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domenica 27 marzo 2016

Buona Pasqua 2016



Sono venuto al mondo così, celeste e molto sentimentale, già nostalgico quando ancora non sapevo nulla del mondo, giusto qualche odor di trifoglio, di finocchiella, il solletico delle trasparenti ali dell'effimera, dei soffioni, il morbido strisciare di un bruco che spera di diventar farfalla. Quanto a questo, nessuno ha potuto farci nulla.

Ma ora che sono qui che nell'uovo palpo altre nascite, ne spio il primo raspare e ticchettare e io stesso ho a malapena appreso a parlare, sono stato incaricato di augurare buona Pasqua agli amici e più in generale agli afflitti, agli incazzati, agli smarriti, ai coraggiosamente speranzosi, ma anche ai distratti e a quelli che non si sa perché passano di qui, purché se li meritino.

sabato 9 gennaio 2016

Venezia. Baffi e vibrisse.









1 gennaio 2016. Nuova visita a questo gatto veneziano, tra i preferiti; guardate le belle vibrisse, giace in chiostro di magnificamente restaurato convento dei Crociferi, ora residenza universitaria ma anche per visitatori non università quando c'è posto; sempre c'è la possibilità di un bar traquillo e bello in altro magnifico chiostro. Insomma, fate due passi fuori dall'onda. Vicino alla chiesa dei Gesuiti, quindi Fondamenta Nove. 

Ma anche: 

Gatto nero morbidissimo della libreria Acqua Alta. 

Gatto di Campo Bandiera e Moro, o della Bragora. 



Ricordo anche baffi umani di un passato capodanno. Quando una rosa rosa sfiorisce, nel suo rosa si isinuano il lilla e l'argento, e l'orlo dei petali si intinge nel te', diventando sottile e rigido come la carta velina. Questo accadeva al sottufficiale dell'impero austroungarico che mi ha servito dell'ottimo baccalà mantecato da Rizzo, drogheria di Stradanova a Venezia. Magnifici oltre ogni dire i mustacchi che scendevano in due boccoli ritorti, splendida ragnatela a ricordare la perduta criniera; delicato il cranio, come un uovo di fenice, in cui ancora rilucevano lontani due occhi azzurrini.

martedì 20 settembre 2011

Grecia. Asclepio nel bosco.


Asclepio, Esculapio per i latini, il dio della medicina, bimbo luminoso trovato in una grotta da un pastore come un piccolo Gesù pagano, venne poi raffigurato ricco di barbe sapienti, ruscellanti come le acque curative che scorrevano nei suoi templi - luoghi di cura, fronzute come i boschi sacri che li circondavano.

A Kos il bosco era di cipressi, sacri al padre Apollo che prima di lui era venerato nello stesso luogo; Apollo la cui saggezza derivava dalla follia positiva come condizione più alta della conoscenza, per il quale l'enigma era il modo di dire l'indicibile, Apollo in rapporto privilegiato con gli Iperborei, coloro che vivono al di là del vento del nord e che da lì aveva acquisito doti sciamaniche, divinatorie, estatiche. Le tre terrazze del tempio si concludevano con una scala che portava tra gli alberi e invitava a perdervisi.

Il più antico bosco sacro di Grecia, fatto di querce, più antico di tutti gli dei, a Dodona, aveva sacerdoti dai piedi neri di polvere santa che dormivano sulla terra sotto gli alberi e che vaticinavano tendendo l'orecchio allo stormire dei rami e al fruscio delle foglie.

Si diceva - Erodoto dice - che la fondatrice del santuario di Dodona fosse stata una sacerdotessa - colomba nera (una colomba nera perché africana, una colomba - cornacchia) che era arrivata dall'Egitto e aveva iniziato a oracolare (una sorella era stata portata in Libia dagli stessi rapitori, dei fenici).

Non suggerisco niente, ma ricordo che la madre di Asclepio era una cornacchia.


