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giovedì 15 ottobre 2026

Gerd Althoff - Obbligatorio mangiare: pranzi banchetti e feste nella vita sociale del Medioevo


Althoff, G. (1997). Obbligatorio mangiare: pranzi banchetti e feste nella vita sociale del Medioevo. 
In J.L. Flandrin & M. Montanari (Eds.) Storia dell’alimentazione [History of nutrition] (pp.234-242). Roma - Bari :Laterza. 

Siamo in Alto Medioevo, per poi arrivare all’età cortese.
Si mangia a quattro palmenti, la cultura germanica si è imposta, chi vuole il potere deve essere forte, e deve perciò mangiare e bere più degli altri. Le gare non mancano. Non mancano neppure i banchetti, che in età carolingia si moltiplicarono sia in ambito laico che religioso (ce lo dice anche Michel Rouche ne ”Il banchetto dei monaci nel Medioevo” in Le Goff & Ferniot , 1987, La cucina e la tavola. 5000 anni di gastronomia).
GA sottolinea il carattere necessario del banchetto come ratificante accordi, legami.
Ciò che a lui risulta oscuro mentre lo dice è la presenza costante del conflitto, rispetto al quale il banchetto non pare momento di sosta, quanto di espressione ritualizzata, metaforizzata.
Non c’è attenzione a ciò che si mangia, dice GA, c’è piuttosto attenzione a quanto si mangia e a quanto viene offerto. L’intenzione sembra essere di sopraffazione, dimostrazione, ostentazione del rango, della ricchezza, della superiorità. Dovevano essere situazioni estenuanti (potevano durare giorni, i banchetti, anche otto giorni). Inoltre ciò che si accettava o si doveva accettare doveva essere ricambiato in qualche forma. Partecipare a un banchetto era vincolarsi in qualche modo a un qualche accordo che non sempre era esplicitato in forma contrattuale, anche se deliberazioni e atti espliciti potevano accompagnare il banchetto.
Sembra anche che fosse più importante il bere che il mangiare; Michel Rouche ci ha detto che il bere conservava il carattere (pagano) di comunicazione con il divino.
GA ci dice che si creava così un clima di fiducia di confidenza, di serenità (ma che dici, GA!). In effetti, caro GA, lo dici tu che si regolano conflitti e rapporti di potere. Certo, non ci si ammazza, non sempre, spesso è sufficiente convenire che si mangia insieme, e si rimanda e forse qualche volta si risolve l’agito del conflitto aperto. Anche se: “non si può tacere che talvolta – non raramente – dell’atmosfera pacifica deli banchetti si abusava ed essi erano svuotati della loro funzione allo scopo di ingannare i convitati e ucciderli. […] Raramente tale condotta suscitava una profonda riprovazione, a meno che le vittime fossero cristiani oppure membri dei ceti dominanti.” (p. 339). Se non suscitava riprovazione, vuol dire che lo sapevano tutti che i banchetti erano assai rischiosi.
Aggiungo che non ci furono solo banchetti dei poteri al vertice, ma anche banchetti a tutti i livelli della società, volti a legare persone tra loro in amicitia, o in anche amicizia giurata, che sentite un po’ come si chiamava: coniuratio. Si creavano gruppi che si ponevano in concorrenza con altri legami di potere, e che potevano garantire aiuto e protezione sia accanto a quelli dati dal signore, che contro quelli. Siamo nell’epoca della formazione delle strutture statali, e pubblico e privato erano “confusi” tra loro, almeno a vederli con occhi di oggi.
Poi qualcosa cambia. Eccoci nella cultura cortese. I poteri sembrano più consolidati. Si passa dal banchetto pieno di sfide alla festa di corte. L’ebrezza perde rilievo, non è più centrale (ma resta importante nei gruppi uniti da rapporti associativi). Mi pare rilevante che nella festa di corte i potenti meno potenti possano essere convinti o costretti a servire nei banchetti. Nel secolo X in due pranzi allestiti per incoronazioni ottoniane, “i duchi del regno servirono tutti i convitati […] Essi segnalavano così la loro disponibilità a osservare i compiti loro affidati nella casa del re, e al massimo si può avanzare qualche dubbio sulla loro buona volontà (p. 240; GA sospetta sempre il peggio, ma non arriva mai a conclusione). In altri termini, i banchetti sono sempre più segnati da gerarchie, e mettono in scena rapporti di potere più che sedare competizioni in atto. GA parla anche si certi conflitti che chiama “famose “liti delle sedie” del Medioevo” (p. 241) e che è facile intuire: quale sedia, dove, indicava l’importanza delle persone, che si mettono a competere e litigare su quale sedia viene loro concessa; vengono alla mente le appassionate pagine che Saint Simon secoli dopo dedicherà al tema, per lui ancora più che attuale.

Tapisserie de Bayeux - Scène 43 : l'évêque Odon bénit le banquet

domenica 11 ottobre 2026

Antonia Dosi, François Schnell - I romani in cucina

 

Dosi A. & Schnell. F. (1992a) I romani in cucina [The Romans in the kitchen], Roma: Quasar
Dosi A. & Schnell. F. (1992b) Pasti e vasellame da tavola [Meals and tableware], Roma: Quasar


Ripesco due vecchi libretti perché portano traccia di un fattore interessante circa la condivisione del cibo a tavola: la sacralità del pasto. Siamo in epoca romana.
1992b riporta che manducare e mandere, da cui deriva mangiare, e il cui significato era muovere le mascelle, rimandavano alla “voracità incontrollata [di coloro che ] mangiavano come animali” (p.9). Anche edere e comedere spesso assumevano il significato di mangiare senza eleganza o divorare. Mentre epulare “designava una funzione tipicamente umana: quella di “banchettare” [il verbo ha] origine sacrale, come dimostra il fatto che i cittadini che potevano prendere parte a banchetti rituali e pubblici, possedevano l’epulandi publice ius, cioè il diritto di banchettare pubblicamente” (1992a p.9). Tali banchetti dati in occasione di feste religiose erano controllati dal collegio degli epulones. Un’altra parola interessante è daps, termine più antico, che designava insieme il pasto sacro e il sacrificio in onore di un dio. Il plurale dapes significava, come epule, imbandigione copiosa, ricca.
Ripenso alle accortezze messe in campo nei secoli per differenziare il mangiare umano dal divorare animale; sottolineo che umano non include tutti gli umani, ma solo certi umani: solo i cittadini romani, solo quelli con potere sociale alto, solo gli uomini adulti e non donne e bambini etc.. Oggi come stiamo a etichetta del mangiare insieme? L’ultima che ricordo se ne sia occupata in Italia è Lina Sotis, anni Ottanta. Un periodo di nuovi ricchi – quando spuntano, arrivano manuali di buone maniere - dice LS in un’intervista, aggiungendo che oggi siamo vecchi poveri, e che è ora di imparare ad aiutarci l’un l’altro.
A proposito di condivisione del cibo come rituale dell’appartenenza, 1992b ci dice come i clientes dipendessero dal pasto elargito dal patronus, e come i minores amici fossero quelli che andavano all’alba a casa del partonus per guadagnarselo. La distribuzione di vivande seguiva, come si capisce, gerarchie. Gli AA insistono sulla fame evitata. Ma prima della fame si doveva evitare l’isolamento sociale.
La cena romana aveva due tappe: il pasto vero e proprio con moderate bevute, e la commissatio dedicata al bere e ad attrazioni: danze, spettacoli, musica, letture, giochi. Le mogli non partecipavano di norma alla commissatio (le etere sì). Si facevano brindisi orchestrati da quello che i greci chiamavano symposiarcha e i romani rex convivii o magister bibendi (veniva sorteggiato); i brindisi cominciavano con dediche a Dyonisos-Bacchus; poi si beveva, invocando il dio, dalla coppa presentata a lui passata di mano in mano, spargendo in sacrificio gocce di vino. “Col tempo questa forma di comunione perse il suo carattere sacro e le libagioni si svolsero bevendo sia dalla coppa unica che veniva fatta circolare sia da coppe individuali” (1992a p.28). Anche se perse il carattere sacro, la commissatio si svolgeva con una trama che fa capire un sottofondo di complessi rituali: la regia del rex convivii, quante coppe doveva bere chi (viene alla mente il rituale del padrone e sotto del Meridione d’Italia).
Rilevo un altro aspetto che credo risalga alla configurazione sacrale del pasto e al suo regolare l’appartenenza alla famiglia (intesa nel senso allargato romano). Ai tempi della repubblica “era stata consuetudine che lo stesso padrone di casa partecipasse alla preparazione di certi piatti (come si vede, l’attitudine a cimentarsi in cucina, che anche oggi costituisce per molti uomini una specie di hobby, ha origini molto remote)” (1992a p.27). Delle origini remote dell’hobby si colgono risonanze: basti pensare a un invito presieduto da tale hobbista, e dall’aura della sua figura da un lato, o a uno presieduto da una madre di famiglia e relativa aura dall’altro: due mondi, due universi simbolici ed emozionali, due differenti rituali. Solo qualche accenno, che fanno pensare anche ai profondi mutamenti culturali intercorsi, che hanno come delineato due ambiti dove ce n’era uno: il primo è rivolto agli eletti, il secondo ai legami familiari obbligati; il primo connotato dalle innovazioni, dalla creatività, dall’intrattenimento, il secondo dallo sfamare, dal mantenere la tradizione, dal controllare le presenze previste.
Quanto a 1992b, ci dice che “Gli autori latini ci informano che il Romano antico si preparava spesso da solo la focaccia, le minestre e l’insalata. Ne restano ancora oggi le tracce nella consuetudine del padrone di casa di condire sovente l’insalata, a suo gusto, per sé e per gli invitati. A lui compete ancora la responsabilità del taglio del pane […] talora recitando una preghiera” (1992b p.7).
“Nel culto domestico, il capo famiglia presiedeva alle offerte e ai sacrifici e recitava le preghiere.” (1992b p.102).
Molti i banchetti rituali, dove gli dei erano presenti con un posto vuoto a tavola, con un mazzetto di erbe sacre, con una statua. Banchetti rituali che celebravano e ribadivano appartenenze, come quelli del Collegio funerario di Lanuvio, “il cui scopo reale era evidentemente quello di riunire in una specie di associazione di mutuo soccorso cittadini che solo insieme avrebbero potuto far fronte alle spese dei loro stessi funerali” (1992b p.107).
Naturalmente i due testi contengono molto di più di quanto sto riassumendo, anche come tematiche. Aggiungo noterelle di cose da ricordare:
- L’arte culinaria dell’antichità raggiunge l’apogeo nella Magna Grecia e in Sicilia.
- A Roma si poteva affittare un cuoco con tutta la sua squadra per un banchetto; ci furono cucine pubbliche dove prenotare piatti speciali. Oltre al fatto che le case ricche in cucina avevano eserciti (un povero aveva almeno uno schiavo).
- donne incluse, donne escluse, donne su sedie e uomini sdraiati: già da allora si marcava la gerarchia tra donne e uomini (1992a pp.18-19). “Nel banchetto la donna, in genere poco istruita […] avrebbe costituito un elemento di perturbazione, soprattutto se si tien conto del livello delle conversazioni politiche, letterarie, filosofiche, naturalmente anche licenziose, che vi avevano luogo” (1992a p. 19).

