martedì 2 giugno 2026

Lynn Hunt - La vita privata durante la Rivoluzione francese


Hunt, L. (2001). La vita privata durante la Rivoluzione francese, In P. Ariès & G. Duby (Eds.) La vita privata: L’Ottocento [La vie privée: le XIXe siècle] 
(pp. 15-37). Bari: Laterza (Original work published 1986).

Jean-Baptiste Lesueur

Colpita dal virulento maschilismo della prima letteratura gastronomica nata nel periodo rivoluzionario tra XVIII e XIX, cerco prove che in quel periodo il maschilismo sia stato rilanciato nelle sue forme “moderne”, fondate sul conformismo borgese; nell’ipotesi che per le donne ci sia stato un regresso, almeno per quel che concerne l’abolizione delle vecchie élite.
Lynn Hunt mi conforta. I volumi sulla vita privata, tra cui questo, con il contributo di LH che concerne l’età rivoluzionaria come fondante l’Ottocento, danno come definizione di privato – tra varie ambiguità – ciò che non soggiace al controllo del pubblico e in particolare dello Stato. Così non solo cambia nel corso del tempo il confine tra pubblico e privato, ma la stessa delimitazione tra le due aree è in discussione se lo Stato viene - più o meno – a mancare.
Il periodo della Rivoluzione è evidentemente assai incerto circa tali confini. L’esprit public invase violentemente ciò che prima si riteneva privato, dando poi impulso al “ritirarsi romantico nel proprio io” (p. 15). Ma intanto “la vita privata dovette subire un assalto sistematico quale non si era mai visto in tutta la storia occidentale” (p. 15; la vita occidentale aveva conosciuto anche la Santa Inquisizione; non credo che LH non la ricordasse mentre faceva questa affermazione). Privato, nel pieno della Rivoluzione, significò fazioso, sospetto e traditore. Qualsiasi comportamento, dagli abiti ai discorsi alle scelte di qualsiasi tipo doveva testimoniare patriottismo. Non solo; facendo concorrenza alla Chiesa, una delle cui invenzioni più intrusive fu quella dei cattivi pensieri (questo LH non lo ricorda), la Rivoluzione volle non solo conformità dei comportamenti, ma anche trasparenza dei cuori (come diceva quell’assatanato di Rousseau). In tutto questo fervore, si presero risoluzioni su cosa fare delle donne. Alla faccia dell’égalité, si reagì violentemente contro il pericolo che il sovvertimento dell’ordine implicasse anche quello dei rapporti tra donne e uomini, così come le nuove classi al potere lo avevano fino ad allora vissuto.
Si reagì perciò con efficacia contro il crearsi di club di donne rivoluzionarie, perché – così si disse - dopo il berretto rosso non mettessero anche le pistole alla cintura. Il berretto rosso fu vietato, ma non solo quello. In un discorso che precedette la soppressione di tutti i club femminili, un deputato osservò tra gli applausi che “queste associazioni non sono composte da madri di famiglia, da figlie di famiglia, da sorelle che si occupano di fratelli e sorelle minori, ma di una sorta di avventuriere, di cavalieresse erranti, di ragazze emancipate, di granatieri femmine” (p.19). La “partecipazione attiva in quanto donne alla sfera pubblica era respinta, con rare eccezioni, dagli uomini tutti” (p.19). Maria Antonietta era immaginata come la perversione della donna: prostituta e madre di esseri deformi (forse la ferocissima avversione per MA rappresenta quella per le donne dell’aristocrazia più in generale, per quanto avevano rappresentato di provocatorio nella loro “libertà” da un paio di secoli almeno). Quanto alle donne del popolo, durante la Rivoluzione furono baluardo della Chiesa (la principale concorrente dei deputati, quanto a controllo della vita privata). Ancora una nota: nell’Ancien Régime il matrimonio traeva validità dal consenso degli sposi; il prete era solo un testimone. Con la Rivoluzione oltre che laicizzato, fu statalizzato. E il controllo statale con il Codice civile accentuò i poteri del padre; con la riaffermazione napoleonica della potestà paterna, i diritti delle donne furono ancora ridotti. Ricordo che dal 1792 al 1816 fu possibile divorziare, ma supremazia coniugale maschile fu man mano riaffermata. Poi LH dà il colpo di grazia, proponendo de Sade come paradigma. De Sade porta alle più estreme e ripugnanti conseguenze gli ideali rivoluzionari; natura e ragione sono al servizio del più sfrenato egotismo, la libertà l’uguaglianza e la fraternità sono esaltate e insieme pervertite; vincono i più spietati ed egoisti, e infine – qui volevo arrivare - l’uguaglianza e la fraternità tra uomini “servono solo al loro totale dominio dispotico sulle donne” (p.34) .
LH dice che la “rappresentazione delle donne come particolarmente adatte al privato (e inadatte al pubblico) era comune a quasi tutti gli ambienti intellettuali alla fine del Settecento” (p.35; qui ho un po’ di perplessità sull’uso del termine privato: mi pare che sarebbe più chiaro dire inadatte all’esercizio di qualsiasi potere). La donna era l’opposto dell’uomo: questi era intelligenze ed energia, quella sessualità e corpo. Quello forza, arditezza, intraprendenza, quella debolezza, timidezza, dissimulazione.
Nell’Ottocento “le donne furono relegate alla sfera privata più di quanto fosse avvenuto in passato. […] La donna, divenuta immagine del privato, diventò la figura fragile bisognosa di essere protetta dal mondo esterno [questo mentre] nel corso del XIX, questo limite tra pubblico e privato, uomini e donne, politica e famiglia, diventò sempre più rigido” (p.36; insomma, statevene a casa).
Immagine: Club des femmes patriotes - Tableau à la gouache de Jean-Baptiste Lesueur © Getty De Ago

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