Quanto alle querce di Dodona che mettevano in rapporto la terra con il cielo (Virgilio dice: "quercia che tanto alto va verso l'aperto Cielo, quanto ha di radici verso il Tartaro", Georgiche, libro II, 291-292), i cristiani non poterono tenersi e tagliarono l'ultima, la matriarca sopravvissuta a incendi e guerre e odi, nel IV secolo dopo Cristo.

Sulla sacralità degli alberi in Grecia, in una lotta tra uomo e natura, vedi in AAA:

Luciano che parla del boschetto sacro a Venere, a Cnido

Sulla cultura della natura nella Grecia antica.

Su Apollo e gli Iperborei, La sapienza greca, Giorgio Colli, Adelphi1997


AAA divaga assai su Asclepio:

chi era Asclepio?

i gatti di Asclepio 

Kos. L'Asclepeion. Curare con la luce, il vento, i sogni, le parole degli dei.

Disegni di Artè.

lunedì 19 settembre 2011

Grecia. Coronide e Apollo, genitori di Asclepio


Questa storia mette insieme piedi conturbanti, l'acqua di un placido lago che da azzurra diventò rosso sangue, una freccia mortale e veloce, una pira fumosa, una fanciulla audace e sfortunata, un dio capriccioso, una sorella gelosa, un bambino troppo sapiente, un dio lamentoso e uno iroso, un fulmine. E altre cose che mi verranno in mente.

Coronide, la Vergine Cornacchia (come dice il suo nome) era figlia di un certo re della città di Laceria, la città delle garrule cornacchie, Flegias il Rosso - Fuoco. Un giorno andava lavandosi i piedi nell'acqua del lago Boibeis o Bebiade, nella Grecia settentrionale. Apollo la vide e volle possederla, cosa che fece seduta stante. Poi piantò lì la fanciulla mettendole di guardia una cornacchia bianca (ecco cosa avevo dimenticato, la cornacchia bianca).

Coronide è sola, a parte la cornacchia, è incinta e si annoia; passa di lì un giovane mortale, tal Ischys (anche lui avevo dimenticato, ma forse non è importante, anche se alcuni dicono che invece era Teseo, e la storia si complicherebbe), se ne innamora, sta con lui; la cornacchia bianca, linguacciuta, sconsiderata, servile, vola da Apollo e denuncia Coronide.

Apollo dalla rabbia innanzitutto annerisce di colpo la cornacchia; subito dopo incarica la sorella Artemide di uccidere Coronide. Artemide incocca la freccia (non faceva altro) e la trafigge a morte, nè uccide solo lei, perchè da freccia nasce freccia e si dice che le rive del Boibeis rosseggiassero di pire degli abitanti di Flegias (una fortuna, incontrare questi fratelli).

Coronide viene posta su un'alta pira fiammeggiante, e mentre diventa cenere, Apollo fulmineo, fendendo le fiamme, afferra il piccolo Asclepio, suo figlio,dal ventre della madre e lo porta dal Centauro Chirone (il grande pedagogo; ho dimenticato anche lui) che lo educherà alla saggezza e alle arti mediche. Arti che caratterizzavano il padre, Apollo il guaritore. Quando Asclepio comincerà a resuscitare i morti, Ade si lamenterà di vedersi così sottrarre sudditi con Zeus, che lo fulminerà incenerendolo (madre e figlio, cenere entrambi). Ma poi Asclepio tornerà alla ribalta, come quegli eroi dei telefilm che vengono fatti morire, rendendosi poi conto che non è cosa: il pubblico reclama.

Un'altra storia (c'è sempre un'altra storia e un'altra ancora nei miti greci) diceva (veniva raccontata nel tempio di Asclepio a Epidauro) che Coronide non era né infedele né morta, e anzi che era proprio un'altra, che la madre di Asclepio si chiamasse Egle la Luminosa, e fosse figlia di Flegias Rosso Fuoco e di una Musa, Erato. E che avesse mollato Asclepio piccolino su un monte, un certo Monte Mirtio detto poi Mammella (ma va'), mentre andava in giro con il padre nel Peloponneso, dalle parti di Epidauro; lì Asclepio fu allattato da una capra mentre lo custodiva un cane pastore. Cane e capra saranno cari ad Asclepio per sempre.

