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lunedì 15 aprile 2024

Grecia. Dodecaneso. Nissiros. Erbe



Lasciare la barca, inerpicarsi, erbe. 2008.








Grecia. Dodecaneso. Nissiros. Paleokastro

 

Grecia. Dodecaneso. Nissiros. Paleokastro. Tanto impressionante per potenza e forza e bellezza, quanto per la dimenticanza che riusona come un'arpa vibrante e un poco disperata quando lo avvicini. IV secolo, epoca ellenistica. Noi, nel 2008.












sabato 15 ottobre 2011

GRECIA. PATMOS. CHORA. PALAZZO SIMANTIRIS.




Visita a una vecchia casa di Chora, palazzo Simantìris, costruito nel 1625 dal ricco mercante Aglaïnòs Mousodàkis, che si dice essere “rimasto com’era”.

Il palazzo è una grande casa privata; c’è solo una vecchia signora garrula come un pappagallo nella gabbia, stanziale al piano terra dalle grandi finestre ad arco che era magazzino e luogo di lavoro e oggi è il suo rifugio pieno di piante e cuscini e centrini e tazzine e statuine e quadretti e vasetti come tutto il resto della casa, ovvero la cosiddetta parte “museale” al piano di sopra, dove la signora sembra spingersi solo per accompagnare i sorpresi visitatori.

Infiniti parafernalia e scarabattoli; su uno dei letti una sinistra bambola pendendo in avanti pare vampiro in astinenza, pronto ad addentare chiunque ceda a quelle vecchie piume. Una foto di famiglia in un malinconico e antico bianco e nero mostra una coppia circondata da una corona di cinque figli di cui una sola femmina, la piccola, lei, che oggi potrebbe avere ottantacinque anni. Fecero cinque figli, ci dice con un orgoglio che spaventa, per poter avere lei, l’erede femmina, così come si usa in più d’una di queste isole che un tempo furono sacre ad Artemide.

Intanto ci saltella attorno malgrado gli acciacchi che ogni tanto la portano a sedersi lamentosa, mentre ci invita perentoriamente e proibisce altrettanto decisamente ora a fare una cosa, ora a non farne un’altra. È il più bizzarro museo del mondo, dove curatore, proprietario e custode sono tutt’uno, e dove il pagamento è al buon cuore del visitatore tra obolo e acquisto di souvenir (un centrino, una cartolina) mentre quella allude alla durezza della vita e al nessun aiuto per la sua meritoria opera di tener desta la memoria.

venerdì 14 ottobre 2011

Grecia. Lo svingo, zvingoi, un grande bignè cavo caramellato e riempito di crema.




Chora, la città antica che biancheggia ai piedi del ferrigno monastero di Patmos, frutto del radunarsi attorno ad esso e alla sua protezione di gruppi di esuli che spinti da guerre e conquiste che si sono succedute nel corso dei secoli, arrivavano da ogni parte della Grecia portando con sè le proprie tradizioni anche in cucina, non manca di caffè e locande che si aprono dal lato della via con porticine guardando attraverso la quali si arriva a vedere la luce dello straordinario panorama di golfi e di mare, e che possono ospitarti su terrazzi dai meravigliosi panorami senza nemmeno farti pagare tanta bellezza con veleni e cattiverie.

Ho infatti ordinato, unica audace tra tutti, che poi invece di pagare il giusto la loro pavidità ne hanno assaggiato ognuno un pezzetto, un grande, leggero bigné a ciambella dall'esterno caramellato e dall'interno cavo e farcito di ottima crema; passando davanti alla cucina ne ho visti due pronti per essere portati ai tavoli e ne ho chiesto il nome.


Svingo, mi hanno detto le due ridenti cuoche; svingo ho cercato su web, ma niente da fare, tranne un accenno in cui non si dice nulla che io non sappia già: è un bignè fritto. Sembrano assai diversi dai loukoumades di pasta lievitata fritta di cui si trovano notizie.