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Antonia Dosi, François Schnell 

venerdì 2 ottobre 2026

Jean-Louis Flandrin, Tempi moderni, in Flandrin e Montanari (a cura di) Storia dell’alimentazione


Flandrin, J.L. (1997). Tempi moderni, 
In J.L. Flandrin & M. Montanari (Eds.) Storia dell’alimentazione [History of nutrition] Roma - Bari: Laterza, pp. 427-448

Nella lettura di Tempi moderni ritrovo questioni già trattate altrove; ma sul paragrafo Ospitalità e convivialità mi soffermo. Torna a colpirmi come la fantasia del progresso connoti la Rivoluzione, forse come nessun altro momento storico a noi prossimo. E come fatalmente tale fantasia si disfi pian piano anche qui. Caduto qual velo, si può sospettare che la Rivoluzione portò nuovi conformismi: un rilancio del maschilismo – l’abbiamo visto altrove (Hunt Lynn, 2001, La vita privata durante la Rivoluzione francese, in Ariès & Duby)– l’aristocrazia del danaro.
Ospitalità e convivialità
“Tra queste ultime [le persone di mondo] le gerarchie si dimostrano meno sensibili che per l’addietro. Nel XVIII secolo per invitare qualcuno a casa era sufficiente che egli avesse ricevuto in collegio i rudimenti di una cultura, poi perfezionata nei grandi saloni: se egli è ben disposto, se ha buone maniere di quel mondo e una conversazione spiritosa, è sufficiente per ammetterlo alla propria tavola. E a tavola si finge sempre più che tutti gli ospiti siano uguali. […] quanto all’uguaglianza a tavola, quel rovescio [la vocazione gerarchica] consiste nell’esclusione di quanti appartengono a una condizione troppo visibilmente diversa, - coloro che per cultura, conversazione, maniere dimostrano di appartenere al popolo o alla piccola borghesia. Si tratta di una discriminazione sociale particolarmente evidente in Francia e, dopo, in Inghilterra, e che l’era moderna ha tramandato a noi contemporanei. A questo prezzo le colazioni e ancor più le cene francesi, predisposte alla conversazione tra persone di spirito, alla benevolenza e la piacere conviviale altrettanto che ai piaceri della gola, sembrano aver raggiunto una sorta di perfezione nel XVIII secolo, che gli scampati dalla Rivoluzione rimpiangeranno a lungo.” (pp.445-446)
Jean-François de TROY (Paris, 1679 - Rome, 1752) Un déjeuner de chasse 1737
http://www.louvre.fr/oeuvre-notices/un-dejeuner-de-chasse

lunedì 28 settembre 2026

Florent Dupont - Grammatica dell'alimentazione e dei pasti romani


Melagrane, villa di Poppea, Oplontis
Basket containing food placed as an ex-voto offering to Apollo, Villa di Poppea, Oplontis, a similar food basket is depicted in a tomb found at Paestum da http://creadm.solent.ac.uk/.../rwpainting/ch7/ch.7.4.3.html

Dupont, F. (1997). Grammatica dell'alimentazione e dei pasti romani, in J.L. Flandrin e M. Montanari (Eds.) Storia dell’alimentazione
 [History of nutrition] (pp.145-160). Bari: Laterza. 

Nella convivialità dei greci è peculiare il simposio e la sua capacità di organizzare socialità; una socialità specifica, maschile, paritaria (almeno fino al prevalere dei poteri tirannici). Il simposio è basato sulla sospensione del conflitto agito e della guerra, e sul potere della parola di trasformare le contingenze, gli eventi in mito. Tutto ciò entro una percezione di se stessi e del mondo trasformata dall’alterazione di coscienza suscitata dall’assunzione regolata ad hoc di vino, l’alimento del tutto centrale del simposio. Alterazione rituale, che mette in contatto con l’altro mondo, con gli dei, e viola i confini dell’umano (Vetta, 1997). 
Che succede con i romani? I romani non adotteranno il simposio; desacralizzano il vino. Inoltre, nella convivialità non ci sarà la greca centralità della parola. Vetta dice che il simposio è sempre politico; è la rappresentazione del potere greco, anche nelle sue mutazioni (dall’arcadia paritaria ed elitaria, alla tirannide autoritaria e cortigiana). Si può dedurne che il simposio non trovò corrispondenza nei sistemi di potere romani.
A Roma il paradigma ideale dell’alimentazione è l’alternanza tra frugalità e abbondanza. Tra ritualità della frugalità – il pasto personale, privato, saggio, temperato, basato sui legumi del proprio orto, informale, senza orari - e ritualità dell’abbondanza – il banchetto basato sul sacrificio, con la presenza della carne, dove il potente, frugale nell’uso privato, diventa anfitrione prodigo; prodigalità che rimanda alla spartizione del bottino frutto della vittoria romana.
Roma ha un codice simbolico dell’alimentazione che regola ogni cosa, e che contraddice ogni “razionalità” economica e nutrizionale. È un codice che indica quale cibo sia civile, civilizzato, non caratterizzato da selvatichezza incommestibile e indigeribile; si badi, sono caratteristiche del tutto simboliche. Per esempio, la carne è indigeribile, ci attraversa per trasformarsi in sterco. Ma al tempo stesso è alimento dolcissimo, gustoso, che soddisfa la gula, organo simbolico dedito alla ricerca del piacere alimentare che sta tra gola ed esofago (oh! Eccolo! L’antenato del famoso palato!). È in questo contesto che va capito il gusto per le ostriche, per la vulva, per la trippa, per le tettine di scrofa, per le frattaglie (morbide, gustose, che il frugale non mangerebbe, destinate al banchetto).
Insomma, il crudo e il cotto – Lévi-Strauss serpeggia nel discorso e a un certo punto viene pure citato – sono simbolici! La carne può essere mangiata solo se è passata dal sacrificio, per dire. Vicino-lontano, assimilabile-non assimilabile, digeribile-non digeribile sembrano essere le categorie emozionali che connotano la commestibilità. Anche il troppo vicino è incommestibile: la carne, se non passa dal rito. Fruges: prodotti della terra coltivata, pecudes, prodotti della terra incolta. Ricordiamoci che per i romani come per i greci non c’è la natura, ma il selvatico. L’incolto nel senso pieno del termine; incolto frequentato, nel limiti prossimi, da contadini, cacciatori, pastori: tutti lavori servili, disprezzati.
FD si misura con questi temi, ma non trova una categoria organizzante chiara: oscilla, tentenna, si arresta sull’imboccare la via della simbolizzazione emozionale del cibo, indugia sui fatti.
Il pane, così caratteristico della cultura alimentare romana, che questa spesso viene riassunta in pane/olio/vino, ha uno statuto a parte: il romano non si abbuffava di pane normalmente, mangiava piuttosto legumi; il pane era cibo di soldato. Se ai soldati non davi pane, e davi legumi o carne, si ribellava! Il grano, il pane, erano l’unico cibo i cui prezzi erano calmierati; coltivare grano non generava profitti.
Violare i confini dell’umano per i romani è violare i confini della civiltà, quindi della romanità: è avventurarsi nel selvatico, che mano mano cambierà configurazione: dai confini di Roma a quelli dell’Impero. Un selvatico connotato da un altissimo grado di ambivalenza, come ogni alterità, sempre.
Approssimando: l’alterità greca erano gli dei e il nemico, l’alterità romana in non romani, i non cittadini, i non imperiali (a Roma è molto più presente un centro). Alterità sempre connotata da ambivalenza.


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Florence Dupont est une universitaire, latiniste et anthropologue française de l'Antiquité, née en 1943. Elle est connue pour son approche originale de la Rome antique, mêlant histoire et anthropologie pour démythifier cette période et la rendre "vivante

sabato 19 settembre 2026

Jean-Louis Flandrin, Il XIX e il XX secolo. in Flandrin e Montanari (a cura di) Storia dell’alimentazione


Flandrin J.L. (1997d) Il XIX e il XX secolo, in Flandrin J.L. e Montanari M. (a cura di) Storia dell’alimentazione 
[History of nutrition].  Roma Bari: Laterza, pp. 562-566

Qualche piccola nota dal contributo di un Autore sempre interessante.
Età moderna, epoca della rivoluzione industriale, dell’esodo dalla campagne, dell’espansione delle città, della crescita della mobilità. 
Le signore si trasformano in cuoche, ma al tempo stesso preferiscono uscire di casa e andare a lavorare, forse perché non hanno più personale da comandare. Quanto alle popolane, quelle lavorano da sempre, anche se in situazioni comunque familiari: nei campi, nelle piccole industrie; nella contemporaneità, invece che fare il personale domestico, preferiscono andare in fabbrica.
Siamo stati sinora dominati dalla fede nel progresso; oggi c’è una tendenza opposta, forse altrettanto acritica, ma potente. Tornano le carestie: nel III Mondo. Constatiamo che il consumo non può crescere all’infinito, cadute di qualità, inquinamento.
La frattura tra dietetica e gastronomia che si era aperta nel XVII per poi approfondirsi nel XVIII e ancora di più nel XIX, oggi torna a chiudersi e risorge la connessione dieta-salute con una veste un po’ mutata: l’obiettivo non è più l’astinenza dal vizio della gola, ma l’evitare i cibi impuri, entro tradizioni culturali a noi meno vicine. Con picchi di ossessione salutista e confusioni con orientamenti religiosi (che credevamo perse nel passato remoto).
Quanto al ristorante, J.L.F. lo vede come parte dell’industria del cibo confezionato. Con due funzioni, assai differenti: una gastronomica “alcuni ristoranti sono diventati i templi dell’alta cucina [altri hanno la] funzione di nutrire giorno per giorno una clientela sempre più numerosa di uomini e donne che consumano i pasti fuori casa.” (p. 562); qualche riga più in là I.L.F. definirà questa situazione l’ “esilio di coloro che mangiano” (p. 562).

martedì 15 settembre 2026

Carmelina Chiara Canta - A tavola con i santi: una tradizione nella modernità

 

Canta, C.C. (2013) A tavola con i santi: una tradizione nella modernità, pp.139-162, In R. Cipriani, L. M. Lombardi Satriani  (Eds.) Il cibo e il sacro, Roma:Armando

Per trovare convivialità a tavola, abbandono i ristoranti, vado dalle parti dei banchetti sacri, e approdo a quelli offerti come ex voto da alcune popolazioni siciliane, che dopo una grazia ricevuta allestiscono per antica tradizione, ma si hanno notizie di eventi di questo tipo nel 2011, pasti ricchi di ogni ben di Dio, alla lettera. Alle persone del paese, e soprattutto ai poveri, con tavolate di grande bellezza estetica, con fiori e pani a forma di santi (in particolare San Giuseppe, il santo dei poveri); qui c’è convivialità e solidarietà.

