martedì 7 aprile 2026

Gerd Althoff - Obbligatorio mangiare: pranzi banchetti e feste nella vita sociale del Medioevo, in Flandrin e Montanari, Storia dell’alimentazione


Tapisserie de Bayeux - Scène 43 : l'évêque Odon bénit le banquet


Althoff. G. (1997). Obbligatorio mangiare: pranzi banchetti e feste nella vita sociale del Medioevo in Flandrin J.L. & Montanari M. (Eds.) Storia dell’alimentazione, pp.234-242.

Siamo in Alto Medioevo, per poi arrivare all’età cortese. Si mangia a quattro palmenti, la cultura germanica si è imposta, chi vuole il potere deve essere forte, quindi deve mangiare e bere più degli altri. Le gare non mancano. Non mancano neppure i banchetti, che in età carolingia si moltiplicarono, sia in ambito laico che religioso (ce lo dice anche Michel Rouche ne ”Il banchetto dei monaci nel Medioevo” in Le Goff & Ferniot, 1987, La cucina e la tavola. 5000 anni di gastronomia).
GA sottolinea il carattere necessario del banchetto come ratificante accordi, legami. Ciò che non dice, mentre al contempo lo dice, è la presenza costante del conflitto, rispetto al quale il banchetto non sembra un momento di sosta, quanto di espressione ritualizzata, metaforizzata.
Non c’è attenzione a ciò che si mangia, dice GA, c’è verso quanto
si mangia e quanto viene offerto. L’intenzione sembra essere di sopraffazione, dimostrazione, ostentazione del rango, della ricchezza, della superiorità. Dovevano essere situazioni estenuanti (potevano durare giorni, i banchetti, anche otto). Inoltre ciò che si accettava o si doveva accettare doveva essere ricambiato in qualche forma. Partecipare a un banchetto era vincolarsi in qualche modo a un qualche accordo, non sempre esplicitato in forma contrattuale, anche se deliberazioni e atti espliciti potevano accompagnarlo.
Sembra che fosse più importante bere che mangiare; ricordo che Michel Rouche (1987) dice che il bere conservava il carattere (pagano) di comunicazione con il divino.
GA ci dice che si creava così un clima di fiducia di confidenza, di serenità (ma che dici, GA!). In effetti, caro GA, lo dici tu che si regolano conflitti e rapporti di potere. Certo, non ci si ammazza, non sempre, spesso è sufficiente convenire che si mangia insieme, e si rimanda e forse qualche volta si risolve l’agito del conflitto aperto. Anche se: “non si può tacere che talvolta – non raramente – dell’atmosfera pacifica deli banchetti si abusava ed essi erano svuotati della loro funzione allo scopo di ingannare i convitati e ucciderli. […] Raramente tale condotta suscitava una profonda riprovazione, a meno che le vittime fossero cristiani oppure membri dei ceti dominanti.” (p. 339). Se non suscitava riprovazione, vuol dire che lo sapevano tutti che i banchetti erano assai rischiosi.
Aggiungo che non ci furono solo banchetti dei poteri al vertice, ma anche banchetti a tutti i livelli della società, volti a legare persone tra loro in amicitia, o in anche amicizia giurata, che sentite un po’ come si chiamava: coniuratio. Si creavano gruppi che si ponevano in concorrenza con altri legami di potere, e che potevano garantire aiuto e protezione sia accanto a quelli dati dal signore, che contro quelli. Siamo nell’epoca della formazione delle strutture statali, pubblico e privato erano “confusi” tra loro, almeno a vederli con occhi di oggi.
Poi qualcosa cambia. Eccoci nella cultura cortese. I poteri sembrano più consolidati. Si passa dal banchetto pieno di sfide alla festa di corte. L’ebrezza perde rilievo, non è più centrale (ma resta importante nei gruppi uniti da rapporti associativi). Nella festa di corte i potenti meno potenti potevano essere convinti o costretti a servire nei banchetti. Nel secolo X, in due pranzi allestiti per incoronazioni ottoniane, “i duchi del regno servirono tutti i convitati […] Segnalavano così la disponibilità a osservare compiti loro affidati nella casa del re, e al massimo si può avanzare qualche dubbio sulla loro buona volontà (p. 240; GA sospetta sempre il peggio, ma non arriva mai a conclusione). In altri termini, i banchetti sono sempre più segnati da gerarchie, mettono in scena rapporti di potere. GA parla anche di conflitti che chiama “famose “liti delle sedie” del Medioevo” (p. 241), che è facile intuire: quale sedia, dove, indicava l’importanza delle persone, che si mettono a competere e litigare sulla sedia concessa; vengono alla mente le appassionate pagine che Saint Simon secoli dopo dedicherà al tema, per lui ancora più che attuale. 

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Gerd Althoff (born 9 July 1943) is a German historian of the Early and High Middle Ages


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