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Un anno dopo, questo post attiva nel blog di Bucci una ricerca che ha un bell'esito: il nome e la ricetta: Zvingoi, bignè fritti dalla Grecia Sono infatti diversi dai  loukoumades, è una pasta bigné.

domenica 9 ottobre 2011

GRECIA. LIPSI









La cosidetta Lipsì la deliziosa, l'isoletta a un passo di mare da Patmos, va costellandosi di una congerie di casette che cresce a dismisura e dovunque si vedono e si sentono tra gli azzurri e i bianchi delle case ciabattanti italiani.

Ci infiliamo nella chiesa dove il tempo si confonde: gli affreschi del 2002 ripetono le icone bizantine, nell'iconostasi appaiono santi più antichi e sui coperchi delle accurate cassette rivestite d'argento che ripongono ordinatamente crani e femori dal potente potere salvifico sono dipinti altri santi forse più vecchi ancora ma assolutamente gemelli dei nuovi. Occhi, gambe e braccia d'argento si affastellano insieme a signorinette in calzini e signori con borsalino anni '50 e mamme con versioni new look insulari dolcemente rilucenti e infiocchettati di blu. Anche qui signore di guardia, meno suggestive di quelle pervase da disperata pazienza e perse al mondo della Madonna del Castello di Leros; queste pare abbiano sospeso un soffritto al quale presto torneranno per fare un po' di turno in chiesa e a cui pensano mentre badano che non si facciano danni. Forse mentre si avviano per tornare in cucina strapperanno con discrezione un rametto del magnifico basilico rotondo che splende sulla soglia della chiesa.In una panetteria vediamo degli enormi, dorati, gonfi pani con il sesamo che sembrano cuscino di sultano. Sono per la Chiesa, ci dice la ragazza; servono per il rito, i pani per gli umani sono uguali, ma piccini.

Facciamo un giro con tassisti che non hanno ritegno nel mostrare un certo piglio brutale con il turista, in una sorta di guerra legittima con il cliente ai cui voleri si sta tuttavia mantenendo una perpetua possibilità di ribellarsi che va oltre le prime contrattazioni, e accompagna rendendolo più piccante, tutto il tragitto. Noi abbiamo assistito alla formazione del nostro giovane tassista che mostratosi disponibile a comprendere i nostri desideri, ha cambiato atteggiamento dopo l'arrivo occhiuto di un anziano venuto a controllare l'ingaggio e che durante il percorso continuava a ricevere telefonate di controllo, che non gli venisse in mente di rovinare la piazza con eccessi di accondiscendenza ai nostri ghiribizzi.

Percorso che si rivela bello nella quantità di baie e isolette e azzurri e erbe dorate e piccole chiese bianche e turchesi.

Foto di Artemisia e Nunchesto.

GRECIA. IL DELFINO


Verso Lipsì, avvistamento del delfino.

Nel mare Egeo abbiamo incontrato uno svelto delfino che per un minuto ha giocato lucente come una flessibile spada amichevole su e giù dalle onde con noi.

I marinai sono accorsi di colpo festosi come avessero incontrato una fidanzata molto amata ma che si incrocia solo di quando in quando in certe sue strade non abbastanza prevedibili e allora è tutta una reciproca festa, e hanno cominciato a danzare e battere colpi con i piedi sul legno e a fischiare dolcemente per incantarla, per farla stare con noi un po’ di più.

Cannibalismi: quando i greci dell'Anabasi saccheggiarono la città dei Mossinechi, nell'Anatolia del nord, trovarono anfore con carne di delfino in salamoia e vasi con grasso di delfino, che quelli usavano come i greci usavano l'olio d'oliva.