A tavola con i santi: una tradizione nella modernità

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Carmelina Chiara Canta, sociologia dei processi culturali e comunicativi, Università di Roma Tre.

Luigi Maria Lombardi Satriani (1936 - 2022), antropologo - Roberto Cipriani, sociologo. 


venerdì 11 settembre 2026

Maria Giuseppina Muzzarelli, Fiorenza Tarozzi. Donne e cibo. Una relazione nella storia


Maria Giuseppina Muzzarelli, Fiorenza Tarozzi (2002). 
Donne e cibo. Una relazione nella storia, Milano: Mondadori

Temi e parole raffazzonate, senza osare una sola coerenza e un solo ordine, per non parlare del coraggio di interpretare, sciupando un tema importante.

sabato 18 luglio 2026

Grimod de La Reynière - Grimodiana. Scritti scelti di una fondazione della Gastronomia


Grimod de La Reynière, A. B. L. (2015). Grimodiana. Scritti scelti di una fondazione della Gastronomia [Grimodiana: Selected Writings of a Gastronomy Foundation] (A. Martone Eds.) Pisa: Ed.ETS.

Questo libro è un un florilegio dell’Almanacco dei golosi di Grimod de La Reynière, con una piccola presentazione biografica di Grimod. Per contestualizzare 
Grimod e l’Almanacco, si vedano i numerosi manuali che ne parlano, praticamente tutti quelli che trattando la storia del cibo passano dall’invenzione francese del ristorante a cavallo dei XVIII-XIX secoli (Aron 1978, Rowley 2003, Ramburg 2010, Appelbaum 2012, Quellier 2012).
Qui le citazioni di Grimod sparse in quei testi sono contestualizzate in un discorso un po’ più articolato: ritroviamo l’uomo di gusto dal palato delicato, delicatissimo (che farà “distinguere la coda di un coniglio da quella di una lepre” p. 40), e dallo stomaco robusto, robustissimo; la diffidenza verso una Rivoluzione che mortifica tutte le arti tranne la cucina, e che dà a lui, Grimod, il protagonismo di chi ne racconterà uno degli eventi, la creazione dei ristoranti, assumendosi il compito di educare alla commensalità i nuovi ricchi, burocrati senza casa vogliosi di mostrare la loro opulenza, precipitati in una sensualità dello stomaco senza più distinzione; la sua misoginia borghese; il suo odio per i camerieri.
Torno sulla Rivoluzione e sulle ambivalenze di 
Grimod. Sappiamo già che per Grimod se “è stata funesta per la gran parte delle arti, quella della cucina invece, ben lungi dall’averne sofferto, le deve i suoi rapidi progressi e la sua mutevole attività” (p.37). Sappiamo anche che si rivolge ai nuovi ricchi da educare: “La improvvisa opulenza che ha trasformato tanti servitori in altrettanti re Mida, non ha giovato a mettere in rapporto una educazione di qualità con la buona tavola” (p. 47) . Ma in questo florilegio noto con più chiarezza che è da educare non solo il gusto dei nuovi ricchi, ci sono anche quelli vecchi, “imbestialiti”: c’è “la tendenza della gran parte dei ricchi di una volta a volgersi più che altro verso un godimento puramente animale” (p.36). La Rivoluzione ha risvegliato l’animalità. Tra parentesi, Grimod è tra quelli che non dubitano che la Rivoluzione abbia messo opportunamente sulla strada dei bravi cuochi, mandandone in rovina i padroni, e che ciò abbia contribuito alla moltiplicazione di ristoranti.
Mi pare che qui appaia con più evidenza che Grimod si dedichi non solo al ristorante, ma anche all’allestire la tavola in casa propria. Innanzitutto i golosi sono commensali – pochi, scelti, non più di dieci - che mettono in comune le loro capacità di degustazione e che aspirano a emettere giudizi su di essa. Non sono amici, si badi: la commensalità è da intenditori e sacerdoti del cibo. E' “buona cosa cenare tardi, così tutti i pensieri sono concentrati sul piatto – si pensa solo a ciò che si mangia e poi si va a dormire” (p. 41). I dilettanti non sono graditi: “vino locale, cena tra amici e musica amatoriale sono tre cose da temere allo stesso modo” (p.39). In questa commensalità, che deve durare il più possibile, anche quattro, cinque ore di dedizione al piatto senza distrazioni, il tempo non si spreca (fa il caso di uno dei padri fondatori, tal Gastaldy, dove “questo tempo veniva impiegato così utilmente per i progressi dell’arte alimentare” che a nessuno sarebbe venuto in mente di rammaricarsene, p.28). Si incoraggiano tutti i metodi che aumentino la capacità di mangiare. Perciò, il goloso, specie se non è ricco e non può ripagare con un invito, sarà bene che abbia oltre a quelle del palato e dello stomaco, la virtù della piacevole chiacchera: con quella intratterrà gli altri e li aiuterà a riprendere appetito, poiché quello deve essere vivo il più a lungo possibile. Badate, chiacchiera piacevole: non siamo in un simposio. 
Tale capacità di mangiare enormemente rimanda a una competizione mortale tra golosi, a una tendenza suicidale, le fa emergere; altrove – non ricordo in quale testo – si dice come ci siano stati duelli mortali che hanno portato alla morte per indigestione di uno dei contendenti, e che c’era un tizio che campava facendo sfide di questo tipo, morto quando aveva incontrato uno più tosto di lui. Del resto Grimod inizia la sua carriera di eccentrico gaudente con un invito a una cena per il suo (falso) funerale.
I commensali sono anfitrioni e invitati: entrambi i ruoli sono delineati con accompagnamento di consigli e raccomandazioni. I primi, gli anfitrioni, ereditano l’antico ruolo dello scalco, che nell’ancien régime aveva veri maestri: fare le parti, tenere la regia della tavola, badare che a nessuno resti ombra di fame. Dedica molta attenzione all’educazione degli anfitrioni, decimati dalla Rivoluzione, che occorre resuscitare. I secondi, i commensali, debbono apprendere l’arte di confliggere all’ultimo sangue per un buon boccone senza che gli altri se ne avvedano: ci si devono riservare i migliori bocconi con destrezza, sottraendoli all’altrui sguardo. 
Trovo interessante questa parte dell’opera che si occupa del ricevere in casa, che è pure arte nuova, insieme a quella del ristorante. Poiché è vero che già si riceveva, ma la camera da pranzo è tutta nuova, è invenzione dell’epoca, e acquista con essa un tono tutto borghese.
Date le premesse, si capisce bene come le donne, che non hanno palato, non siano gradite; sono una distrazione inopportuna, anche perché rappresentano un piacere, anche sessuale, in competizione, ma che nel confronto ci perde senz’altro. Possono ricomparire con il caffè, perché il vero goloso con l’arrosto ha concluso (Grimod aderisce all’idea che i dessert sono per le donne). C’è un’intera pagina dedicata alla comparazione tra le donne e il cibo dove queste perdono al confronto: “Potreste mai mettere un grazioso musetto imbellettato e ipocrita a confronto con la mirabili pecore di Caburg […] Chi oserebbe comparare tali donne a quelle indicibili vacche di fiume di Pontoise” (p. 43). “[…] vedete se mai vi riuscirà di stabilire invece una qualche comparazione tra questi cibi e tutte queste deliziose bevande e i capricci di una donna, i suoi bronci, i suoi umori, e diciamolo, i suoi favori” (p.44). Curioso che il curatore del florilegio si spenda per dirci che Grimod non è classista: il palato può averlo il ricco come il povero, e “il gusto della buon tavola è venuto diffondendosi in tutte le classi” (p.47), ma dimentichi come si accanisca ad evitar femmine.
Notevole mi è parso l’odio per i camerieri, assai virulento: dipendere dai camerieri significa morire di sete, quindi giammai il vino stia sulla credenza, ma in tavola; mai si deve, più in generale, “dipendere dal loro servizio e dalla loro discrezione. La presenza dei camerieri a tavola è una delle piaghe più grandi per il turbamento di un pasto. I loro occhi divorano avidamente tutte le pietanze, le loro orecchie captano tutti i propositi, e le loro lingue, sempre pronte a denunciare i loro padroni o almeno a sparlarne, sanno ben trarre il loro vantaggio dalla costrizione che quella presenza impone loro” (p.53). Molto meglio disporre di numerose domestiche (!). 
Grimod li esecra come chi ha tradito e portato alla ghigliottina i padroni che li avevano riempiti di ricchezze e bontà; questo tuttavia non chiarisce la faccenda: cuochi e cameriere erano forse indenni da tali accuse? No, caro Grimod, resta il fatto che l’odio per i camerieri o almeno la conflittualità con loro è una strana ricorsività del discorso sulla tavola, che sto interpretando come una sorta di paradigma del rapporto servile, asimmetrico, confliggente.
Piccola nota: 
Grimod dedica tutto un capitolo a un terrificante elogio dello stuzzicadenti, e un altro all’arte di farsi venire l’appetito ad libitum, per esempio c’è una benevola sorgente la cui acqua permette di fare anche cinque o sei pasti al giorno.
C’è poi tutta una parte di riflessioni filosofiche di uno scapolo sul piacere, in cui tratta di donne, scapolato, matrimonio; glisso.
PS: Ancora una volta troviamo, nella pagina di presentazione della collana di cui fa parte il libro, il terzo pubblicato, che la cultura del cibo è diventata oggetto di attenzione “dopo una troppo lunga fase di latenza”; ma ancora una volta la cosa si constata e non si interpreta.

