sabato 31 agosto 2013

Africa. Namibia. Spezie e vini. Olandesi e Oriente. La cultura di Cape Malay.




La foto non è mia, ma di numalahdewi.fotopages

Al Capo, in periferia,  in una tenuta che produce squisiti e da sempre rinomati vini, Costantia, in una riposta zona ombrosa, c’è una tomba a tempietto dalla piccola cupola,  una verde, aggraziata, puntuta cipolla, che rapisce il viandante in un imprevisto Oriente. È quella dello Sheik Abdurahman Matebe Sha, ultimo sultano di Malacca, sconfitto dai rapaci olandesi benché si fosse distinto per abilità e coraggio e condotto qui prigioniero nel 1668.

A quei tempi c’era una remota foresta e il pericoloso prigioniero, definito orang cayun, come si chiamavano i prigionieri politici, venne lì emarginato; le sagge e coltivate preghiere dell'ascetico studioso che albergava nel guerriero sconfitto radunarono comunque intorno a lui altri schiavi, che nella fede trovarono speranza e resistenza; accanto alla tomba mormora un fiume, e si dice sia il luogo dove il santo sceicco se ne stesse in devota e a sua volta mormorante preghiera. La leggenda illustra come le comunità di schiavi, frammentati i legami familiari e culturali e gettate nell'anomia, trovassero in figure carismatiche e religiose nuove identità.

Non fu il solo orang cayun: ne vennero altri e tra loro lo Sheik Yusuf, conosciuto anche come Abadin Tadia Tjoessoep, forse il più noto. Nipote di un re di Goa, consigliere del sultano di Giava. Il mito reagì alla violenza olandese e ne fece un santo: la leggenda dice che nel lungo viaggio per nave da Cylon al Capo venne a mancare l'acqua dolce; la ciurma disperata si rivolse al carismatico prigioniero che immerse un piede nelle onde e disse di attingere lì: l'acqua venne su fresca e potabile. Una volta a Capo, dove per altro venne regalmente ricevuto dal governatore con i suoi 49 familiari e seguaci, gli venne assegnata una rendita e una residenza dove vennero accolti schiavi fuggitivi e creata la prima vera e propria, vivace comunità mussulmana. Non c'è motivo di credere che mancasse una buona cucina.

Oggi al Capo c'è una teoria di pietose e venerate tombe da visitare - kramat - e ogni tanto la foresta rimasta ne restitusce un'altra.



La farm (Groot Constantia) del 1685 da Wikipedia, una magnifica Olanda barocca.
La vigna venne piantata lì poco dopo, nel 1685, o l’anno stesso o subito dopo la morte dello sceicco Abdurahman Matebe Sha, dall’allora governatore olandese, il secondo, che capì la potenzialità del terreno; un po’ di Costantia, vino allora dolce e liquoroso, viene raccomandato da Jane Austen in Senso e sensibilità per “its healig powers on disappointed heart”, e non è l’unica colta citazione possibile circa quel vino. 

Un decennio prima dell’arrivo dello sceicco un tal Jan Van Riebeeck nel 1652 (su tutte le monete e i francobolli del Sud Africa fino alla fine dell’apartheid) era stato incaricato di creare al Capo un insediamento per rifornire le navi che andavano dall’Olanda alle Indie Orientali, trafficando spezie. Aveva impiegato schiavi indonesiani; ad esempio, provenienti da Sumatra. A loro si aggiungeranno deportati politici, governanti e intellettuali ribelli, di Indonesia e Malesia; il primo è il citato sceicco. Si crea una cultura specifica, caratterizzata dalla scelta mussulmana e dalla prevalenza della lingua malese (la lingua franca dell'arcipelago indonesiano), anche se presto una forte presenza soprattutto indiana ma anche di altre parti del mondo, ad esempio il Madagascar, oltre che quella dai meticci fu importante, tanto che si creò una nuova lingua, l'afrikaans. Nel XIX secolo il significato della parola malese aveva assunto una valenza per cui essere malese o mussulmano era la stessa cosa, e capi di comunità senza ascendenze malesi le millantavano, come fossero motivo di prestigio. Al tempo stesso, una lady inglese notava che tali "malesi" erano oramai di tutte le sfumature, dal nero ebano al rosa porcellana inglese. Quello fu anche il secolo dei primi segni urbani, moschee e cimiteri, di una gente che nel frattempo era diventata prospera. In ogni caso c'è una comunità che ancora oggi si chiama, con alterne vicende nelle trasformazioni della loro identità specie sotto l'urto dell'apartheid – a un certo punto alcuni hanno preferito definirsi mussulmani (vedi Haron) -  Cape Malays, o Malays du Cap.  Qualcuno parla di invenzione della tradizione, o si chiede: Le Malays du Cap existent-ils? (Germain).

Ma pare certo che la loro cucina, o una cucina che per dire la sua identità ha bisogno di loro, esista eccome, e se è valida traccia di una cultura, ne testimonia una quasi virulenta vitalità; molte ricette assaggiate in Namibia e trovate sul web conducono a essa, e con quella alle spezie d’Oriente.
 





Department of Theology and Religious Studies, University of Botswana



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