sabato 8 ottobre 2011

GRECIA. DODECANESO. LEROS. PANDELI
















Leros è curiosamente variegata. Ricordo la mente che vagava lontana e il corpo paziente, affidato alla fedele sedia impagliata, delle signore che passano il giorno nella chiesa della Madonna del Castello piena di santi; la malmostosità irritata, la guida brusca, il parlottare tra loro per poi rivolgerci dure ambasciate dei due tassisti che ci hanno accompagnato per due ore sulle sue creste ricche di golfi che andavano continuamente aprendosi al nostro sguardo e che ci consolavano del fatto che noi volevamo andare da una parte e loro ci portavano dall'altra; la malinconia silente, abbandonata, vuota, geometrica di Lakki, un tempo Portolago; quella ancora più cocente di quella parte dell'isola dove un tempo ci fu il disperso tempio di Atena e ora c'è un areoporto che si perde nel mare e l'aspro ricordo degli esuli politici e della guerra degli italiani; l'aleggiare del nascosto manicomio, che nella sua invisibilità onnipresente benché dissolto incombe ancora su ogni parte dell'isola; la quotidianità tranquilla e viva del porto di Pandeli pieno di piccoli pescherecci e bordato di locande e famigliole al bagno; il sorprendente fuoco di un tramonto incendiario; il rifugiarsi nella calma oscura e risuonante di cicale che non volevano mollare il canto della baia della piccola Arcangelos, l'isoletta a nord, in una notte ventosa.

Su Leros. Sotto la pianta della Lonely Planet.

venerdì 7 ottobre 2011

GRECIA. DODECANESO. TRAMONTO A LEROS.







Arcangelos, piccola isola, offre un'ansa come un gomito per appoggiare la testa e abbandonarla al sonno  sull'acqua che imbunisce.

Ecco, il vento soffia e gonfia con battiti di gabbiano furioso la tenda, il sole sta per inabissarsi dietro la corona di pini che fa da cresta alle rocce tumultuose che abbracciano la piccola baia. Le cicale? Instancabili, sonore, armoniche, lavoratrici fino all'ultima goccia di luce, imperterrite ancora nel primo buio, trascinate dall'onda del loro fitto frinire. Altro che sfaticate.

La panciuta barca si immerge placida nell'ombra, mossa la tenda schioccante dal vivace vento, mentre si diffonde un amoroso odore di melanzane fritte, snelle sirene viola, diletto del mormorante mediterraneo.

La vicinanza con il mare, dormire sull'acqua, attraversare un tramonto.

giovedì 22 settembre 2011

GRECIA. DODECANESO. LEROS. IL MANICOMIO



A Leros una volta, dove ora c’è un castello bizantino che guarda lo snodarsi delle sue molte baie azzurre, sorgeva un Asclepeion, un luogo di cura e di devozione ad Asclepio.

Ma con il passare dei secoli l'isola dimenticò la sua competente benvolenza per gli afflitti e divenne sede di un manicomio che alla fine degli anni Ottanta del Novecento venne denunciato da un servizio della BBC come tremendo in Europa e uno dei peggiori al mondo.

Mille e cinquecento uomini e donne con diagnosi psichiatrica classificati come “pazienti cronici incurabili” e un centinaio di bambini con gravi deficit mentali e fisici vennero ammassati in condizioni disumane nelle vecchie Caserme della marina militare italiana, dedicate a questo nuovo scopo alla fine degli anni Cinquanta.
Durante la dittatura, tra il 1967 al 1974, ai “matti”, si aggiunsero i confinati politici. Tra il 1970 e il 1975 pare sia stato raggiunto il picco con 2600 ricoverati, destinati a vivere sull’isola in uno stato di completo abbandono e deprivazione accompagnato da qualche isolata denuncia e una più complessiva ed efficace collusione della psichiatria greca. Nel 1988 il flusso si interruppe, tranne sporadici ingressi.

Nella seconda metà degli anni Ottanta la Commissione Europea era entrata nel merito del “caso Leros”. Negli anni Novanta il manicomio fu oggetto di un intervento da parte di due équipe, una olandese e una italiana, per riportarlo a decenza. I documenti su web non sono molto chiari sulle questioni che le due équipe incontrarono, e se si coglie un qualche problema tra psichaitria italiana e greca (l'esperimento di Leros, fondato sull'ottica basagliana, sembra restare caso isolato per le istituzioni psichiatriche greche), si assiste pure alla sparizione non commentata dell'attività dell'équipe olandese. C'è una qualche documentazione sull'intervento italiano che in seguito indico.

Oggi l'ex manicomio è un’istituzione aperta; gli edifici si trovano a sud, sulla strada che da Lakki va verso Xirokambos.

