giovedì 2 luglio 2026

Jacques Wilhelm - La Vita quotidiana a Parigi ai tempi del re Sole. 1660-1715.


Wilhelm, J. (1984). La Vita quotidiana a Parigi ai tempi del re Sole. 1660-1715 [Daily life in Paris during the time of the Sun King. 1660-1715]. Milano: Bur (Original work published 1977).

Cerco notizie sui ristoranti, e i tutti i testi sinora consultati (parecchi) ne indicano compatti (anche troppo) la data di nascita tra il XVIII e il XIX, nella Parigi pre e post rivoluzionaria. Indicando come primissimi - nel nome, restaurant – certi posti dove si vendevano bouillon ristoratori a gentiluomini nevrotici (dice uno degli A.) e anche ad alcune gentildonne pioniere che trovavano salette a loro riservate. Prima non c’era nulla? Silenzio di tomba. Al più si nominano i caffè, di cui i restaurant sarebbero stati parenti, solo che vendevano bouillon. Ciò che c’era prima, nel campo del mangiare fuori, era abissalmente differente? Solo tavernacce con tutti allo stesso tavolo, a sbobbarsi zuppacce già pronte a prezzo fisso? 
Finalmente con questo libro sfondo una porta chiusa, ed entro nel tempo di Luigi XIV. Scopro che c’era un universo di bettole, taverne, locande, tutt’altro che tutte uguali (come era possibile?). C’erano anche certi posti chiamati cabaret, che l’A. definisce una sorta di trattorie (forse con piccoli spettacoli di accompagnamento). Nel 1670 ci sono milleottocentoquarantasette trattorie e duecentoquattro cabaret. Ce ne sono di tutti i tipi: da miserabili a lussuosi; in questi c’è biancheria ricamata, coperti d’argento. Da un certo “Renard”, nel giardino delle Tulieries, “i prezzi arrivano a livelli vertiginosi per dei pasti raffinati in una lussuosa cornice” (p. 175; altro che tavernaccia). 
Li frequenta un mondo variegatissimo, dal popolino, ai nobili, agli intellettuali. Gli scrittori ci lasciano memoria di banchetti memorabili. Da un certo Guerbois, all’epoca famoso, il conte di Béchemel va in cucina a inventare la celebre salsa (immaginiamo un mondo in cui le ritualità erano ben diverse da quelle del ristorante del XVII-XIX: il conte non è un cliente attento alla qualità-prezzo, è un gentiluomo che si appropria “da padrone” di uno spazio pubblico dove si sente più libero che a casa sua, “privatizza” il cabaret). 
A proposito di intellettuali: è in genere poco esplorata la funzione del mangiar fuori come momento di aggregazione di élite maschili, spesso contropoteri: “il libertinaggio intellettuale, cioè l’ateismo, vi trovava un terreno ideale” (p175); funzione presente in questa epoca, e ancor più con Luigi XIII, meno censore di Luigi XIV: nelle taverne e nei cabaret si faceva opposizione. Ricordiamo alcuni ristoranti della Rivoluzione, “sede” dei vari movimenti rivoluzionari. Ricordiamo anche il bere, connesso al genere maschile e al farlo prevalentemente fuori casa: è un’attività in qualche modo “pubblica” e aggregatrice, anche entro sfide (la virilità comprovata dal reggere l’alcool). Tutto questo accade in taverne, osterie. Il conformismo borghese che nasce insieme ai ristoranti spazza via tutto questo e lo confina nelle taverne? Coltelli dalla punta arrotondata, sussurrare, star ben lontani gli uni dagli altri? E come consideriamo i “pranzi di affari”?

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