lunedì 27 settembre 2010

BORGOGNA. CHÂTEAU DI SULLY.



















Ecco che di nuovo ci acchiappa una guida, noi stupide mosche turiste. Questa volta una giovinetta dalla voce squillante. Di più, acutamente penetrante. E dalle affermazioni sottolineate dalle mani lanciate in aria e dagli occhi pronti a schizzare sul tappeto, come parlasse a dei pesci separati da lei dalla specie e dall'aquario. Insomma, una fanciulla che si dà da fare, che cerca di domare con un continuo parlare e radunare – la vecchia questione delle guide – il gruppo passivo e insieme riottoso, che distribuisce equamente occhiate distratte ai polverosi oggetti intorno e intimorite verso la biondina invasata.

La mia vecchia, implacabile curiosità per gli interni delle case – mi tocca veder castelli, perché alle altre si accede con più difficoltà – ci porta a fare giri che di rado compensano la fatica che chiedono, concludendosi spesso nell’essere trascinati in mucchi distratti e prigionieri, i passi strascicati e la testa che ciondola, mentre qualcuno ti rompe i timpani per ore impedendoti di lasciar vagare una tranquilla curiosità esplorativa sugli oggetti e sugli spazi.

Le stanze del castello che vengono mostrate sono povere di oggetti e di fantasia, abbandonate da troppo tempo e insieme non abbastanza, insomma non è Castel del Monte, mentre ci sono ancora le pantofole vecchie, il golfino smesso lasciati in un angolo (voglia di rimetterli a posto, e di immaginare come fare un po' di scena più seducente). Appare lo sforzo alquanto svogliato e insieme pressante, del tipo che cavolo ci mettiamo qui, di renderle attraenti almeno per i bambini grazie a vecchi giocattoli seminati qua e là e un tentativo di evocare storie di pirati.

Già, di pirati, vai a sapere perché. Incontriamo un paio di animatori, un ragazzo e una ragazza, mascherati all’uopo con benda su un occhio, spada di plastica e altri ammennicoli che andavano disfacendosi sotto l'onda della noia, abbattuti sulle poltrone, mentre le creature che dovrebbero spupazzare vagano intorno guardando negli abissi della tromba delle monumentali scale o della vastità dei lontani soffitti.

In questo castello si avverte lo sforzo di chi lo possiede – la stessa famiglia da molti anni – di farsene qualcosa dell’immensa, minacciosa macchina, di tenerla ma anche di difendersi dalla sua insensatezza e dalle spaventose spese che tutti quei tetti e quelle finestre comportano. E così giri guidati, intrattenimenti per bimbi, caffetteria e shop, tutto uno sforzo di vendere qualcosa, di sedurre il visitatore, al quale si comunica che è importante, anzi essenziale, che per favore stia lì, anche se non pare si sappia bene cosa dirgli.

Tutto questo mentre la sua storia, del castello intendo, anzi le sue storie, certo non sarebbero misere. Ma è così difficile dare senso alla complessità della verità e raccontarla che le guide haimé mai lo fanno e invece si perdono in disperanti soliloqui e banalità.

C’è un momento di animazione nello smorto gruppo dei visitatatori di cui facevo riottosa parte, quando la nostra fanciulla spende il pezzo forte del repertorio, la storia di Charlotte. Ovvero della giovine vedova che sposa il medico irlandese dell’anziano marito prima malato e poi opportunamente defunto (inevitabili cattivi pensieri), e che da vecchia sarà un cadavere conservato nel calvados e infilato in un buco del camino.

Il castello oggi è dell'irlandese (ancora) Amélie di Mac Mahon Duchesse de Magenta, vedova del fu duca, che lo abita con i suoi due figli. Li supponevo, da certe biciclettine e giochi intravisti accanto a un ponticello moderno che attraversa di sguincio il fossato infilandosi in una porticina che fa pensare alla tana dei proprietari scavata nella mole di pietra, piccini; mentre li scopro su web diciottenne lui e ventenne lei.

Se ci si chiede come mai lo château appartenga a una famiglia con un nome irlandese, risaliamo a quella tale Charlotte di cui sopra, che alla fine del XVII secolo, diciannovenne, sposa il cugino sessantenne signore del castello, un certo ricco Morey. Il cugino non è in salute e viene chiamato spesso un medico di bell’aspetto, un tal Jean Baptiste Mac Mahon, aristocratico squattrinato in fuga da un'Irlanda preda delle guerre civili contro i re cattolici. Morey muore, il medico sposa Charlotte. Avranno sette figli. Passano gli anni, arriva la Rivoluzione: due giovani eredi sono in esilio mentre la vecchia matriarca, che si sente vicina alla morte, chiede ai rivoluzionari che attendano la sua dipartita per l’esproprio del castello. I rivoluzionari cortesemente aspettano e ogni tanto vengono a vedere se quella è ancora viva. Lei, che effettivamente era andata, ogni volta viene riesumata dal suo astuto maggiordomo dalla vasca piena di calvados (non a caso gloria della Borgogna) in cui la si andava conservando, per essere riallestita e messa a letto (che effettivamente era in un'alcova gran penombra, ci fanno vedere il luogo) ed essere loro mostrata. Così andò fin che non passò la buriana. E lo château restò agli eredi.

Tra questi, Patrice Maurice de Mac-Mahon, primo Duca di Magenta e primo presidente della terza repubblica dal 1875 a 1879; personaggio che pur non avendo mai abitato qui, è diventato di casa perché dopo qualche giro il castello andò ai suoi eredi. Ne restano sparse reliquie (stivali, morsi di cavallo, pezzetti di quel generale che fu); si aggira, di pietra, in giardino.

Château di Sully

I vini dello château di Sully: Abbaye de Morgeot, Chassagne-Montrachet; la foto della duchessa viene da fevb.net, il sito delle dame del vino.

Il castello fa parte della serie di cui ho ricette provenienti dalle sue attuali cucine, visto l'acquisto di acconcio libro che fa parte della collana La Cuisine des Châteaux.

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