lunedì 11 maggio 2026
Marino Niola - Homo dieteticus. Viaggio nelle tribù alimentari
Marino, N. (2015). Homo dieteticus. Viaggio nelle tribù alimentari [Homo dieteticus: A Journey Through Food Tribes]. Bologna: Il Mulino.
Vediamo come sintetizzare. MN punta l’attenzione sulla centratura sul corpo come comportamento attuale. Con riferimenti alle diete e alla loro premessa fobica: la fobia del mangiare in sé, la fobia del mangiare carne, la fobia dell’obesità. Colgo continuità con passati anche molto remoti: le astinenze dal cibo, l’evitamento della carne, il peccato di gola con l’abbuffarsi e la sua condanna, hanno una lunga storia. In alcuni casi prevale la continuità: il rifiuto del cibo come perseguimento dell’onnipotenza, che MN chiama immortalità, il medioevo religioso lo chiamò avvicinamento a Dio, all’essere puro spirito. Il riconoscere la contiguità con gli animali e l’astenersi dal mangiar carne come atto cannibalico, fu anche – per dire - di Pitagora prima che di alcuni cristiani. Quanto all’abbuffarsi, ha incontrato anche mutamenti importanti: da mancanza contro la comunità, come l’avrebbe visto un greco, a peccato religioso, come l’avrebbe visto la cristianità, all’attuale peccato laico, come lo definisce MN. La grassezza da segno di ricchezza e distinzione – passando per la benedizione che le ha dato il XVII secolo gourmand - diventa oggi causa di emarginazione, condanna, razzismo.
La tesi dell’A è che la dieta sia la nuova religione. Una volta i cibi cult indicavano ricchezza, oggi l’appartenenza alla religione salutista. La religione, uscita dalla porta, rientra dalla finestra, e dio si parcellizza in ognuno di noi. Infatti la sua tesi è che il corpo – l’apparire – sia l’unico bene su cui investire, in un tempo che sarebbe particolarmente senza certezze e sicurezze. Il controllo del corpo è il succedaneo consolatorio del controllo su una realtà che sfugge. Ahimè, dice MN, ciò comporta l’espellere dalla tavola il piacere, la convivialità, lo scambio (uhm, il passato è sempre idealizzato: la tavola è da sempre agone più complesso). Vittime delle tecnologie del Sé (per diventare belli, sani, immortali), e delle spinte biopolitiche delle organizzazioni internazionali che controllano tutto.
Questi comportamenti fobici, dice l’A, hanno una premessa. I gusti non hanno niente di naturale (aggiungo: tale affermazione, che la storia del gusto dimostra, va ripetuta in un’età di individualismo biologizzante, dove per es. si moltiplicano gli ancoraggi del gusto individuale al DNA, dimentichi di natura e cultura in interazione fittissima). Esemplare la storia del gusto il rifiuto di mangiare carne. Non è un rifiuto fisiologico o nutrizionale. Pitagora diceva che le bestie sono nostri simili, non alimenti. Quando la mangiamo, non mangiamo qualsiasi carne; dipende da quanto assimiliamo quel dato animale a noi: vedi il mangiar cani, o delfini, o cavalli, un tabu nelle culture che assimilano quell’animale all’uomo, e in altre no. Mangiamo ciò che è a una giusta distanza: né troppo simile, né troppo diverso.
Il cibo, questo cibo culturalmente connotato, si coniuga con la nostra identità: siamo ciò che mangiamo, dice MN. Le esperienze infantili in tal senso sono un imprinting che ci accompagna per sempre. Non basta però aver mangiato certe cose perché diventino identità: devono avere capacità evocativa; un cibo, perché ciò avvenga, deve “avere dalla sua la forza della tradizione, un legame intimo con gli umori e i sapori che rendono unica la patria del cuore” (p. 27). Ciò può avvenire con il ragù napoletano, dice MN, non con il carpaccio di polpo (MN non sembra saper che parla di miti e non di fatti: quel ragù è un mito, non un piatto; ciò rende più incerti i confini tra ragù e polpo, e mette in campo la creazione della tradizione, dei miti). Per l’A da una parte ci sono i cibi del cuore, della tradizione, dall’altra i cibi della globalizzazione, i non-cibi. I carpacci di polpo, che chiaramente non gli piacciono, li piazza tra questi ultimi senza indecisioni, ignaro dei fanciulli nella cui storia del cuore oggi staranno entrando.