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Alexandre Balthazar Laurente Grimod de la Reynière (Parigi, 20 novembre 1758 – Villiers-sur-Orge, 25 dicembre 1837) è stato un gastronomo francese.

mercoledì 15 luglio 2026

Madame de Sévigné - Lettres choisies. Ariès, Per una storia della vita privata



Potrait de Marie de Rabutin-Chantal (Rabutin Chantal), Marquise de Sevigne dite Madame de Sevigne (1626-1696), femme de lettres. Chateau de Bussy Rabutin. Peinture de Nanteuil Robert (1623-1678). Musee Carnavalet.

Madame de Sévigné (1846) Lettres choisies: Texte établi par Suard, Firmin Didot
Lettre 310, de Mme de Sévigné à Coulanges, 9 septembre 1694 - 
Lettres choisies (Sévigné), éd. 1846/Lettre 310

Mais puisque nous y sommes, parlons un peu de la cruelle et continuelle chère que l’on y fait, surtouten ce tempsci ; ce ne sont pourtant que les mêmes choses qu’on mange partout, des perdreaux, cela est commun ; mais il n’est pas commun qu’ils soient tous comme lorsqu’à* Paris chacun les approche de son nez en faisant une certaine mine, et criant : Ah, quel fumet ! sentez un peu ; nous supprimons tous ces étonnements ; ces perdreaux sont tous nourris de thym, de marjolaine, et de tout ce qui fait le parfum de nos sachets ; il n’y a point à choisir : j’en dis autant de nos cailles grasses, dont il faut que la cuisse se sépare du corps à la première semonce (elle n’y manque jamais), et des tourterelles toutes parfaites aussi. Pour les melons, les figues et les muscats, c’est une chose étrange : si nous voulions, par quelque bizarre fau- taisie, trouver un mauvais melon, nous serions obligés de le faire venir de Paris ; il ne s’en trouve point ici ; les figues blanches et sucrées, les muscats comme des grains d’ambre que l’on peut croquer, et qui vous feraient fort bien tourner la tête si vous en mangiez sans mesure, parce que c’est comme si l’on buvait à petits traits du plus exquis vin de Saint- Laurent : mon cher cousin, quelle vie !

Che ci fa qui Madame? Cerco dati sulla convivialità nei secoli. 

Francia. Drôme Provençale. Lo Chateau de Grignan e la Marquise de Sévigné. 

Ariès, P. (1988). Per una storia della vita privata pp. V-XVIII in Ariès P. & Duby G. La vita privata dal Rinascimento all'Illuminismo, Milano: CDE.

Quanto alla convivialità, dal XVI al XVIII secolo si assiste alla “sistemazione […] in ambienti che non appartenevano alla corte ma che erano al di sopra delle classi popolari, di gruppi di convivialità che hanno sviluppato una vera e propria cultura di piccole società consacrate alla conversazione, alla corrispondenza e alla lettura ad alta voce. […] la famiglia [ è ] assolutamente estranea a questa prima privatizzazione. […] le donne, almeno in Francia e in Italia, svolsero un ruolo importante nell’ambito di queste piccole società. Non ci si contentava di parlare, leggere, commentare letture o discutere. Ci si abbandonava a dei giochi di società (l’espressione è significativa), al canto o alla musica, alla discussione (in Inghilterra: i country parties)” (Ariès, 1988, p. XIII-XIV). 
Una di queste donne è Madame. Abraham Bosse, che metto nei commenti, è il cantore iconografico di tale convivialità.




Abraham Bosse. The Visit to the lying-in woman ( 1633 )


Abraham Bosse - Engraving - 1635 - (Bibliothèque Nationale (Paris, France)


Les Vierges folles s'entretiennent des plaisirs mondains

le vergini sagge


domenica 12 luglio 2026

Paolo Monelli, Giuseppe Novello - Il ghiottone errante. Viaggio enogastronomico attraverso l'Italia



Monelli, P. & Novello, G. (2016) Il ghiottone errante. Viaggio enogastronomico attraverso l'Italia [The Wandering Glutton: A Food and Wine Journey Through Italy] Bra: Slow Food.


“Ecco la pasta con le sarde. Asciutta, di bel colore, pomidorata, si presenta grata e innocua. Ma fin dalle prime boccate ci si accorge che è tutto il contrario: quattro donne in una casa non sono così discordi come gli elementi che la compongono. Il pesce fa a pugni con la cipolla, i finocchi con i pignoli, l’uva passita con il pomodoro e lo zafferano. Tutti i gusti tradizionali sono combattuti. Il palato non ha un attimo di riposo; se si acqueta nell’armonia d’una boccata, eccolo subito sussultare per una nuova sorpresa. Mangiamo tuttavia, esilarati dalla nuova cosa: e trangugiando ci pare di essere un dittatore che compone in pace diverse e discordanti parti di un paese.” (p. 150)
Monelli, emiliano, brillante giornalista; Novello, grande disegnatore, lombardo. Il libro viene pubblicato nel 1935, in pieno fascismo. Avevo letto che se Artusi, romagnolo, aveva ignorato il Sud Italia, Monelli invece l’aveva percorsa in lungo e in largo. Quanto a “palato”, però, i progressi non paiono immensi. I gusti tradizionali di chi? Se servisse qualche testimonianza a dirci che il cosiddetto palato è fatto di cultura – in senso esteso, estesissimo – e non di neurogastronomy, eccola qui. Alcuni dicono che dopo l’ascesa del mito della dieta mediterranea, la faccenda si è ribaltata: oggi il Sud batte il Nord. Forse negli stereotipi sì, ma nella conoscenza no. Ho partecipato poco tempo fa a una diatriba su FB tra persone che gridavano allo scandalo se si chiamava lasagna la lasagna napoletana, e altre, tra cui io, che tentavano di dire che esisteva anche quella. Non ho potuto fare a meno di pensare alle forze congiunte della letteratura creata dai nostri primi gastronomi, e l’industria che riempie gli scaffali dei supermercati di lasagna emiliana e non napoletana (come si inventa la tradizione). Una nota sul dittatore evocato: un omaggio a Mussolini? E perché voleva un piatto innocuo? Stava male di stomaco, o già tremava di paura? E tutto quel pomodoro – va be’ che le versioni sono tante – ma dove se lo era andato a cercare? (GialloZafferano dice che se non avete zafferano, potete usare un po’ di concentrato di pomodoro per dare colore…).

Monelli

Paolo Monelli, giornalista - Giuseppe Novello, illustratore 

venerdì 10 luglio 2026

François Simon - Pique-assiette : La fin d'une gastronomie française

 


Simon, F. (2008). Pique-assiette: La fin d'une gastronomie française [Freeloading: The end of French gastronomy] Paris: Grasset

Premessa: questa nota sul libro è del 2017, il libro del 2008. Eppure molte questioni sono ancora in corso. L'Autore è colui che probabilmente ispirò l'
Anton Ego di Rattatuille.

