rito, si assaggia per vedere se ci vuole altro zucchero.

Quando la pasta è ben lavorata, si decide se fare un enorme stollen o due grossi stollen: Lydia opta per due. La pasta si divide in due pesandola, le due palle vanno dentro due ciotole coperte da un lino messe in luogo tiepido per un'ora e mezzo. 

Si triturano grossolanamente 200g di mandorle non sbucciate, e molto finemente 10g di mandorle amare; si triturano finemente 125g di cedro candito; si lavano e si asciugnano bene 500g di uvetta sultanina, si infarinano. Si divide tutto in due esatte porzioni.

Si versano questi ingredienti nelle due ciotole con la pasta e si impasta per includerli lavorando e rilavorando e spingendo e conficcando per convincerli a star dentro. Bisogna evitare che cuocendo e crescendo la pasta, vengano sputati fuori (accettabile che ciò avvenga con tre acini di uvetta per stollen, non di più).

Alla fine di questo lavorio, dare allo stollen la forma di una raccolta, compatta pagnottina ovale.

Metterli a riposare in una teglia imburrata, coperti di stagnola. Devono stare stare circa 12 ore al fresco (nel Palatinato, in una soffitta a 8/10 gradi). Passate le 12 ore, si lasciano riscaldare fino a temperatura ambiente: ci vorrà un po' più di un'ora.

Si infornano tenendoli a giusta distanza: crescono. Forno statico a 180°; ci vorrà circa un'ora e un quarto. Controllarli: li abbiamo coperti, per non farli scurire, dopo mezz'ora circa. Dopo 50' inziare a controllare la cottura con uno spiedino.

Una volta cotti si lasciano raffreddare. Lydia per ciascuno prepara, su una griglia, un paio di fogli sovrapposti di alluminio resistente e ce li poggia su.

Intanto ha fatto a sciogliere 125g di burro: va spennellato accuratamente sugli stollen; poi si spolverizzano di zucchero a velo fino a imbiancarli.

Farli ben raffreddare portandoli a temperatura ambiente, racchiuderli con cura in fogli di alluminio, datarli. Sì, datarli con un cartellino: è importante, dice Lydia. Certo, specie se ne fai dodici, come dovrebbe fare lei, che aspetta per Natale tre figlie con fidanzati, mariti, figli, e per ciò verranno anche spostati mobili da una stanza all'altra. Per fare posto, per fare festa, anche calando divani giù dalla finestra, infilando un tavolo in cantina, tirandone fuori un altro dalla soffitta; messi ovunque, rami di pino, candele rosse. 

Una volta ben incartati, riporli al fresco tra gli 8 e i 10°; soffitta nel Palatinato, frigo per noi meridionali.

Farli maturare almeno per due settimane.

Dopo l'apertura dell'involto, se non vengono divorati subito, dovranno stare a 10°; in mancanza, daccapo in frigo.













***

Nel menu di Dicembre 2016. Venezia. La cena dell'ultimo giorno dell'anno.

Lo stollen venne mangiato a Venezia la sera dell'ultimo dell'anno. Era arrivato impacchettato e datato; fu svolto, spennellato di nuovo di burro e nuovamente cosparso di zucchero a velo. E' molto importante l'affinarlo, se così si può dire, ovvero va trattato con la stessa cura di un formaggio: stagionatura, temperature. L'ho un po' tenuto sul davanzale - temperature molto basse - poi in frigo - idem; doveva stare a 18° - non sapevo dove trovarli - e poi a temperatura ambiente; forse era un po' irrigidito quando lo abbiamo mangiato la sera dell'ultimo dell'anno; il giorno dopo, sentito un po' di calduccio, era migliore. Comunque, indimenticabili ricetta ed esecuzione.










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