La dieta, così come la pensavano gli antichi, era stile di vita, armonia con se stessi. Nella medicina greca – continua MN - si supponeva fossimo capaci di leggere i segnali del nostro organismo. Non tutti, però, capaci di questo. C’erano due tipi di medici: quelli per gli uomini liberi e quelli per gli schiavi: con i primi si negoziava la cura in base al presupposto che sapessero conoscersi, ai secondi la cura si prescriveva. Oggi la dieta è controllo delle cose che fanno male, per impedirne l’accesso al nostro corpo (uhm, di mezzo c’è anche la storia della medicina, sempre più orientata a scindere il male altro dal corpo proprio, sempre meno onfalicentrica e più fallocentrica, come diceva Fornari). Però le diete non servono – dice MN - a perseguire immortalità e super dotazione, ma a essere felici, operosi, in possesso di equilibrio psicofisico (ma che dici, MN? Non è meno che diventare santi). Funzionano entro una conoscenza di sé e dei propri limiti (traduco: se sono agiti di fantasie onnipotenti, inclusa la ricerca della felicità, falliscono; se si accetta la realtà, magari servono a qualcosa, da verificare di volta in volta. Un altro paio di maniche è che la salute non sia un bene individuale: su questo c’è una lunga questio, da secoli, tutt’ora attuale).
Sempre per i greci, l’abbuffarsi era un comportamento antisociale: gli appetiti sregolati erano propri “dei bruti e delle bestie” (p. 35). Bulimia deriva da bous, bue, e limos, fame (continuo ad annotare come l’eccesso nel mangiare sia costantemente associato agli animali). Il neoplatonico Porfirio descrive così una dieta equilibrata: “pane, miele, olio, frutta, verdura, legumi, formaggio, poco pesce, carne quasi niente, e una modica quantità di vino che fa volare il pensiero” (p.35; a parte la suggestione di questo menu, che certamente parla al cuore, per restare nei termini di MN, noto la connotazione del vino come veicolo per una conoscenza “eccezionale”, che a mio avviso lo qualifica). Non resisto a trascrivere un altro menu parco, troppo bello. Quello che Socrate indica come ideale nel secondo libro della Repubblica di Platone, interloquendo con un tizio che vorrebbe abboffarsi di più e in particolare di carne: in una città sana ci si nutre di fiocchi d’orzo e farina di grano, di pane, di focacce; come companatico, sale, olive, formaggio, bulbi, verdure; poi pasticci di fichi, ceci, fave; si arrostiscono sotto la cenere bacche di mirto e ghiande, si beve moderatamente.
L’astinenza da cibo. MN parla dei digiuni considerati veicolo per il cielo dai Padri della Chiesa. Quelli dalle ascesi toste, i primi eremiti. Come Doroteo, egiziano, perso nel deserto, che diceva: “se il corpo mi uccide, io lo uccido” (p. 37). Il Libro dei gradi, un testo monastico del IV d. C, dice che il digiuno filtra le impurità della carne liberando lo spirito, e che non ci si deve saziare nemmeno di pane secco e acqua. Giovanni Crisostomo, che nasce nel IV secolo, si vanta che nessuno lo ha mai visto mangiare o bere. Elia fece un digiuno talmente drastico, che Dio lo assunse in cielo con tutto il corpo, diventato immortale. La dieta purifica, rende simili a Dio, sfida i limiti umani. C’è anche traccia, nel discorso di MN, del peccato di superbia: Simeone lo stilita, pure nato nel IV secolo, messo in guardia contro il digiuno che avvicina a Dio come peccato di orgoglio, finge di ascoltare i suggerimenti, ma poi dopo quaranta giorni i pani ancora sono lì, la brocca d’acqua è ancora piena. Dopo qualche secolo si arriva alle grandi digiunatrici, Santa Caterina, Santa Teresa, che superano i limiti del corpo anticipando in terra la vita celeste. Su queste pratiche ci ha già detto molto Quellier (2012), con il suo libro sul peccato di gola. È chiaro che si puntava all’onnipotenza allora come ora. Anche MN trova parentele in questo senso tra le diete antiche e quelle attuali. Naturalità. MN dice l’evocazione della naturalità delle diete allora come ora, è sempre “articolo di fede” (p.43).