Un pastore lo aveva trovato (il bimbo dio, la grotta, il pastore!) ed era rimasto abbagliato dalla luce che emanava. Subito si era diffusa la voce che il bimbo era un guaritore in grado di resuscitare anche i morti. Asclepio di morti poi ne resuscitò, anche un certo Ippolito caro ad Artemide, l'omicida della madre, e per ciò fu fulminato da Zeus. Apollo per vendicarsi uccise i Ciclopi che avevano forgiato il fulmine, e da qui nacque tutta una storia che racconteremo un'altra volta.


Coronide - Cornacchia, perché Korone è il becco del corvo, ma è anche ghirlanda, poppa di nave, fregio ondulato che contrassegna la fine di un libro. Non basta: pare che anche Atena si chiamasse Coronide, e una confusione tra le due imbroglierebbe ancora di più la storia, e di parecchio, ma gli Ateniesi Atena la vollero sempre vergine, a simboleggiare Atene inviolata, e occultarono ogni racconto che dicesse il contrario.

Indiscutibilmente amo il gracchiare intenso delle cornacchie e loro la bellezza nera.

La rava e la fava su Coronide in:

Le nozze di Cadmo e Armonia, R. Calasso, Adelphi 1988
Gli dei e gli eroi della Grecia,K. Kerényi, Garzanti 1982, (ed. or. 1963)
I miti greci,R. Graves, Longanesi 1985 (ed. or. 1955)
Enciclopedia dei miti, P. Grimal, Garzanti 1990 (ed. or. 1979)


AAA su Asclepio:

chi era Asclepio?

i gatti di Asclepio 

Kos. L'Asclepeion. Curare con la luce, il vento, i sogni, le parole degli dei.

martedì 13 settembre 2011

Grecia. Chi era Asclepio?


Chi era Asclepio? Allievo del centaruro Chirone, il guaritore; figlio di Apollo e di una fanciulla - cornacchia, Coronis, cui il dio dette per compagna una cornacchia bianca che divenne nera quando tradì la sua amica denunciandone un tradimento ad Apollo; tradimento che costò la vita a Coronide, lasciando a suo ricordo il figlio Asclepio, recuperato da Apollo per il rotto della cuffia dalla pira su cui bruciava la disgraziata madre.

Mezzo dio, ai confini tra divinità e umanità, tra mortalità e immortalità – fu fulminato da Zeus quando iniziò, esagerando, a resuscitare i morti, ma poi non si sa bene come lo ritroviamo tra gli dei - accompagnato dai serpenti della rinascita che con il loro spogliarsi e rivestirsi della pelle rappresentavano il continuo rinnovarsi tramite il mutare. Per ciò questi strisciavano salubri (i velenosi lasciati ai loro sassi, fuori della porta) tra i pazienti degli Asclepeion, gli almeno 300 luoghi di cura da lui presidiati che fiorirono nei territori della Grecia dal VI secolo a. C. in poi, mentre nelle segrete e sacre stanze dedicate agli incubi, sacrificato l’animale sulla cui pelle dormivano, bevuta la speziata pozione che aiutasse i sogni, dormivano in attesa che il dio gli parlasse.

