domenica 7 novembre 2010

VENEZIA. PUNTA DELLA DOGANA





Insomma, questo collezionismo di Pinault, che senz’altro rappresenta un rilevante aspetto del collezionismo contemporaneo se non l’arte contemporanea, non mi piace. Come e più che a palazzo Grassi, lo trovo tendenzialmente necrofilo e – peggio ancora - banalmente pedagogico e predicatorio. Un Educativo Significato Sociale deve congiungersi, subito e con evidenza, al Costo. Penso ai milioni di dollari che ogni grumo di resina, ogni cavallo impagliato, ogni manichino di feltro colante rapprese colle deve necessarissimamente costare o almeno far finta di costare per essere degno di accedere alla collezione, ove viene presentato con predicanti parole.

Termini che declinano la denuncia e l’ atto d’accusa accompagnano ogni opera e più in generale quelli che una volta si chiamavano “paroloni” sono usati senza remora alcuna e anzi senza di essi ed altri, più roboanti e imbarazzanti ancora quando vengono suonati a vuoto, come “eternità, pieni e vuoti, alterità, silenzio, infinito, metafora” eccetera, non si ha diritto di stare in quelle belle stanze, dalle quali viene bandita ogni ironia, ogni anticonformismo, mentre si usa a piene mani la provocazione contro una supposta, pare, ipotizzo, sorda borghesia (chi ne vide mai di borghesia, specie qui in Italia? E da quando non se ne vede più nemmeno un emaciato esemplare?). Intanto, si pensa che i Pinault debbano sperare assai che esistano gli abbastanza ricchi con il gusto per il nuovo molto esibito lusso. In effetti, per gli artisti sono altrettanto gradite parole come “il più famoso, il più noto” che delicatamente alludono a “quello che costa ‘ecchiù”.

E poi, quanto spazio esigono queste opere! Una immensa stanza basta appena a contenere le pretese di due o tre di loro; nel loro bisogno di imporsi esse ragionano in grande. E si giovano enormemente di una magnifica architettura, che sembrerebbe in grado di rendere bello, con magnificenza di luci, colori, materiali, prospettive, anche un versamento di vernice caduta da un secchio dentro uno di questi ambienti nei quali ti aggiri felice.

Turba la bellezza dello spazio interno alla Punta della Dogana, le capriate di fitti, massicci, vivi, colorati legni, la rugosità degli innumerevoli mattoncini rosati variamente corrosi (arpeggio), il levigato grigio setoso dei cementi di Tadao Ando (basso continuo), le finestre che danno sulla laguna opalescente, mobile e piovosa che abbraccia l’edificio con lo schieramento di san Marco, gli Schiavoni, San Giorgio tutto intorno (sinfonia).

Se avessi potuto usare la macchina fotografica – misteriosamente proibita, forse per evitare con avvicinamenti confidenziali e punti di vista non voluti la dissacrazione del luogo che così caparbiamente si vuole sia di assoluta devozione; anche quando si dice messa non si possono far foto – avrei fotografato i terribili testi di quelle retoriche spieghe presenti in ogni stanza su duri fogli plastificati, che mentre ti ammaestrano ti segano già le dita sospettandoti allievo riottoso; comunque mi sono permessa di fare qualche foto di muri e finestre, che spero esenti dall’interdizione, e infatti parlanti un linguaggio simbolico per me più ricco e vivo poiché non mi facevano alcuna predica, ma mi invitavano a pensare e sognare andando con la mente là dove sono capace di andare, non dove devo andare.

Penso ancora al collezionismo dei principi del passato: spesso opere piccole, private, esculsive, gemme antiche, cammei, miniature, messali, avori, lavori di oreficeria che andavano contemplati da pochi, la cui visione richiedeva un maneggiare accorto e attento, e soprattutto raro per non disfare l’opera stessa…Anche le wunderkammer, per quanto aperte al passante, lo esigevano re o duca o insigne studioso. Certo non c’era la fila. Qui invece viene in mente, ancora una volta, la chiesa, con i suoi grandi affreschi e stendardi e altari e richiami di folle.

E infatti, e infatti, che coda, che voglia di entrare, quanta gente in fila tra gli spifferi del moribondo ottobre sotto la tempestosa nube arricciata della cupola della Salute. Qui molta di più, per dire, che a palazzo Grimani, che pure è ancora poco visto e altrettanto a suo modo nuovo per la città, ma rappresentante una cultura moribonda o che si vuole tale (e quanto emozionante e sorprendente, ve lo dirò presto); quanto si bussa alla porta della contemporaneità perché si decida a dire qualcosa. Quanti fedeli! Intanto questa – la contemporaneità, intendo - sembra, almeno qui, rimasticare predicozzi come un vecchio rimbambito che non finisce mai un discorso ma che è sempre incazzato. Tra un’opera e un’altra, tra un cavallo impagliato che si ficca con la testa nel muro e un cesto da basket di perle di vetro, è solo nella stanza con le immagini della pubblicità raccolte per temi, rese uguali e messe in fila su lunghi tavoli lucenti che sento fluire un discorso: colorato, seducente, ripetitivo ma al tempo stesso che sembra andare oltre l’intento del committente e forse dell’artista, un po’ come nell’iconografia delle chiese, dove la ricchezza polifonica e polisemica delle immagini va così spesso oltre la lineare retorica dell’ammaestramento, dell’ortodossia (sì, ancora loro, le chiese, ma qui per sottolineare una differenza con l’intento pinaultiano).

8 commenti:

isolina ha detto...

Se sapessi come mi ha fatto piacere leggere quello che dici sulla Punta della Dogana. Piacere solo perchè la penso come te, ovvio.
Uno spazio stupendo e il resto...
Non so quante volte mi sono trovata davanti a situazioni del genere, tanto da avere ka tentazione di dire, non capisco davvero più niente?

dede ha detto...

è quello che avrei voluto dire anch'io con parole mie, paro paro

madama bavareisa ha detto...

Ciao! Scusate tantissimo l’effetto “spam”, ma siamo in poche e abbiamo pochissimo tempo per avvisare tutti di un’importante iniziativa food-blogger contro l'omofobia! Trovate tutte le info qui e qui!

madama bavareisa ha detto...

http://merendasinoira.wordpress.com
http://lagaiaceliaca.blogspot.com

(chiedo scusa non mi ha preso i link)

papavero di campo ha detto...

giusti spunti esportabilissimi per certe vagues di biennale d'arte moderna( prosopopea egotistica, supervalutazione in codice di egotismi autoreferenziali, in genere cacca d'artista in barattolo ),
interessante rimandi al "tendenzialmente necrofilo" e "cultura moribonda" e ci credo che la visione veneziana attraverso pertugio di finestra sia più altamente vivificante e mobililante di ogni simbolicità sognante immaginativa!
non c'è cristi, venezia è disseminata tutta d'esteticità in tondo e largo e todo modo, perle preziose gettate dappertutto e ogni piacere è demandato alla visione alla sua abilità alla sua capacità

artemisia comina ha detto...

madama bavareisa, grazie per la segnalazione.

tutte le altre madame: ci vedo riunite intorno a un tè, magari corretto con un goccio di cognac, vista la giornata piovosa :DDD

Anonimo ha detto...

...le tue parole hanno un effetto consolatorio...viva Artemisia che con la sua grande capacità di esprimersi ci riporta in qualche modo con i piedi per terra!
Marina Pallavicini

artemisia comina ha detto...

marina, vieni al tè ; )

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