giovedì 18 giugno 2026
Philippe Ariès - Per una storia della vita privata
Ariès, P. (1988). Per una storia della vita privata. In P. Ariès & G. Duby, La vita privata dal Rinascimento all'Illuminismo [Private Life from the Renaissance to the Enlightenment] (pp. V-XVIII). Milano: CDE (Original work published 1986).
Scorro questo scritto di Ariés per trarne indicazioni su due punti: la nascita del gusto e della buona tavola da un lato, e l’emergere della convivialità, o il suo riemergere, dall’altro.
Notare: la convivialità di cui parla P.A. non è associata alla tavola; è un’arte dello stare insieme, con un ruolo importante delle donne. Si conversa, si legge, ci si scrivono lettere, si canta. Penso ci possa essere del cibo, uno spuntino; ma non è il rito della tavola che viene celebrato, tanto che la presenza del cibo non è neppure nominata. Su questa separazione ci sarà da pensare: suppongo che la tavola fosse in primo luogo una celebrazione del potere cortigiano (maschile).
P.A. propone, quanto a pubblico e privato, di distinguere due lunghi periodi. Nel primo, pubblico e privato sono confusi; l’individuo è inquadrato dalla comunità, c’è sociabilità pubblica. Nel secondo pubblico e privato sono separati; la sociabilità pubblica, prima presente, scompare; nel pubblico l’individuo diventa anonimo.
Se ci si chiede quando avviene il passaggio, si può pensare – dice P.A. - che non ci siano grandi cambiamenti dalla metà del Medioevo alla fine del XVII secolo. Ci sono da lì in poi. Avanza lo Stato. Si sviluppa l’individuo, con una sua intimità, interiorità, nascono i legami di amicizia. Si sviluppa il gusto, “che diviene allora un vero e proprio valore. […] É allora che si sviluppa un’arte della tavola e dei vini che esige un’iniziazione, una cultura, uno spirito critico, ciò che oggi viene definito gusto. E non è forse allora che si diffonde una grande cucina da maestri e nello stesso tempo anche la cucina comune diventa più esigente, più “raffinata” e i piatti rustici e grossolani diventano, nelle potages, delle ricette tradizionali ma curate e spesso sottili?” (p. XI).
Quanto alla convivialità, dal XVI al XVIII secolo si assiste alla “sistemazione […] in ambienti che non appartenevano alla corte ma che erano al di sopra delle classi popolari, di gruppi di convivialità che hanno sviluppato una vera e propria cultura di piccole società consacrate alla conversazione, alla corrispondenza e alla lettura ad alta voce. […] la famiglia [ è ] assolutamente estranea a questa prima privatizzazione. […] le donne, almeno in Francia e in Italia, svolsero un ruolo importante nell’ambito di queste piccole società. Non ci si contentava di parlare, leggere, commentare letture o discutere. Ci si abbandonava a dei giochi di società (l’espressione è significativa), al canto o alla musica, alla discussione (in Inghilterra: i country parties)” (p. XIII-XIV).
Dalla fine del XVIII comincerà a prevalere la famiglia (nel frattempo, c’è la Rivoluzione francese, aggiungo io).
In sintesi, cosa traggo da P.A.? Un excursus non stringatissimo della letteratura sulla tavola – non sul cibo, proprio sulla tavola, il mangiare insieme – mi ha proposto una separazione tra tavola e convivialità. Se convivialità vuol dire vivere insieme entro una fruizione concorde di beni (di cibo, ma anche di saperi, vedi il Simposio di Paltone, detto anche Convivio, o il Convivio di Dante), la letteratura sulla tavola va in un’altra direzione. Quella dell’esclusione di molti da tale fruizione e dell’inclusione di pochi. Sotto questo aspetto, il discorso sulla tavola è ininterrottamente ripetitivo e la accompagna da sempre, anche negli interessanti mutamenti delle forme dell’esclusione, dei protagonisti, dei confini.
Il discorso gastronomico che nasce tra XVIII e XIX insieme al ristorante è una delle tappe di tale discorso, e si presenta con sue specificità, tra cui una qualche democrazia di modi. Con almeno tre contraddizioni: l’esclusione delle donne (mi sono già soffermata sul maschilismo conformista rilanciato dalla Rivoluzione); l’invenzione del palato, ovvero di una eccezionale capacità individuale di gustare il cibo, che esclude tutte le donne e gli uomini senza palato. Il palato forse si affina ma non si apprende, c’è chi ce l’ha e chi non ce l’ha (fondamentalmente, non sono esplicitabili i suoi criteri); inoltre il buongustaio doveva avere anche mezzi e un formidabile stomaco: basta grazie, era un disonore per il quale si poteva morire.
Nei millenni perciò, visto che anche la letteratura mesopotamica ne parla, si è incessantemente detto chi può eccedere alla tavola e come. Questa dinamica è presente sia nel discorso alto, di corte, che basso, di popolo. Gli storici, gli studiosi così ripercorrono la storia della tavola, e la convivialità non pare avervi luogo, tanto da indurre a chiedersi dove sia finita.
Per questo prendo nota di quanto dice P.A.: finalmente uno che ne parla, sulla base dei documenti dell’epoca (documenti di ogni genere, non starò a ricordare la ricchezza del metodo di Ariès). La recupera in un luogo separato dalla tavola. La rintraccia in un gruppo sociale nuovo, né dell’ambiente di corte né del popolo, che si crea tra XVI e XVIII secolo, caratterizzato anche da un’eccentrica leadership di dame. Tra queste, P.F. non la nomina, ma sa che la conosciamo tutti, c’è Madame de Sevigné. Madame era un buongustaia: le sue lettere sono piene delle soddisfazioni che le regala la bonne chère, di descrizioni di pranzetti che lévati. Ma appunto pranzetti, mi verrebbe da dire privati, non banchetti. Madame apparteneva ai due mondi, quello della tavola regolata dalle regole di corte e quello della convivialità, che andavano spesso in parallelo. Il genero infatti doveva tenere dispendiosissima tavola nel suo impegnativo castello (lei se ne preoccupava nelle lettere alla figlia) per certe responsabilità provinciali che si era assunto, come rappresentante del re in Provenza. Quella tavola ufficiale era la cerimonia del potere. Poi c’erano i pranzetti che lei faceva in amicizia e soddisfazione, che erano certo parte della sua convivialità ma non ne erano il fondamento; quello era dato da tutto l’insieme di attività amicali che P.A. elenca e di cui Madame era fondatrice oltre che partecipe: scrivere lettere, conversare, fare musica, etc.
P.A. perciò non parla di convivialità in astratto, ma di quella specifica forma di convivialità che appare in quel certo momento storico, che a suo avviso segna il passaggio da una sociabilità che durava dalla metà del medioevo al XVII secolo, dove una modalità di rapporto che lui definisce conviviale si realizza in uno specifico modo, fondato sull’amicizia e non sulla famiglia (altra caratteristica importante di quella sociabilità) e separato dalla ritualità della tavola di corte.
Resto curiosa di sapere: quando la convivialità abbandonò la tavola che certo la abitava nell’età greca e forse ancora in quella romana? E se l’abbandonò, abbandonò tutte le tavole, o solo le tavole di corte, certo non propense al libero scambio di opinioni, anche politiche? Associando e divagando: quanto è erede del simposio il separarsi delle donne dagli uomini, lasciati a bere il loro porto alla fine del pasto della tavola aristocratica inglese, non a caso meno segnata da abitudini cortigiane?

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