Hunt, L. (2001). La vita privata durante la Rivoluzione francese, In P. Ariès & G. Duby (Eds.) La vita privata: L’Ottocento [La vie privée: le XIXe siècle] (pp. 15-37). Bari: Laterza (Original work published 1986).
Jean-Baptiste Lesueur
Colpita dal virulento
maschilismo della prima letteratura gastronomica nata nel periodo
rivoluzionario tra XVIII e XIX, cerco prove che in quel periodo il
maschilismo sia stato rilanciato nelle sue forme “moderne”, fondate sul
conformismo borgese; nell’ipotesi che per le donne ci sia stato un
regresso, almeno per quel che concerne l’abolizione delle vecchie élite.
Lynn Hunt mi conforta. I volumi sulla vita privata,
tra cui questo, con il contributo di LH che concerne l’età
rivoluzionaria come fondante l’Ottocento, danno come definizione di
privato – tra varie ambiguità – ciò che non soggiace al controllo del
pubblico e in particolare dello Stato. Così non solo cambia nel corso
del tempo il confine tra pubblico e privato, ma la stessa delimitazione
tra le due aree è in discussione se lo Stato viene - più o meno – a
mancare.
Il periodo della Rivoluzione è
evidentemente assai incerto circa tali confini. L’esprit public invase
violentemente ciò che prima si riteneva privato, dando poi impulso al
“ritirarsi romantico nel proprio io” (p. 15). Ma intanto “la vita
privata dovette subire un assalto sistematico quale non si era mai visto
in tutta la storia occidentale” (p. 15; la vita occidentale aveva
conosciuto anche la Santa Inquisizione; non credo che LH non la
ricordasse mentre faceva questa affermazione). Privato, nel pieno della
Rivoluzione, significò fazioso, sospetto e traditore. Qualsiasi
comportamento, dagli abiti ai discorsi alle scelte di qualsiasi tipo
doveva testimoniare patriottismo. Non solo; facendo concorrenza alla
Chiesa, una delle cui invenzioni più intrusive fu quella dei cattivi
pensieri (questo LH non lo ricorda), la Rivoluzione volle non solo
conformità dei comportamenti, ma anche trasparenza dei cuori (come
diceva quell’assatanato di Rousseau). In tutto questo fervore, si
presero risoluzioni su cosa fare delle donne. Alla faccia dell’égalité,
si reagì violentemente contro il pericolo che il sovvertimento
dell’ordine implicasse anche quello dei rapporti tra donne e uomini,
così come le nuove classi al potere lo avevano fino ad allora vissuto.
Si
reagì perciò con efficacia contro il crearsi di club di donne
rivoluzionarie, perché – così si disse - dopo il berretto rosso non
mettessero anche le pistole alla cintura. Il berretto rosso fu vietato,
ma non solo quello. In un discorso che precedette la soppressione di
tutti i club femminili, un deputato osservò tra gli applausi che “queste
associazioni non sono composte da madri di famiglia, da figlie di
famiglia, da sorelle che si occupano di fratelli e sorelle minori, ma di
una sorta di avventuriere, di cavalieresse erranti, di ragazze
emancipate, di granatieri femmine” (p.19). La “partecipazione attiva in
quanto donne alla sfera pubblica era respinta, con rare eccezioni, dagli
uomini tutti” (p.19). Maria Antonietta era immaginata come la
perversione della donna: prostituta e madre di esseri deformi (forse la
ferocissima avversione per MA rappresenta quella per le donne
dell’aristocrazia più in generale, per quanto avevano rappresentato di
provocatorio nella loro “libertà” da un paio di secoli almeno). Quanto
alle donne del popolo, durante la Rivoluzione furono baluardo della
Chiesa (la principale concorrente dei deputati, quanto a controllo della
vita privata). Ancora una nota: nell’Ancien Régime il matrimonio traeva
validità dal consenso degli sposi; il prete era solo un testimone. Con
la Rivoluzione oltre che laicizzato, fu statalizzato. E il controllo
statale con il Codice civile accentuò i poteri del padre; con la
riaffermazione napoleonica della potestà paterna, i diritti delle donne
furono ancora ridotti. Ricordo che dal 1792 al 1816 fu possibile
divorziare, ma supremazia coniugale maschile fu man mano riaffermata.
Poi LH dà il colpo di grazia, proponendo de Sade come paradigma. De Sade
porta alle più estreme e ripugnanti conseguenze gli ideali
rivoluzionari; natura e ragione sono al servizio del più sfrenato
egotismo, la libertà l’uguaglianza e la fraternità sono esaltate e
insieme pervertite; vincono i più spietati ed egoisti, e infine – qui
volevo arrivare - l’uguaglianza e la fraternità tra uomini “servono solo
al loro totale dominio dispotico sulle donne” (p.34) .
LH
dice che la “rappresentazione delle donne come particolarmente adatte
al privato (e inadatte al pubblico) era comune a quasi tutti gli
ambienti intellettuali alla fine del Settecento” (p.35; qui ho un po’ di
perplessità sull’uso del termine privato: mi pare che sarebbe più
chiaro dire inadatte all’esercizio di qualsiasi potere). La donna era
l’opposto dell’uomo: questi era intelligenze ed energia, quella
sessualità e corpo. Quello forza, arditezza, intraprendenza, quella
debolezza, timidezza, dissimulazione.
Nell’Ottocento
“le donne furono relegate alla sfera privata più di quanto fosse
avvenuto in passato. […] La donna, divenuta immagine del privato,
diventò la figura fragile bisognosa di essere protetta dal mondo esterno
[questo mentre] nel corso del XIX, questo limite tra pubblico e
privato, uomini e donne, politica e famiglia, diventò sempre più rigido”
(p.36; insomma, statevene a casa).
Immagine: Club des femmes patriotes - Tableau à la gouache de Jean-Baptiste Lesueur © Getty De Ago

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