Inizio con una sintesi. Non si può fare a meno della Michelin perché è un mito, non una guida (infatti le guide cartacee non ci sono praticamente più, sopravvive solo lei, per questo preciso motivo). È il mito della ristorazione francese in pompa magna, di corte, e con quella della ristorazione occidentale che l’ha imitata. Per gli stessi motivi, rappresenta un mondo che sta per finire; la ristorazione ottima è mondiale, i criteri con cui apprezzarla tutt’altro che univoci e meno che mai verticali, ogni tentativo di classificazione, anche se si sposta nel mondo anglofono che ha tentato di appropriarsene, risente di un’ottica limitata e “etnocentrica” che non può che dire il falso. Come si fa, per dirne una, a continuare a ignorare l’Asia? Anche nella stessa Francia la buona ristorazione – che nonostante il lamento funebre intonato dalla stampa internazionale prospera - sfugge in larga misura alle stelle; si trova per ogni dove, e la mappa che la individua corre spesso di voce in voce sulla bocca dei buongustai sopravviventi a una certa mercificazione della cucina stellata. Quest’ultima, specie se le stelle sono tre, più che indicare eccellenza indica costi troppo alti – dementi per i clienti come per i ristoratori - e la necessità di fare sistema per guadagnare; necessità, o opportunità: le tre stelle si possono costruire a tavolino per imprendervi.
Evviva, ecco infine una lettura critica sulla ristorazione attuale. Ma non si può che avere un pamphlet? Infatti nel libro prevale una protesta sentimentale, dove la parte offesa è l’emozione, la fantasia con cui si va a ristorante. L’essere un oggetto investito di fantasie alle quali non si può pensare su è una caratteristica del ristorante? È una bella pista: se ne può parlare solo come di luogo idealizzato e preteso. Il libro è di 140 pagine; solo alla quarantesima trovo interessanti indizi di contesto. Prima c’è un’appassionata querimonia sullo chef che riceve tre stelle e perde la testa; da allora in poi non sarà più lì, a occuparsi del ristorante. E il piccolo paradiso che quel luogo era, o avrebbe potuto essere, svanisce.
Per capire cosa significhi essere lì, va fatta un’analisi che F.S. non fa, poiché lui chiede una partecipazione emozionale a un sentimento di perdita, non ne propone una lettura critica. Non mancano però elementi per questa lettura.
Che si dice a pagina 40 ? « Il n’y a pas à tortiller, un restaurant étoilé n’est pas rentable. A peine dégage-t-il un petit 1 à 2 % de marge, lorsque tut d passe bien. Car rien n’est trop beau pour rassasier cette satanée étoile […] Voilà pourquoi un chef qui ha décidé d’entrer dans ce système et qui, tout en même temps, souhaite vivre correctement est quasiment contraint à se diversifier ». In altri termini, poche storie, il costo economico di un ristorante pluristellato è altissimo; se vuoi guadagnarci decentemente, deve fare parte di un’impresa più grande e diversificata, che usi le stelle nell’immagine. Questa è la regola del sistema stellato. Se ci entri, la accetti.
L’A. aggiunge : « Morale de l’histoire, rien ne vaut un restaurant dans son terroir, avec son passé et le chef à bord. Le reste c’est marketing, business […] très fin XX, dans son côté virtuel, cynique» (p.42). Ovvero: se sei stellato e vuoi guadagnare decentemente devi fare impresa; ma se la fai, per il cliente il sognato appagamento svanisce: diventa un ristorante matrigna, che delude. Lo chef deve stare lì; il resto è cinico marketing fine XX secolo (a cinico F.S. aggiunge virtuale, a mo’ di insulto; vengono in mente le diffidenze verso la pentola a pressione, durate secoli: è stata inventata nel XVIII).
F.S. non distingue tra le attese, le fantasie collusive che organizzano il rapporto tra ristorante e clienti da un lato, e le competenze organizzativa, di impresa, di conoscenza della domanda, del mercato dall’altro. Il suo discorso scorre entro categorie solo emozionali; entro questo vissuto, il mercato è cinico marketing. A un certo punto ci parla, come caso esemplare di cuoco vero, di uno bravissimo, con una sola stella, che fa cucina buonissima, dedito ai fornelli, che regala gioia a chiunque si si inerpichi fino a lui che se ne sta in un posto bello ed eremitico; ma scopriamo che a volte la sera non ha nemmeno un tavolo occupato (insomma, ci fa preoccupare per lui).
Chi è François Simon? Un critico gastronomico “importante”, a lungo presso Le Figaro. Si dice sia stato il modello per l’Anton Ego di Rattatuille; tra i suoi blasoni, anche l’accusa di aver provocato il suicidio di Loiseau con un articolo che riportava la voce che avrebbe perso la terza stella. È importante anche vedere come si presenta nel libro: come uno che è dalla nostra parte. Ci tiene a chiarire che non è un erede dei gourmet del XVIII secolo, un esperto antipatico che ci fa sentire incompetenti, che fa parte di una cricca di saputi che sono i soli umani che gli interessano e che vuole imporre ai profani dipendenza ed esclusione. Si rivolge invece direttamente a noi profani ben intenzionati (a godere dei ristoranti), ed è sì molto esigente, ma proprio come noi, come uno che al ristorante cerca felicità, e che quando la trova la divide con noi.
Altrove (non in questo libro), si dibatte assai il tema dell’attendibilità della critica gastronomica, come ci fossero due schieramenti: gli esperti qualificati e gli improvvisati, i cartacei e i virtuali (sempre con nota di spregio). Contrapposizione surrettizia, dico io. Che sostituisce l’esplicitazione dei criteri e delle parti in causa. Piuttosto mi chiederei: la critica gastronomica può avere come oggetto i suoi miti? Che ne so, quelli del palato, del ristorante-paradiso, dello chef che deve stare lì, delle stelle Michelin, della trattoria verace, della cucina della nonna, del territorio, del guardare solo dentro al piatto, del ritorno al gusto naturale delle cose etc.… F.S. in parte si prova in questa analisi, in parte è immerso nel mito. Vediamo fino a dove si può arrivare, con lui.
Allora: F.S. ci dice che le stelle Michelin sono parte di un sistema di marketing, dove grazie alle stelle (che non hanno autonomia economica, specie crescendo il loro numero e con quello l’esigenza di lussi anche dementi, che non ripaghi nonostante prezzi indecenti) puoi attivare una serie di iniziative diversificate sul cibo, a costi di mercato, che permettono un’economia di insieme. Tale impresa può derivare dall’espansione di un ristorante in loco, vedi Blanc a Vonnas, o da espansioni internazionali, vedi Ducasse, che sembra Cluny (paragone mio: la chiesa madre figliò un numero impressionante di abbazie, tutte nello standard). Ma se Blanc più o meno resta lì, anche se non fa altro che un giro finale tra i tavoli come un ostensorio, gli altri sono sempre in aereo, persi tra le nubi del cielo e della fama, e a terra – e in Francia, questo è il dolore di F.S. – non resta più nulla, mentre ci chiediamo perché mai andare a mangiare cucina francese a Osaka. Con lo chef in fuga, le cucine stellate sono troppo spesso luoghi inanimati, conchiglie vuote. Si vuole esportare l’inesportabile, una cucina francese di corte, per altro insopportabile nella sua sufficienza verso le altre. Spesso sono meglio i fratelli minori dei ristoranti stellatissimi, sono locali dove gli chef si rilassano, i prezzi diventano più umani, i piatti meno isterici, più semplicemente buoni, più corrispondenti all’attesa, il servizio meno ingessato (vedi gli Atelier di Robuchon o Le Coquillage di Roellinger – per inciso, provati entrambi, ottimi; purtroppo Le Coquillage nel frattempo ha avuto tre stelle).
Quanto all’inglese Ramsay, arriva a Versailles (pare gli sembri un po’ avventuriero), dove un cliente francese e meno che mai parigino mai metterà piede, ma gli inglesi e gli americani accorrono, e fa un cucina tristellata accattivante e non eccezionale in ambiente debitamente kitsch (vedi le poltrone-conchiglia). Qui l’operazione parte da grossi investitori che, budget alla mano, si chiedono dove piazzare delle stelle (una, due, tre, qui, lì), e poi si attrezzano: location, chef – già con un nome, non perdono tempo con i giovani – e tutto il resto che occorre, tipo di cucina, di servizio, per far contenti gli ispettori Michelin.
La Michelin va bene per fare business a chi sa stare nel sistema fronteggiandolo, prevedendolo e programmandolo, mentre rovina le imprese impreparate o nolenti. In questo sistema, è un “partner” difficile e a volte importuno. Ad esempio, troppo spesso le stelle arrivano tardi: che se ne fa Roellinger a cinquant’anni, quando le meritava a trenta ed era allora che andava supportato? Io ricordo che Roellinger a cinquant’anni aveva detto che era troppo vecchio per i fornelli e si era sfilato dalle tre stelle: quando siamo andati a cercarlo nel 2010, abbiamo trovato appena chiuso il tre stelle in paese, ma più in là sulla costa un indimenticabile Le Coquillage, allora definito da Michelin, con due forchette, bistrot allettante con cucina influenzata da Roellinger; Roellinger operava dietro le quinte; come dicevo oggi ha tre stelle: si è rovinato? Un po’ lo temo. Poi, sempre F.S.: perché dare due stelle a un’immatura Hélène Darroze giovanissima, che quando stava nella sua provincia era incantevole ed è stata danneggiata dall’improvvido successo? (boh, questa estate a Parigi ci è piaciuta assai, più di un bistellato e un tristellato visitato in contemporanea… perdonate le note biografiche). Aggiunge F.S.: un bel ristorante che vive di un equilibrio locale, magari in provincia, ottimo in ciò che fa, amato dai clienti abituali, viene tristellato e tutto precipita; non regge la pressione della valutazione, delle frotte i nuovi clienti pieni di fisime, dell’attesa che tutti suoi piatti siano una folgorazione, e non lo sono. I nuovi clienti sono una peste. Si deduce che lui stesso da vecchio cliente era un buon cliente, ma ora è pessimo perché con l’attesa di essere strabiliato. Arriva “un public esxigeant, intraitable, habitué aux cannonades de l’excellence” (p.67). Lui stesso appunto, avendo mangiato questo e quello in attesa dello spirito santo, valuta che “il n’y a pas ce coup de tonnerre” (p.68; ma che accidenti voleva?).
Dunque, il medesimo F.S., che trovava incantevole un posto prima delle tre stelle, ecco che se ci torna dopo le tre, diventa capriccioso, vuole essere folgorato, attende un colpo di tridente in mezzo alla fronte (come dirà poi); non sarà che anche lui, come lo chef, ha perso la testa? Dovremmo un po’ parlare delle attese dei clienti: anche quelle fanno parte del sistema che con tre stelle sembra doparsi. Io rilevo che oggi, settembre 2017, fa scalpore Sébastien Bras, tre stelle, che vuole uscire dal sistema (e Michelin non sa se può concederglielo).
Del resto sopprimere la Michelin sarebbe come “supprimer la télevision dans le paysage français” (p. 59); insomma, è impensabile. Ma F.S. dice anche che un’epoca è terminata. C’è stato un tempo – aggiunge - in cui la Michelin non perdeva un colpo, la gastronomia francese era inquadrata perfettamente, regnava l’ordine gastronomico, si conoscevano le grandi tavole una per una, i gourmet pattugliavano tutto il territorio. Da vent’anni a questa parte tutto è cambiato (il libro è del 2008; terminata già allora). A cominciare dagli chef, che non è più scontato che inseguano le stelle. Ma anche la clientela è cambiata: molti hanno capito che si gioca a épater le bourgeois con prezzi imbarazzanti, inaccessibili, violenti: “Les prix n’ont jamais été aussi violents” (p.63) .
Non c’è più un inno nazionale della cucina francese, e più in generale mancano regole condivise, è finito il predominio della cucina occidentale; questo è affascinante, dice F.S., ma la critica annaspa. Anche la pretesa del magazine britannico Restaurant di individuare i 50 migliori ristoranti è fuori luogo, le classifiche sono ripetitive, la vastità del mondo ignorata (centratura sui paesi anglofoni, paesi asiatici zero; lui ha partecipato come Figaro, tentando di riequilibrare, ma c’era poco da fare). Nel mondo si mangia bene dovunque e in molti modi diversi (ehi, grido io, F.S. sta dicendo che il ristorante è finito! Poiché mica è mangiar fuori, il ristorante, ma una precisa forma storica del mangiar fuori, nata il Francia nel XVIII; altrimenti avremmo dovuto da subito parlare dei ristoranti cinesi, che ci sono da mo’); se questo è vero, è demente volere fare classifiche verticali.
Inoltre, la Michelin non solo non sa più se seguire la sonnolenta tradizione della guida o buttarsi sulla novità, ma non conosce più la situazione. Gli ispettori sono diminuiti e i ristoranti enormemente aumentati. Le valutazioni sono discutibili, ne abbiamo già visto diversi aspetti, ma ce ne sono di cocasse: grottesche, bizzarre; per dirne una, la Germania ha più stelle dell’Italia.
Quanto alle altre guide cartacee, rarefazione, vuoto, mutamenti radicali. Avanza internet. Non si potrà resistere al servizio che può dare, per esempio ai prezzi dimezzati dei tavoli invenduti che possono essere comunicati da un app. quando si è in giro e si vuole andare a mangiare. Né si può continuare e tirare la corda di un malcostume diffuso di compravendita di un pezzo, di una recensione, che ha gettato discredito su tutto il genere di pubblicazioni. Facendo vittime tra gli chef, che ora incensati ora puniti a capriccio si perdono in narcisismi isterici, e tra i lettori che finiscono con il sentirsi irretiti: vanno in luoghi ipercelebrati cercando l’esperienza mistica, e quando non la vivono si sentono gabbati e/o esclusi per una dannata incapacità del loro palato, dall’ambita casta degli intenditori.
Nel frattempo, i buongustai si stanno facendo altre reti di informazione: loro stessi, gli amici, i blog, qualche guida, vanno in posti che tengono segreti, hanno i loro giri… tornerà la cucina naïve, bruta (buona), è questione di tempo. La cucina è un’arte vivente, che ha bisogno di cuochi altrettanto vivi, presenti. “Morale de l’histoire, rien ne vaut un restaurant dans son terroir, avec son passé et le chef à bord” (p.42 ; qui entra in gioco un termine ricorrente e pesante: se la cucina è arte, quali sono le condizioni della sua produzione ? può esserci uno spartito?). Arte per la quale ci sono i tanti cuochi dediti, veri, che stanno nei loro ristoranti a cucinare degnamente, avvolti dai vapori delle loro pentole, quelli che vogliono la felicità, loro e dei clienti; perché se si esce dagli stereotipi, in Francia non si è mai mangiato così bene, ma bisogna andarseli a cercare.
La specificità polemica del discorso e il suo limite stanno nel non vedere un sistema di interdipendenze che includa in sé queste differenze – investitori che mettono soldi per creare stelle, ristoranti stellati che diventano imprese diversificate, buoni ristoranti che vivono del rapporto ristorante /cliente e altre non contemplate, e legga la dinamica dell’insieme, poiché è un insieme.
Manca ancora una parte importante del discorso. La sua componente simbolica, mitica, emozionale. Gli chef super stellati infatti, non sono solo in giro, sono anche fuori di testa. Sia perché si sentono vicini a dio, sia perché temono la caduta. Le stelle scendono in terra e risalgono in cielo con criteri che spesso dio solo sa; se sei nel sistema stellato e le perdi, hai perso più che tua madre. Se ne deduce che vivi nel panico. Ma tutto il sistema stellare è fuori di testa. Si parla di sfruttamenti del personale (stagisti schiavizzati da chef mitici, che ringraziano il cielo di essere schiavizzati da loro); di occultamenti della natura dei prodotti che la moderna tecnologia permette di manipolare in modi che esplicitati non ci piacerebbero per nulla; di dementi miniaturizzazioni di piatti che accettiamo acriticamente, in un mondo di supernutriti che si preoccupano della linea entro un osceno dibattito, che ignora la metà del mondo che muore di fame; dei piatti “faisant travailler les méninges mais guère l’appetit” (p.53), di attese di trovare l’emozione che rapisce, del non trovarla, del chiedersi se non si è in grado di provarla. “On voulait rejoindre un club fermé, on reste au judas de la porte” (p.53) . In questi ristoranti non ci vai se ti piace mangiar bene, ci vai se insegui illusioni: ci trovi una “clientèle d’illusion. Guère de gourmets” (p.58). Questi ristoranti “ces tables nouvelles étaient enfants du marketing” (p58), sono per nuovi ricchi e gourmet di un giorno, non per buongustai.
Concludo con temi sparsi:
Copiare: nella cucina classica fa parte del gioco, mica reinventi la crème brûlée; nell’attuale, è una tentazione irresistibile. Del resto, la creazione originale è possibile, ma non è la regola; il decimo punto del decalogo Gault e Millau: sarai creativo, è quello da temere di più.
L’atmosfera. Fa parte del gioco (diamine! aggiungo io); fa l’esempio di un luogo dove ci sono parigini, c’è vita, c’è un “fleuve d’humanitè” (p.90).
La resistenza della Francia a Slow Food. La Francia dorme su un materasso di allori. Non ci sono buone pizze, buoni cous cous, buoni sushi. La diffusione di stereotipi da parte di giornalisti stranieri che vengono al capezzale della gastronomia francese: fine dei bistrot, museificazione della grandi tavole, sparizione dei prodotti del territorio, dei buongustai…). Mentre fiorisce tutta una cucina buona, non abbastanza conosciuta.
La felicità (le ideologie del benessere e della salute) ha sostituito il piacere gastronomico.
 

