sabato 18 settembre 2010

BORGOGNA. MERCUREY. HÔTELLERIE DU VAL D’OR. UN RISTORANTE TRA LE VIGNE.












Una cucina accettabile, apprezzabile. Ma basta così. In cucina non si divertono, ma pensano a come tenerci buoni. L’hotel è di quelli per viandanti, proprio sulla strada (nasce al tempo in cui si cambiavano i cavalli, e di quell'epoca restano tracce), in uno di quei paesini del vino della Côte Chalonnaise, la parte sud della Côte d'Or, a Mercurey.

Le viti si spingono fin dentro il paese, c’è una piazza di vigne. Lo stesso annottare verdeggia, e sembra che un esercito di pampini e di filari potrebbe mettersi a marciare, a notte fatta, fin sotto, fin dentro la soglia delle case. Le vigne circondano i cimiteri, salgono sui colli, lasciano appena lo spazio delle strette strade. Arriviamo dalla vicina Chagny, dove la sera precedente abbiamo magnificamente cenato da Lameloise. Intorno c’è tutto un punteggiare i campi di silenti e nobili paesini del vino pieni di cantine.

Il cameriere ha un’aria da mite curato di campagna (parroco, precisa il Nunche valutandone l'età da esperto di vita di parrocchia) strettamente racchiuso in un suppongo scomodo gessato scuro di stoffa pesante e rigida (almeno che duri, con quel che costa). Sorrisi timidi e aria da vigneron che vuol farci contenti ma che non sa bene come fare (“chissà questi che vogliono”, con l’aggravante che nel passato hanno pure avuto una stella Michelin, subendo la pressione che questo comporta). Non a caso ci serve un piatto d’esordio che chiama la patience: è una mousse di tonno aux trois poiveres. L'amuse bouche è stato del fois blanche in paté con coulis di pomodoro e gougeres.

Ma il meglio è dato da una camerierina dalla breve coda di cavallo che va su e giù col ritmo dei passi come una lieve nuvoletta bionda, con un’onda calata sulla fronte bombata e un bistro scuro che mi riporta alla memoria da un lontano passato una diva anni sessanta: una linea spessa e nera sulla pelle candida con punte molto all’insù sui chiari occhi timidi che ci lanciano esplorative occhiatine. Ogni volta, ma proprio ogni volta che porta qualcosa, alla camerierina scappa da ridere. Così: fate uscire aria dal naso, un piccolo sbuffo secco e breve. Ecco come faceva lei, mostrando al tempo stesso un poco i denti e sorridendo con gli occhi. Ogni volta che poggiava qualche tintinnante oggetto sul tavolo invece che farlo volare in terra o lanciarvelo addosso come certo stava pensando fosse altamente probabile, mentre le mani sembravano prese da guizzi irresistibilmente centrifughi rispetto alla prevista traiettoria, ogni volta le scappava quella risatina. Inoltre aveva al termine di un paio di gambe delicatamente rosa, tonde e lisce come due cipolline novelle, delle scarpe nere dal tacco basso ma vezzosamente puntuto con cui andava stacchettando rischiosamente sullo scivoloso pavimento di pietra - tacchete tacchete ticchete - così come farebbe la capretta preferita della fattoria, libera di andare dove vuole.

Dorade pressée (in pratica una terrina di con capperi) e quenelle di aubergine, ovvero di crema di melanzane. Crépe salé, insalata.
Sandre - luccioperca - con verdurine.
Zuppa di ciliegie con gelato alla vaniglia, dolcetti vari: mousse di cioccolato calda, spuma di cereali, pallina di non so più. Con il caffè arriva una mousse di cioccolato fredda. Insomma, si prendono cura. Ma io mi sono persa in quei rifacimenti fantasticati cui sempre mi abbandono quando qualcosa non mi va completamente: ho introdotto parecchie modifiche in cucina, ho cambiato qualcosa dell'arredamento un po' triste (per dire, ho tolto i mobili di plastica dal giardino, ho portato in tavola gougeres calde); certo ho tenuto la camerierina con tutto il suo bistro, e il parroco.

Hôtellerie du Val d'Or

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