Dosi A. & Schnell. F. (1992a) I romani in cucina [The Romans in the kitchen], Roma: Quasar
Dosi A. & Schnell. F. (1992b) Pasti e vasellame da tavola [Meals and tableware], Roma: Quasar
Ripesco
due vecchi libretti perché portano traccia di un fattore interessante
circa la condivisione del cibo a tavola: la sacralità del pasto. Siamo
in epoca romana.
1992b riporta che manducare e
mandere, da cui deriva mangiare, e il cui significato era muovere le
mascelle, rimandavano alla “voracità incontrollata [di coloro che ]
mangiavano come animali” (p.9). Anche edere e comedere spesso
assumevano il significato di mangiare senza eleganza o divorare. Mentre
epulare “designava una funzione tipicamente umana: quella di
“banchettare” [il verbo ha] origine sacrale, come dimostra il fatto che i
cittadini che potevano prendere parte a banchetti rituali e pubblici,
possedevano l’epulandi publice ius, cioè il diritto di banchettare
pubblicamente” (1992a p.9). Tali banchetti dati in occasione di feste
religiose erano controllati dal collegio degli epulones. Un’altra parola
interessante è daps, termine più antico, che designava insieme il pasto
sacro e il sacrificio in onore di un dio. Il plurale dapes significava,
come epule, imbandigione copiosa, ricca.
Ripenso
alle accortezze messe in campo nei secoli per differenziare il mangiare
umano dal divorare animale; sottolineo che umano non include tutti gli
umani, ma solo certi umani: solo i cittadini romani, solo quelli con
potere sociale alto, solo gli uomini adulti e non donne e bambini etc..
Oggi come stiamo a etichetta del mangiare insieme? L’ultima che ricordo
se ne sia occupata in Italia è Lina Sotis, anni Ottanta. Un periodo di
nuovi ricchi – quando spuntano, arrivano manuali di buone maniere - dice
LS in un’intervista, aggiungendo che oggi siamo vecchi poveri, e che è
ora di imparare ad aiutarci l’un l’altro.
A
proposito di condivisione del cibo come rituale dell’appartenenza, 1992b
ci dice come i clientes dipendessero dal pasto elargito dal patronus, e
come i minores amici fossero quelli che andavano all’alba a casa del
partonus per guadagnarselo. La distribuzione di vivande seguiva, come si
capisce, gerarchie. Gli AA insistono sulla fame evitata. Ma prima della
fame si doveva evitare l’isolamento sociale.
La
cena romana aveva due tappe: il pasto vero e proprio con moderate
bevute, e la commissatio dedicata al bere e ad attrazioni: danze,
spettacoli, musica, letture, giochi. Le mogli non partecipavano di norma
alla commissatio (le etere sì). Si facevano brindisi orchestrati da
quello che i greci chiamavano symposiarcha e i romani rex convivii o
magister bibendi (veniva sorteggiato); i brindisi cominciavano con
dediche a Dyonisos-Bacchus; poi si beveva, invocando il dio, dalla coppa
presentata a lui passata di mano in mano, spargendo in sacrificio gocce
di vino. “Col tempo questa forma di comunione perse il suo carattere
sacro e le libagioni si svolsero bevendo sia dalla coppa unica che
veniva fatta circolare sia da coppe individuali” (1992a p.28). Anche se
perse il carattere sacro, la commissatio si svolgeva con una trama che
fa capire un sottofondo di complessi rituali: la regia del rex convivii,
quante coppe doveva bere chi (viene alla mente il rituale del padrone e
sotto del Meridione d’Italia).
Rilevo un altro
aspetto che credo risalga alla configurazione sacrale del pasto e al suo
regolare l’appartenenza alla famiglia (intesa nel senso allargato
romano). Ai tempi della repubblica “era stata consuetudine che lo stesso
padrone di casa partecipasse alla preparazione di certi piatti (come si
vede, l’attitudine a cimentarsi in cucina, che anche oggi costituisce
per molti uomini una specie di hobby, ha origini molto remote)” (1992a
p.27). Delle origini remote dell’hobby si colgono risonanze: basti
pensare a un invito presieduto da tale hobbista, e dall’aura della sua
figura da un lato, o a uno presieduto da una madre di famiglia e
relativa aura dall’altro: due mondi, due universi simbolici ed
emozionali, due differenti rituali. Solo qualche accenno, che fanno
pensare anche ai profondi mutamenti culturali intercorsi, che hanno come
delineato due ambiti dove ce n’era uno: il primo è rivolto agli eletti,
il secondo ai legami familiari obbligati; il primo connotato dalle
innovazioni, dalla creatività, dall’intrattenimento, il secondo dallo
sfamare, dal mantenere la tradizione, dal controllare le presenze
previste.
Quanto a 1992b, ci dice che “Gli autori
latini ci informano che il Romano antico si preparava spesso da solo la
focaccia, le minestre e l’insalata. Ne restano ancora oggi le tracce
nella consuetudine del padrone di casa di condire sovente l’insalata, a
suo gusto, per sé e per gli invitati. A lui compete ancora la
responsabilità del taglio del pane […] talora recitando una preghiera”
(1992b p.7).
“Nel culto domestico, il capo famiglia presiedeva alle offerte e ai sacrifici e recitava le preghiere.” (1992b p.102).
Molti
i banchetti rituali, dove gli dei erano presenti con un posto vuoto a
tavola, con un mazzetto di erbe sacre, con una statua. Banchetti rituali
che celebravano e ribadivano appartenenze, come quelli del Collegio
funerario di Lanuvio, “il cui scopo reale era evidentemente quello di
riunire in una specie di associazione di mutuo soccorso cittadini che
solo insieme avrebbero potuto far fronte alle spese dei loro stessi
funerali” (1992b p.107).
Naturalmente i due testi
contengono molto di più di quanto sto riassumendo, anche come tematiche.
Aggiungo noterelle di cose da ricordare:
- L’arte culinaria dell’antichità raggiunge l’apogeo nella Magna Grecia e in Sicilia.
-
A Roma si poteva affittare un cuoco con tutta la sua squadra per un
banchetto; ci furono cucine pubbliche dove prenotare piatti speciali.
Oltre al fatto che le case ricche in cucina avevano eserciti (un povero
aveva almeno uno schiavo).
- donne incluse, donne
escluse, donne su sedie e uomini sdraiati: già da allora si marcava la
gerarchia tra donne e uomini (1992a pp.18-19). “Nel banchetto la donna,
in genere poco istruita […] avrebbe costituito un elemento di
perturbazione, soprattutto se si tien conto del livello delle
conversazioni politiche, letterarie, filosofiche, naturalmente anche
licenziose, che vi avevano luogo” (1992a p. 19).
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Antonia Dosi, François Schnell

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