mercoledì 8 luglio 2026

Catherine Perlès - Le strategie alimentari nell’età preistorica

Cueva de las manos.

Perlès, C. (1997). Le strategie alimentari nell’età preistorica, 
In J.L. Flandrin & M. Montanari (Eds.) Storia dell’alimentazione [History of nutrition] (pp.12-25). Roma - Bari :Laterza.

Potrebbe sembrare esagerato che mi avventuri fin qui studiando il moderno ristorante. Trovo invece dati interessanti, che si integrano con la destrutturazione dei confini tra umano e animale presente nel contributo di Flandrin nell’introduzione al medesimo volume; confini che tutta la storia dell’alimentazione continua a ricordare come da definire e ridefinire. 

Quali sono le specificità umane nell’alimentazione?
Punto uno: le scelte alimentari dell’uomo sono un caso unico tra i primati per ricchezza e varietà.
Punto due: il carattere sociale e rituale del consumo alimentare contribuisce alla specificità dall’alimentazione umana. 

Estendiamo il punto due: “L’alimentazione preistorica non rispecchia unicamente esigenze nutrizionali: se questa fu la situazione agli albori dell’umanità, essa è poi divenuta progressivamente l’espressione di scelte culturali. Rispecchia un’ideologia e, più avanti nel tempo, i rapporti di potere. A tal riguardo, in Europa, l’importanza sempre crescente della caccia sul finire del neolitico è significativa: determina principalmente l’uccisione di cervi, un animale cui è attribuito un forte valore simbolico, e accompagna i primi indizi di ineguaglianza sociale e l’affermarsi di élite. Il mancato addomesticamento del cervo è una vera e propria scelta socioculturale e il fatto che, allo stato selvatico, esso venga per così dire “trapiantato” fuori dal suo territorio d’origine denota l’importanza ideologica del “mondo selvatico” (p.24). 
In nota, citando uno studio di J.D. Vigne sul Neolitico, aggiunge: “I cervidi sono facili da addomesticare. Eppure vengono “trapiantati” allo stato selvatico, soprattutto mediante barche, su isole in cui non si erano sviluppati spontaneamente” (p.24).

Badare bene: l’ipotesi che agli albori ci fossero solo esigenze nutrizionali è un’ipotesi; le scimmie citate da Flandrin (1997), quelle che infilano patate in acqua salata prima di mangiarle, potrebbero sconfermarla anche presso i macachi: lo fanno davvero per esigenze nutrizionali? Flandrin lascia in sospeso la questione: non sappiamo perché lo fanno. C.P. non manca di dirci come siamo ideologicamente orientati e suscettibili quando parliamo di ciò che è umano: soffermandosi sulla dibattuta questione se i primi umani fossero o no mangiatori di carogne al seguito di grandi carnivori, ci dice come sia palese negli studiosi la difficoltà ideologica e non scientifica di considerarne la possibilità.

C.P. si avventura sul terreno della nascita della cucina: dando comunque per scontato, pur dicendo che non possono che essere congetture, che inizialmente l’alimentazione fosse pura soddisfazione di un bisogno naturale (non si sofferma quindi sui dubbi che ci mette Flandrin, dà per scontato un passaggio dal “naturale” degli esordi al successivo “culturale”); afferma così che l’archeologia ci dice come l’alimentazione si riveli progressivamente essenziale all’organizzazione dell’identità sociale e come rispecchi precise simbologie. Noi che la sappiamo lunga, esitiamo a pensare che ci sia una mente a noi vicina che non abbia da subito, da sempre, investito di emozionalità, quindi di senso simbolico, ogni oggetto di realtà, figurati il cibo. 

Quanto alle ricette, quando sono nate quelle sofisticate, elaborate? E i cuochi? Ne abbiamo notizia all’epoca delle grandi civiltà mesopotamiche. Ma i cacciatori – raccoglitori a noi noti, ammesso che possano servire da riferimento per la prima epoca dell’uomo, non ne hanno.
Però se pensiamo alle pozioni magiche, alla farmacopea, la faccenda cambia: lì sì che c’erano ricette sofisticate. E il bere sostanze fermentate, non inizia anche quello con le pratiche rituali? Vengono alla mente i mirabili vasi 
Shang e Zhou, ca. 1600-771 a.C.: da quanto durava quella pratica? 

Settori più accessibili allo studio dei dati, come quello tecnico, ci dicono che l’uso rituale e simbolico ha spesso preceduto l’integrazione di usi e costumi nella vita quotidiana.
Allora, che ne deduco? Insieme alla nostra appartenenza al mondo animale, su cui dovremmo smettere di fare storie, rilevo di nuovo la grande importanza dell’ambito simbolico – della “bizzarra” attribuzione di senso alla cose - come specificità umana (ammesso che i macachi non abbiano da ridire); quella che stiamo ampiamente ignorando oggi. 

***
Catherine Perlès è un'eminente preistorica e tecnologa litica francese, specializzata nel Neolitico greco e nelle industrie in pietra scheggiata. Nota per i suoi lavori alla grotta di Franchthi e il libro "Preistoria del fuoco", ha lavorato presso il CNRS e l'Università di Parigi X. È un'esperta riconosciuta nello studio funzionale degli strumenti preistorici.

giovedì 2 luglio 2026

Jacques Wilhelm - La Vita quotidiana a Parigi ai tempi del re Sole. 1660-1715.