La sinistra presenza di questa istituzione ha fatto a lungo di Leros un’isola popolosa, che viveva dell'economia dell'Ospedale, e insieme dimenticata. Ancora oggi lo scarso turismo, specie internazionale, è dovuto a ciò che persiste di quell'aura.


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Segnalo una serie di link sulla vicenda, specie - come dicevo - per ciò che riguarda l’intervento italiano.

Una sintetica storia dell’istituzione scritta in occasione di una recente mostra fotografica di Antonella Pizzamiglio sul manicomio di Leros

Alcune foto di un fotografo, Alex Majoli dell'agenzia Magnum, che ha documentato il manicomio all’epoca dell’intervento.

Di seguito alcune testimonianze dal sito deistituzionalizzazione-trieste.it

Situazione - Sono entrato per la prima volta al reparto B1 del Padiglione 11 dell’Ospedale Psichiatrico di Leros nell’agosto del 1993: quattro stanzoni con 20 letti ciascuno - niente lenzuola e cuscini, sudicie gommapiume per materassi, una vecchia coperta - estate ed inverno; un grande refettorio - tavoli e sedie a disposizione solo alle ore prefissate; un armadio con i vestiti di tutti i giorni per 56 persone, due docce - di cui una inutilizzabile; una cucina dove non si cucina, ma da dove si distribuiscono i pasti che gli internati vanno a prendere alla cucina centrale. Chi da venti, chi da trenta anni: per tutti il tempo è scandito dal mangiare, dalla distribuzione delle sigarette, dalla doccia settimanale. Si mangia: un piatto pieno al centro della tavola per quattro o cinque persone, uno o due  bicchieri di plastica, sempre per quattro o cinque, così, dopo, c’è meno da lavare. I pasti durano cinque minuti, di orologio.  Si mangia poco e male. Per lavarsi - dieci persone al giorno, cinque la mattina e cinque il pomeriggio - si aspetta il proprio turno nudi in corridoio, proprio davanti la porta d’ingresso del reparto. Ed anche se si è capaci di lavarsi, si viene lavati. Il tutto dura venti minuti per gruppo, al massimo. Le sigarette, dopo il pranzo, possono essere due o tre, o nessuna, ad insindacabile giudizio di chi distribuisce. Per alcuni c’è il lavoro.  Un internato per dodici ore al giorno gestisce le distribuzioni del cibo  e lava, con impeccabile cura, docce e gabinetti. In cambio ha l’autorità di chi può dare o togliere un pezzo di pane, ed un intero ripiano dell’unico armadio per i suoi vestiti  da lavoro.   Altri pazienti puliscono il refettorio, rifanno quel poco che c’è da rifare dei letti, trasportano le immondizie, o i vestiti sporchi alla lavanderia centrale. Per chi vuole allontanarsi almeno un po’, e ne ha le energie, ci sono un paio di ore la mattina nella grande piazza d’armi di fronte al padiglione. La piazza d’armi era il centro della base navale che per cinquanta anni, all’inizio del secolo, ospitò più di tremila militari italiani: caserme per i soldati, magazzini, officine per idrovolanti, sommergibili e cannoni, villette per ufficiali ed uffici. Questo era, prima, l’Ospedale Psichiatrico di Leros. Quella piazza d’armi, quella enorme spianata di terra rossa, battuta dal vento di inverno, sotto il sole torrido d’estate, è stata per anni il teatro della solitudine di centinaia di internati. Uomini mal vestiti, poco o per niente vestiti, distesi, rannicchiati per terra o, silenziosi, camminando. Sguardi furtivi, mozziconi che passano di mano o raccolti da terra. Scatti di corsa, che improvvisi nascono e muoiono, in assenza di scopo. Uno piange ed un altro grida. Per un paio di ore al giorno nessuno ti dice cosa devi fare. Ma, paradossalmente, questa libertà conferma a questi uomini che per quanto facciano, per loro non c’è niente da fare. Gli infermieri dell’Ospedale - 400 per 400 internati uomini - non sono infermieri.  Sono filakès: guardiani. Contadini e pescatori  che hanno trovato nell’impiego statale l’unica risposta al depauperamento dell’isola. Mai gli è stato detto, e ancor meno mostrato o dimostrato, che un ospedale può/deve almeno cercare di essere un luogo di cura, di riabilitazione.  Li guardo, discuto con loro. Vedo volti antichi, mani che hanno a che fare con la terra, gente che conosce la fatica. Esprimono sentimenti forti, hanno il piacere di condividere la bellezza della loro terra ed hanno paura che gli si porti via, con l’ospedale, il loro pane. Chiusi  ed abbandonati essi stessi in quei padiglioni,  contraddittoriamente hanno resistito e  si sono adeguati, hanno promosso la legge del più forte e nascosto la loro comprensione dell’altro. Sadismo, sfruttamento,  furono la regola. Compassione, protezione, le eccezioni. Verso la fine di quella prima visita un uomo mi avvicinò e mi mise in mano, con discrezione, uno strano oggetto.  Era un intreccio di fettucce di stoffa, annodate. Animate.
Ricordo,  in quel corridoio, una botte di acqua potabile con un bicchiere per 56 persone, la televisione - in alto - accesa, rumore di pentole di alluminio,  voci. Ricordo uno sguardo, dei capelli d’argento, un corpo agile e nodoso, di vecchio. Ricordo, insieme all’imbarazzo, il mio sollievo, la mia gratitudine per questo corpo  che senza nulla chiedere, affermava il suo esistere in quella desolazione.
(Maurizio Costantino, 1998)