L’astinenza dalla carne. Nell’età dell’oro mitica, sia greca che romana (Esiodo, Ovidio), che è anche quella dell’abbondanza, non si mangia carne. È con l’età argentea che si diventa carnivori e di conseguenza violenti. Pitagora dice che anche gli animali hanno un’anima, anzi sono nostri fratelli. Notare che l’astinenza pitagorica dalla carne identifica, come ogni dieta, uno specifico gruppo sociale, in questo caso una élite. Gli usi alimentari sono anche organizzatori di identità. Gli “altri”, in non pitagorici, si riconoscevano tramite il sacrificio animale, ritenuto cannibalico dai pitagorici. Come dice Porfirio nel III d.C., ci parla del sacrifico animale e del consumo di carne come conseguenze del sacrificio umano e del cannibalismo; anche Porfirio non vede soluzione di continuità tra uomini e animali. Contesta l’idea ebraico-cristiana – ma già presente in Aristotele - che Dio abbia creato le altre creature unicamente per darle in pasto all’uomo. Notare che nel mondo greco e romano l’alimento principe – anche simbolicamente - era il pane. Cerali olio e vino erano sinonimi di civiltà; inoltre i greci di carne ne mangiavano ben poca. Oggi la mitica dieta mediterranea non fa solo “bene alla salute”, ma è simbolo della sostenibilità ambientale.
Nel mondo pagano la carne è il cibo del piacere, per i suoi effetti riscaldanti-afrodisiaci. Stessa connotazione ha il vino. Si ricorda l’associazione tra cibo e sesso: lo diceva San Tommaso, ma anche Platone. Probyn, un’antropologa femminista, individua negli chef televisivi i sex symbol attuali perché coniugano tali piaceri. Gola e lussuria sono l’accoppiata cristiana su cui insiste Quellier in Gola; l’ho poco seguito su questa pista, perché più interessata alla gola come segnale di predatorietà animalesca; ora penso che la lussuria rientri nella medesima predatorietà, ove il desiderio diventa avidità).
L’associazione carne-virilità. MN segue un “filo millenario che va dai pitagorici agli gnostici, dai catari ai guru neobionisiti del veganesimo contemporaneo” (p. 71, nel testo parla pure di gnostici e catari). Forse per questo non parla di quando entra in campo la cultura germanica, carnivora, creando il mix mondo antico/mondo germanico che caratterizza la cucina occidentale, e per altro partecipe del mito virilità-carne, oltre che di quello virilità-mangiare e bere senza limiti. È un po’ come se dicesse è dappertutto, sempre così: fa esempi che vanno dal medioevo ai beefeaters della Torre di Londra. Gli uomini virili mangiano carne perché dà loro forza (la forza della violenza?). MN ci dice che Gandhi si chiese se gli indiani dovessero adottare la dieta carnea. Solo dopo sposò le tesi di Williams contro l’antropocentrismo e di conseguenza contro la violenza e il mangiare carne. Comunque, MN, senza diventare vegetariano, sposa l’idea che il non mangiar carne indichi un senso di colpa contro gli altri viventi (p.74).
L’obesità: MN si dedica alla sua condanna, ritenendola razzista. Per altro dice anche che si prevede che entro il 2030 il 60% della popolazione mondiale sarà sovrappeso. Il problema concerne, sia pure in forme e modi diversi, paesi ricchi e paesi poveri. Fino ai primi del ‘900 quasi nessuno montava sulla bilancia. In Italia la fine del grasso è bello si colloca alla fine deli anni Sessanta. Con la rivoluzione industriale e la secolarizzazione, da peccato diventa malattia.