E tuttavia nel tempio di questo semidio così sfumato, così di passaggio tra un mondo e un altro, si puntava all’equilibrio, alla pace, alla stasi e non si poteva né nascere né morire; moribondi e puerpere erano tenuti a distanza. Fu rappresentato con il serpente della rinascita e il bastone del sostegno e del comando, prima come fanciullo, poi come uomo maturo e saggio e per ciò riccamente barbuto, alquanto simile a Zeus ma meno corrusco, a volte con Igeia la figlia (o la moglie) accanto; fu un dio comparso tardivamente alla ribalta, rappresentante di tempi che andavano mutando, e fu venerato a lungo, fino al V s.d.C. come dio consolatore che si misurava con Cristo, fino a essere identificato con lui. L’Asclepieon di Kos fu considerato, tra quelli dell’età ellenistica, il più importante insieme con quello di Trikka in Tessaglia che sembra fu il primo (in Tessaglia andò a imparare l’arte Ippocrate, e lì tornò per morire) e quello di Epidauro nel Peloponneso.

I romani lo chiamarono Esculapio.

Artè lo ha disegnato così come apparve all'inizio della sua vicenda, un giovinetto, con tutta la panoplia di animali e simboli che lo accompagnano: l'oca le cui piume cospargevano sul corpo malato i balsami e gli unguenti curativi, il serpente simbolo di rinascita e delle potenze ctonie e terrestri, la cui saliva, come quella della capra e del cane, portava salute; il gatto che, cugino dell'egiziana dea Bastet e non ancora dannato dal cristianesimo, era simbolo di benessere e vitale accortezza; il gallo che saluta ogni mattina l'alba con suo canto e che per ciò ricorda il rinnovarsi della vita; ricordo che il gallo e la capra venivano sacrificati ad Asclepio: Socrate, prima di morire, sacrificò un gallo. Ancora: i volumi della sapienza, il bastone del sostegno e del comando; i papaveri che inducevano al sonno apportatore di sogni guaritori e alla vicinanza col dio; i cipressi che ricordano la terapia dell'immergersi nella sacralità della selva e dei boschi e il padre Apollo Ciparisso; l'acqua che curava e dava vita, la cui immagine si fuse con Asclepio fino a dargli l'aspetto di un molto barbuto, sereno dio fluviale.

L'Asclepeion di Kos su AAA.

lunedì 2 maggio 2011

IL GIOCO DELL'OCA DI PULCINELLA





















Artè sta mettendo ordine nel suo covo e ha trovato questo gioco dell'oca. Il problema è che ci sono 62 caselle, pulcinella, la morte, il diavolo, l'oca, e nessuna regola. Il disegno è molto delicato, carta da spolvero, matita e acquerelli e si fotografa con difficoltà, ma ne ha voluto una testimonianza prima che si riperda in un anfratto, o forse questa volta - tiè - lo incornicerà.

domenica 20 marzo 2011

PACCHETTI




Artè è stata molto felice di ricevere in dono delle tavolette di cioccolata Stainer aromatica e profumata con sopra molti personaggi di grande bellezza, avvolte in una carta dove ha trovato i suoi propri orsi.

domenica 3 agosto 2008

DIPINGERE ARMADI.













Nella campestre casa di Mentuccia, nella sua stanza, c’è un piccolo armadio dipinto. Mentuccia aveva un armadio in miniatura, un giocattolo – forse tirolese – e il padre gliene fece fare uno uguale, ma grande abbastanza da riporvi qualche vestito, qualche fazzoletto.

All’epoca di Mentuccia ragazzetta, d’estate – le lunghe estati di una volta – ogni tanto in casa c’era un qualche traffico di cugine. Artè e Marina su quell’armadio dipinsero consone erbe e fiori del giardino e dei campi vicini, qualche dalia presa dai cataloghi Ingegnoli del padre di Mentuccia, che con le loro grosse teste piene di petali stonavano un po’ col garbo esile delle erbe di campo, alcuni insetti, chi osservato nei campi e un po’ modificato nella livrea (lo snello cerambicida in marsina gialla, il bruco con il passo a compasso), chi copiato da un grande libro degli animali (la pennuta mantide).

Quel prodotto non finito – ovviamente – è lì da tanti anni, e Artè minaccia sempre di dipingere tutto da capo.
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