Una versione più lunga di questa testimionianza, qui.
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Storia - Leros è una piccola isola greca nel mare del Dodecanneso, che dal 1912 alla fine della II guerra mondiale è stata colonia italiana. Dopo l'unione con la Madrepatria l'isola entrò in una grave crisi economica. Così i politici eletti al Parlamento dalla regione del Dodecanneso videro un'occasione da non perdere nella necessità di ridurre l'affollamento dei vari ospedali psichiatrici esistenti in tutta la Grecia. Con la dittatura dei colonnelli dal 1967 al 1974, Leros diventò luogo di campi di concentramento anche per 4000 prigionieri politici. Nel 1981, l'anno in cui si registra il maggior numero di pazienti ricoverati, un gruppo di medici che svolgeva il proprio tirocinio, denunciò le gravissime condizioni di vita degli internati in un simposio internazionale, chiese che i ricoveri fossero interrotti e che l'ospedale fosse chiuso. Nel 1984, la CEE finanziò la riforma psichiatrica in Grecia, assegnando un contributo sostanziale per l'Ospedale di Leros. Un solo cambiamento fu fatto all'interno dell'ospedale: gli internati furono suddivisi per categorie sulla base di criteri diagnostici e di valutazioni funzionali. Ma la crisi politica del giugno 1989 non permise il proseguimento di questo piano. Solo sotto la costante pressione della comunità internazionale fu approvato un altro progetto, che proponeva un intervento di deistituzionalizzazione all'interno dell'Ospedale. Al progetto presero parte, oltre ad un gruppo di specialisti greci, équipe straniere di consulenti tecnici provenienti da Trieste (Italia) e da Maastricht (Olanda) che condivisero l'intervento di lunga durata all'interno dei reparti dell'ospedale e sostennero tale strategia di intervento. (Carlotta Baldi, 1998)