Wilhelm, J. (1984). La Vita quotidiana a Parigi ai tempi del re Sole. 1660-1715 [Daily life in Paris during the time of the Sun King. 1660-1715]. Milano: Bur (Original work published 1977).

Cerco notizie sui ristoranti, e i tutti i testi sinora consultati (parecchi) ne indicano compatti (anche troppo) la data di nascita tra il XVIII e il XIX, nella Parigi pre e post rivoluzionaria. Indicando come primissimi - nel nome, restaurant – certi posti dove si vendevano bouillon ristoratori a gentiluomini nevrotici (dice uno degli A.) e anche ad alcune gentildonne pioniere che trovavano salette a loro riservate. Prima non c’era nulla? Silenzio di tomba. Al più si nominano i caffè, di cui i restaurant sarebbero stati parenti, solo che vendevano bouillon. Ciò che c’era prima, nel campo del mangiare fuori, era abissalmente differente? Solo tavernacce con tutti allo stesso tavolo, a sbobbarsi zuppacce già pronte a prezzo fisso? 
Finalmente con questo libro sfondo una porta chiusa, ed entro nel tempo di Luigi XIV. Scopro che c’era un universo di bettole, taverne, locande, tutt’altro che tutte uguali (come era possibile?). C’erano anche certi posti chiamati cabaret, che l’A. definisce una sorta di trattorie (forse con piccoli spettacoli di accompagnamento). Nel 1670 ci sono milleottocentoquarantasette trattorie e duecentoquattro cabaret. Ce ne sono di tutti i tipi: da miserabili a lussuosi; in questi c’è biancheria ricamata, coperti d’argento. Da un certo “Renard”, nel giardino delle Tulieries, “i prezzi arrivano a livelli vertiginosi per dei pasti raffinati in una lussuosa cornice” (p. 175; altro che tavernaccia). 
Li frequenta un mondo variegatissimo, dal popolino, ai nobili, agli intellettuali. Gli scrittori ci lasciano memoria di banchetti memorabili. Da un certo Guerbois, all’epoca famoso, il conte di Béchemel va in cucina a inventare la celebre salsa (immaginiamo un mondo in cui le ritualità erano ben diverse da quelle del ristorante del XVII-XIX: il conte non è un cliente attento alla qualità-prezzo, è un gentiluomo che si appropria “da padrone” di uno spazio pubblico dove si sente più libero che a casa sua, “privatizza” il cabaret). 
A proposito di intellettuali: è in genere poco esplorata la funzione del mangiar fuori come momento di aggregazione di élite maschili, spesso contropoteri: “il libertinaggio intellettuale, cioè l’ateismo, vi trovava un terreno ideale” (p175); funzione presente in questa epoca, e ancor più con Luigi XIII, meno censore di Luigi XIV: nelle taverne e nei cabaret si faceva opposizione. Ricordiamo alcuni ristoranti della Rivoluzione, “sede” dei vari movimenti rivoluzionari. Ricordiamo anche il bere, connesso al genere maschile e al farlo prevalentemente fuori casa: è un’attività in qualche modo “pubblica” e aggregatrice, anche entro sfide (la virilità comprovata dal reggere l’alcool). Tutto questo accade in taverne, osterie. Il conformismo borghese che nasce insieme ai ristoranti spazza via tutto questo e lo confina nelle taverne? Coltelli dalla punta arrotondata, sussurrare, star ben lontani gli uni dagli altri? E come consideriamo i “pranzi di affari”?

domenica 28 giugno 2026

Emanuela Scarpellini - A tavola! Gli italiani in 7 pranzi


Scarpellini, E. (2012). A tavola! Gli italiani in 7 pranzi [At the table! Italians in 7 lunches]. Roma - Bari: Laterza.