L’informazione. Siamo super informati, male: colpa dello sviluppo incontrollato delle tecnologie digitali (a che pensa?) e di internet, dove c’è una moltiplicazione virale di notizie fai da te. Nessuno si fida più di nessuno. Nonostante l’aumento delle conoscenze e della tecnologia, tornano le mitologie le false credenze (sempre colpa di internet?). La democrazia è fondata sulla delega di saperi e poteri (hum); invece domina il pregiudizio antiscientifico. E contro i mass media. Mentre i progressi scientifici sono eccezionali ed evidenti – l’aspettativa di vita è passata dai 30 anni dell’Ottocento agli 80 di oggi - vince tutto ciò che è “naturale”. Prevalgono le istanze viscerali della controcultura (chiediamoci che cos’è oggi la scienza, quali falle abbia perché ciò si produca; oppure cosa è accaduto del principio di autorità, o della politica: altro che internet).
Fa una ricognizione di caratteristiche della contemporaneità: la dieta dei gruppi sanguigni (i biologismi che ignorano storia e culture: mangiamo cosa ci dice l’eredità genetica, a seconda del gruppo sanguigno), le paleo diete (mangiare come l’uomo preistorico più sano di noi), i crudismi (nella parte opulenta del mondo con l’ideologia del crudo si vuole tornare alla natura, contro la civiltà corrotta dal potere tecnico-scientifico che perpetra continui inganni; quindi mangiare secondo natura, riparare i gusti delle civiltà; mangiare materie prime eccelse e incontaminate), mangiare vegan (l’ortodossia vegana nasce a metà degli anni Quaranta, tra ragioni medicalizzate e animaliste; generando proselitismo e lobbismo; nasce come cultura USA.), ortoressia: l’ossessione di mangiare in modo corretto, di avere il pieno controllo di sé (dati del Ministero Salute in Italia direbbero che su 3 milioni di disturbi alimentari, 15% sono ortoressici). Tutte queste culture sembrano indicare un bisogno di controllo di una realtà complessa e sfuggente.
La fine del cibo. La tecnologia e la biotecnologia sfidano i limiti della natura e sono al lavoro per inventare bistecche senza animale e cibo senza piacere, convivialità e gusto. Polpette senza carne prodotte in laboratorio. Il beverone di Rhinehart (un ingegnere californiano): un misurino di polvere, due misurini d’acqua, 4 dollari, è tutto ciò che serve per vivere (e R. dice che a lui è passata anche la forfora: questo lo leggo su http://www.fruitbookmagazine.it/il-beverone-che.../; a me ricorda la soupe de charité inventata nel 700 illuminista per i poveri). MN protesta: per proteggere la vita la si rende inutile, per non avere più limiti si rende superfluo il corpo
Guerre di civiltà alimentari. La cucina religiosa ha valore simbolico, non solo pratico. È una questione identitaria. il primo ministro francese François Fillon che proclama superate dalla scienza e dalla tecnica le accortezze halal e kasher o c’è o ci fa. nel frattempo, i cibi halal e kasher hanno un boom non solo tra credenti. Acquistati da persone con buon potere di acquisto (superiore del 50% a quello dell’acquirente medio). Motivi? Non solo e non in primo luogo religiosi in senso stretto, ma in quanto ritenuti di qualità, salutisti, sostenibili. La rivolta dei cibi locali (aggiungo: non solo a livelli medi, ma anche di alta cucina: cos’altro sono le rivincite della cucina basca, di quella del Nord, della peruviana?) sono spesso vissute come un’alternativa alla globalizzazione: la consapevolezza che la cucina sia un atto politico è presente. L’autoctonia è un mito, la cucina è per sua natura meticcia, il cibo è un linguaggio universale.
MN conclude con un momento di ottimismo: emergono nuovi stili di vita. Si rompe con l’edonismo anni Ottanta e l’individualismo di massa anni Novanta. Ci sono neo mitologie: della frugalità, della condivisione, della convivialità (chissà).
PS: MN rientra nella tradizione del parlar di cibo in modo spiritoso – del resto, è anche uomo di TV – di qui giochi di parole, linguaggio brillante, battute: cosa che spesso permette di glissare sui punti critici; ma lo prendo così com’è.
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