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Risultati - Il grado del cambiamento a Leros può essere molto facilmente confermato paragonando semplicemente il presente con il passato. Venti gruppi- appartamenti sull'isola fuori dalla cinta del O.P., dentro la comunità locale, abitati da 105 ex internati, 45 strutture residenziali piccole, nell'area di proprietà del manicomio, alcune cooperative, un contesto allargato di riconoscimento e di esercizio dei diritti, atmosfera e vita dei pazienti totalmente cambiata. Circa 130 ex internati trasferiti, all'inizio dell'intervento nel 1991 in 13 ostelli costruiti nella Grecia continentale. E' doveroso sottolineare che il lavoro a Leros deve moltissimo alla collaborazione internazionale, in particolare modo al gruppo italiano, alla metodologia che ne seguì e agli appoggi politici che furono messi in campo.L' intervento a Leros non è risultato essere purtroppo un elemento catalizzatore della riforma psichiatrica in Grecia, così come si sperava che accadesse, però ha dimostrato in maniera incontrovertibile che il processo di deistituzionalizazzione è possibile e che, se è stato possibile andare avanti a Leros, è possibile andare avanti in ogni altro manicomio. Il lavoro di deistituzionalizazzione del O.P. di Leros si è interrotto nel 1995, quando sono finiti i finanziamenti. Il manicomio è rimasto manicomio, benché con un immagine completamente nuova. La grande conquista, che rimane, è il cambiamento culturale in una grande parte del personale, che fa sforzi, con innumerevoli difficoltà, per mantenere i progressi degli anni precedenti, procurando ai pazienti condizioni di vita migliorate ed una base di diritti allargata. Quale sarà la sorte del manicomio, sarà lasciato ad avvizzire come una bella immagine oppure potrebbe diventare un centro di trasformazione, economica, sociale e culturale restituendolo così alla comunità locale e a tutto il territorio nazionale, affrancandosi così definitamente dalla sua terribile funzione di luogo di prigionia ed esclusione?
(Th. Megaloeconomou, 1998)

mercoledì 21 settembre 2011

GRECIA. DODECANESO. LEROS. LAKKI, UN TEMPO PORTOLAGO
















Prendiamo un tassì e chiediamo di fare un giro indicando alcune mete; niente da fare: il giro segue ciò che il tassista ha deciso essere ciò che l'ospite dell'isola deve vedere, e ci porta – alquanto rabbiosamente - dove gli pare. Quindi dopo il Kastro e percorrendo vie che si snodano lugo serpeggianti coste che mostrano sempre specchi di mare molto azzurro tra brulle creste, si va verso nord, dove un tempo ci fu il disperso tempio di Artemide e poi secoli dopo un posto di confino per esiliati politici, passando per la stretta e lunga spiaggia di Àlinta affollata, popolare, separata da una fila di casette dalla risicata via costiera, mentre le chiese bizantine da noi desiderate restano fuori dalla portata forse anche per il solitario e non disturbato sognare cui le lascia la tranquillità dell’isola, non dedita ai turisti.

Il supremo sonno lo mostra la malinconica Lakki, assolata e deserta, con il sole del pomeriggio che massimamente ritaglia l'aspetto tra giocattolo e solido geometrico che hanno gli edifici costruiti dagli italiani tra le due guerre, in un desiderio modernista e coloniale di ridisegnare la fisionomia del Dodecaneso che in questa cittadina, un grande porto chiuso come un lago vista l’imboccatura stretta e per ciò ribattezzato Portolago e attrezzato militarmente, trova una delle sue espressioni più compiute, per così dire da capo a piedi, dalla rotondeggiante urbanistica (vedi la foto dall’alto del 1935 e pensa a tal Sardeli e tal Caesar Lois, ingegneri, che pare ne siano gli artefici) agli edifici (tra gli architetti, Armando Bernabiti e Rodolfo Petracco).

Il cinema teatro dalla facciata cilindrica è oggetto di un restauro dovuto all’Unione Europea che chissà se mai sarà concluso; sotto le sue arcate un gruppo di nomadi alloggia con grazia, felicemente stravolgendo con un sol colpo di gonna l’aria dechirichiana del luogo, che pure riluce nelle vicine arcate della scuola.

Dietro la parata degli edifici si affollano verdi consolanti alberi, palme e pini odorosi che qui mostrano tanta felicità di crescere, assai più degli umani con i loro pochi negozi che non si sa se sono aperti o chiusi e i due tassisti in (eterna) attesa seduti su un par di sedie con l’aria assorta e persa di chi sta per diventare un filosofo.


Su Portolano, urbanistica.unipr.it

Sull’architettura fascista nel Dodecaneso (da lì anche la foto dall’alto) daithaic.multiply.com

Foto di Artemisia e Nunchesto
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