Cerco dati che mi permettano di capire la cultura del ristorante in Italia. L’A. studia la storia politica ed economica del Novecento, con attenzione ai consumi. Sono i dati sui consumi e il loro andamento in Italia dall’Unità a oggi l’aspetto più interessante del libro, quello per consigliarne lettura; gli aspetti culturali non sono altrettanto significativi per l’A., anche se ovviamente implicati.
Nota a margine: nella prefazione riferisce di un mito levistraussiano; un giaguaro, dopo avergli salvato la vita e averlo portato con sé a casa sua, insegna a un disgraziato brasiliano ad arrostire la carne (era il primo uomo che lo apprendeva). Quello lo tradisce uccidendogli la moglie, abbandonandolo e andando a spifferare tutto ai suoi, nel villaggio. Di qui l’apprendimento dell’uso del fuoco, e il famoso passaggio dal crudo al cotto, superando così il confine tra incultura e cultura. Il giaguaro infuriato mangerà da allora in poi carne cruda. Da studiare, questo mito: l’uomo esordisce come civilizzato tradendo l’animale, suo salvatore e maestro.
Il libro segue una scansione temporale. 1861-1880. Soffia un vento di nazionalismo post unitario. L’Italia è povera e arretrata. Vien proposto il pranzo del Gattopardo. Il principe invita a cena, controvoglia, il nuovo ricco villano, di cui non può però fare meno. Secondo l’A. siamo in un mondo fatto di regole, caratterizzato da “gerarchia e binomio inclusione /esclusione” (p. 8); il potere è di chi ha competenza culturale, quindi del principe. Perché l’altro, pur cercando di agire le regole, non può che tradire la sua ignoranza: l’abito da sera è di ottima stoffa e pessima fattura. Competenza culturale qui vuol dire conoscere le regole che conferiscono legittimazione sociale. Regole tanto più efficaci quanto più implicite. Un gastronomo, per dire, con il suo affannarsi a codificarle, dirle, sarà sconfitto da un uomo di mondo che si muove “naturalmente” sul terreno degli impliciti (l’A. cita l’habitus di Bourdieu). Implicite le regole, ma chiarissima deve essere l’esclusione che deriva dal non padroneggiarle. Se ne deduce che le uniche regole cui l’A. dà importanza sono quelle del potere (spesso le scienze sociali non conoscono altra modalità di rapporto). Sono regole che l’A. sopravvaluta e sottovaluta. Sottovaluta, perché non sono presenti solo alla tavola del principe di Salina, ma in moltissime tavole: regali, borghesi, contadine etc.; non si fa altro che incontrare tali regole, in un excursus sul cibo. Certo, molti A. le vedono solo in contesti “alti” (con alto grado di potere), mentre ci sono sempre. Sono anche regole sopravvalutate, perché potere alto/basso non è l’unica modalità di convivenza, forse perfino nella condivisione del cibo, dove la dinamica inclusione/esclusione, quindi il potere, è certo onnipresente.
L’A. cita il Galateo Melchiorre Gioja (1767 – 1829); da ricordare per la verifica di quanto i galatei della tavola puntino a salvaguardare la differenza tra uomo e bestia (p.16).
Poi appare un altro tema importante: l’antropofagia e il mangiar carne (l’A. accenna ai miti, alle fiabe in cui l’uomo diventa animale, l’animale diventa uomo, la loro frequenza); trattato a p.24. Per l’A. la carne, il cibo dei tabù, è il più desiderato da sempre, ed è il lusso dell’epoca di cui sta parlando. Sta fresco (dico io) M. Harris, che E.S. cita (molti lo citano), con il suo razionalismo materialista: figuriamoci se mangiamo ciò che è opportuno e sensato, come lui afferma con forza (se il Gattopardo non aveva la gotta, certo l’aveva il nonno del piccolo Lord). Prima di abbandonare il Gattopardo, ricordo che invece della minestra inziale prescritta dal bon ton francese, il principe vuole in tavola un meraviglioso timballo di maccheroni, con sollievo di tutti.
L’A. si lancia poi sull’abbuffarsi come degradazione o prestigio, con questa equazione: strutture sociali semplici, valore dell’abbuffarsi e differenze marcate dalla quantità; strutture complesse, valore della qualità, la quantità può divenire volgare. L’A. ipotizza perfino un’epoca in cui questo passaggio dalla quantità alla qualità avverrebbe, il XVII-XVIII, con la nascita dell’alta cucina (uhm: esistono strutture semplici? Uhm, vale l’ipotesi che la struttura sia la causa di una cultura? Uhm, possiamo pensare a una storia della cucina lineare? Altri hanno sconfermato che nelle corti medioevali ci si abbuffasse; il valore della ricchezza, della prodigalità, dell’ospitalità, del mangiare molto non sono identici: il discorso va articolato e differenziato; questo caso fa capire come l’A. consideri le culture: appendici di cambiamenti strutturali, che per altro senza interazione con quelle, le culture, ma in un rapporto causa - effetto, vengono a loro volta impoveriti).
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1881 – 1900. Apogeo e crisi del liberalismo. L’A. guarda al mondo contadino. Esordisce con un tal Mazzarò, un contadino ricchissimo di un racconto di Verga, che sembra il Marchese di Carabas del gatto con gli stivali: miglia e miglia di fertile campagna sono sue; è un avaro perso, che accumula godendo dell’accumulo; è un morto di fame avido. Sarebbe esemplare dell’atavica fame del contadino (ma fame e avidità non sono la stessa cosa: questa confusione invita a riflettere). La condizione dei contadini è drammatica, più che in molta parte di Europa, e nel 1880 c’è pure una pesantissima crisi agraria. È una povertà a macchia di leopardo, quindi – udite – non si può disegnarne il confine ponendolo tra Nord e Sud, come accadrà dopo anni (evoluzione che meriterebbe più commenti di quanti non ne trovi nel libro). Problema italiano: la pressione demografica (già allora). Quanto ai contadini, manca anche quell’investimento identitario tra campagna e nazione che invece, per dire, in Francia si stava facendo. C’è una nota circa le donne e la gerarchia a tavola: si conferma la loro subordinazione, nel non sedervisi. Aneddoto: inizia l’interessante parabola del pollo, da cibo elitario a cibo diffuso. Poi l’A. si dedica alla dieta mediterranea: i contadini se la godevano? No. Anche qui c’è molto di mitico, tanto sulla dieta quanto sui contadini. Questa è l’epoca del frumento per i ricchi, e del pane nero per i poveri. Non è solo la qualità del cibo, è anche la valenza simbolica del pane a essere in gioco; valenza che esordisce per l’A. nel Medioriente, viene assunta dai romani, passa ai cristiani, arriva al medioevo e poi a noi, anche se oggi è in discussione la sua centralità.
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1901-1914. Lo sviluppo industriale. Dall’’800 c’è stato un netto miglioramento in termini di salute e lunghezza dalla vita. Cresce l’industrializzazione, cresce la popolazione, il nuovo Stato promuove interventi speciali per il Mezzogiorno. Si creano infrastrutture, acqua, fognature, ferrovie.  Al contempo - udite! - cresce la spaccatura Nord - Sud. L’A. propone una Napoli invasa da cibo di strada; grandi apprezzamenti (sono ironica) di E.S.: “Come è naturale, tutta questa roba è condita in modo piccantissimo, tanto da soddisfare il più atonizzato palato meridionale” (p.77 ). Non so cosa voglia dire atonizzato: senza sensibilità? E.S. non deve essere meridionale; sembra continuare il pregiudizio artusiano verso la cucina del sud (la ignorò, e aborriva il piccante). Napoli è abitata da poveri che appena possono mangiano in casa, ma spesso non possono. Si ribadisce come il mangiar fuori non sia affatto sinonimo di ricchezza. A Nord si delinea il triangolo industriale. Milano viene proposta con un pranzo presso una famiglia operaia, con qualche agio e speranza di sviluppo; ne parlerò.
Quando nel 1953 l’ONU vorrà conoscere i motivi di tale miglioramento di salute e vita, lo studio indicherà come fattori igiene, medicina, reddito. Successivi studi (Thomas McKeown) diranno che il contributo della medicina in realtà era stato scarso fino a metà Novecento, quando arrivano gli antibiotici; eppure già prima si era visto il declino delle principali malattie infettive, fino ad allora prima causa di morte, come la tubercolosi, e delle epidemie. Perché? La risposta era stata: per il miglioramento della nutrizione, più l’igiene: mangiare bene e bere acqua pulita. Altri studi poi dimostrano (ancora una volta) che non c’è un’unica causa, ma fattori concorrenti. Lo stato “moderno” si adopera per migliorare la nutrizione, si pensa di educare le donne, si fanno corsi di economia domestica, entrano in campo gli esperti che parlano in nome del sapere nutrizionista, al contempo presidiano nuove forme di potere. Non ci meravigliamo perciò dell’accettazione parziale di tali indicazioni.
Esordisce l’industria alimentare, e con quella la pubblicità; il fuoco nelle case viene domato dalle stufe, arriva l’acqua corrente.
Nota a margine: l’A. dedica una pagina al consumo di vino: anche quello arriva dall’antichità attraverso greci, romani, cristianesimo; “era un consumo maschile, che segnava la socialità di genere” e veniva consumato prevalentemente fuori casa (p.97).
L’A., dicevo, descrive un pranzo operaio. Vediamo il sistema di relazioni. C’è una famiglia composta da un padre operaio, una madre che va a servizio, una figlia di 17 anni ricamatrice (frequenta anche un corso di economia domestica, vuole migliorare il suo lavoro), un fratellino. Cena: minestra d’orzo, carne di maiale fritta, insalata di patate, zabaione. Da bere, acqua; poi vino, soprattutto per il padre: la ragazza e la madre quasi non ne bevono, “ma il padre, guai!”. È la ragazza che prepara la cena e che sparecchierà. Serve anche a tavola; la madre si alza per aiutarla, ma la ragazza la invita a restare seduta. Il padre viene sempre servito prima e mangia più di tutti: “ [la ragazza] procede a versare la minestra fumante cominciando dal padre a capotavola – che inizia subito a mangiare” . Arrivati alla carne, “Il padre si serve per primo, mettendosi un bel po’ di frittura nel piatto […] si serve a più riprese, mentre la madre e la ragazza mangiano meno” (p.90).
Sembra che l’A. sappia che sta descrivendo un complesso sistema di rapporti con regole ferree. Il padre è a capotavola, servito sempre per primo; solo lui o quasi beve vino, e questo è indispensabile. Le donne servono, con una gerarchia: serve la giovane e non l’anziana, la quale però propone di farlo (gestire il servizio è anche un potere: viene ricordato che l’anziana non è fuori gioco e al contempo le si riconosce la preminenza sulla figlia: è una regola complessa). Alcune regole sono così “naturalizzate”, ovvero indiscutibili, che quasi non sappiamo più che sono regole, come quella per cui l’uomo mangia di più. L’A. cita come Bourdieu suggerisca che mangiar molto sia in rapporto con la virilità. Ma questo ce l'avevano già detto gli storici della cucina quando ci hanno parlato della cultura gernanica che si sovrappone alla romana. 
Tuttavia, commentando questa cena, l’A. torna sulla contrapposizione quantità/qualità con cui ha già distinto le epoche del cibo, che nel corso del tempo evolverebbero dal semplice (quantità) al complesso (qualità). E ci dice che qui, nel popolo, si cerca la quantità e l’“immediata soddisfazione” (“immediata soddisfazione” ricorre per tre volte in mezza pagina). Quindi “L’etichetta, la forma, la suddivisone delle portate qui [nel pranzo operaio] non contano, sono tutti vuoti formalismi” (p. 101). Resto di stucco: ma come, non eri tu che hai appena descritto un complesso rituale? Poi mi riprendo: quando si parla di cultura popolare, la tentazione di vederla come immediata, spontanea, e infine primitiva (l’immediata soddisfazione baypassa la cultura, la mediazione simbolica), è invadente.
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Fascismo, due guerre mondiali, 1915-1949. Dopo una piccola ripresa post prima guerra mondiale, siamo di nuovo in crisi di consumi. Il fascismo è caratterizzato da deflazione, crisi economica, autarchia, surrogati scadenti, rilancio del valore della frugalità, del risparmio, del mangiare italiano come sano e naturale. C’è un regresso alimentare che dura 35-40 anni e mantiene l’Italia lontana dai parametri europei. Eppure c’è un grande interesse per il cibo. L’A. inizia il paragrafo con un pranzo futurista. Dove tutto è immangiabile, ma è retorica e spettacolo (altro che banchetto medioevale). Nel 1929 escono il “Talismano della felicità” e il primo numero de “La cucina italiana”, nel 1931 la “Guida Gastronomica” del Touring Club, nel 1935 “Il ghiottone errante” di Monelli e Novello. In tempi di crisi, la tradizione alimentare e culinaria assume valore identitario. Le colonie alimentano la componente ricca ed esotica delle fantasie sul cibo: numerose specialità fanno riferimento all’Africa, magari per un colore un po’ scuro, tra marche di cacao e biscotti. Ma la realtà è una cucina autarchica, con qualche banana. La propaganda autarchica è rivolta soprattutto alle donne, che diventano per la prima volta autorevoli autrici di libri di cucina. Poi arriva la cucina di guerra. Ci vogliono anni per uscire da una continuità di emergenza: verso il 1950.
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La crescita economica. 1950-1973. Scelte fondamentali: la Repubblica; entro la guerra fredda, la scelta di campo atlantica; da cui l’integrazione nel mercato occidentale. Crescono società, economia, consumi, anche se non dappertutto. Una parte del paese stava cambiando. C’è l’emigrazione biblica dalle campagne alla città e soprattutto dal Sud al Nord. Ci sono nuove ricchezze e signore che dettano le buone maniere, prima tra tutte Donna Letizia. Grande o piccolissima, la cucina diventa americana e la regina della casa. Crescono gli elettrodomestici, i consumi, l’industria alimentare, la pubblicità. Soprattutto – ai miei fini – crescono i ristoranti di buon livello, nati dalla trasformazione di trattorie o di ristoranti d’albergo. Appaiono le prime recensioni sulla stampa. Gli intellettuali di sinistra e/o cattolici, d’altro canto, non sono prontissimi a diventare consumisti e/o gourmet. Giorgio Bocca da La Cucina Italiana tuona contro l’eccessivo interesse per la cucina. Esplodono i primi scandali sulle frodi alimentari (olio, vino, pane, burro adulterati) rafforzando una serpeggiante diffidenza. Al contempo, con il turismo automobilistico nasce il Belpaese con il binomio museo/trattoria.
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La società affluente. 1974-1993. Si è passati di colpo dall’indigenza all’essere una società affluente. Si fa parte delle potenze industriali. Pubblicità, televisione, consumo. Crisi politica gravissima, anni di piombo. Crisi petrolifera. Riforme sociali rivoluzionarie (divorzio, aborto, famiglia, lavoro, salute mentale, scuola…). Costruzione del welfare. I consumi crescono ancora, con un’accelerazione tra il 1984 e il 1990. La televisione è sempre più centrale, soprattutto dopo la liberalizzazione del 1976. Mangiare fuori: in Italia il pasto è celebrazione dell’appartenenza familiare; il mangiar fuori, peraltro tradizione non annosa per molti, assume il valore dello sfuggire a ritualità sentite come troppo chiuse e tradizionali. Soprattutto tra i giovani. L’A. fa l’esempio dei paninari, che anticipavano, però nella fascia medio-alta, il fast food McDonald’s, ancora da venire. Trattorie, osterie, cantine si trasformano in ristoranti di fascia medio-alta, e il loro posto viene preso da fast food e pizzerie. Si moltiplicano anche i ristoranti di alta cucina ispirati alla nouvelle cuisine. Si sviluppa la centratura sul corpo e sul bello uguale magro. Si passa dalle malattie della povertà a quelle della ricchezza.
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1994-2012. Dal 1993 la disuguaglianza sociale torna a salire. La crisi del 2008 peggiora le cose. La congiunzione tra mondo alimentare e scientifico giunge a maturità, procede il controllo e la modificazione dell’ambiente. C’è uno iato profondo tra produttori e consumatori. Si percepisce la violenza dell’impatto ambientale. Negli anni Settanta - Ottanta si supera la soglia dello sfruttamento ottimale del pianeta. I costi delle innovazioni aumentano più rapidamente dei benefici. In Italia l’attenzione politica, tra produzione e consumatori, è sbilanciata a favore della prima. Tra gli europei, gli italiani sono tra i più preoccupati per qualità e sicurezza del cibo. Ortoressia, diete. Ma ancora nel 2008 regge la consuetudine del pranzo familiare della domenica.
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Ci sono poi pagine su globalizzazione, attualità, futuro, ma meno fondate, mi fermo.

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