domenica 24 maggio 2026

Ernesto Di Renzo - Oltre l'edibile: su alcune valenze antropologico-culturali del cibo


Di Renzo, E. (2010). Oltre l'edibile: su alcune valenze antropologico-culturali del cibo, in Economia della Cultura 1, pp. 57-66, doi: 10.1446/32185

Ho già notato, sia perché è l’impressione che ho avuto quando mi sono accostata a questa letteratura, sia perché lo dice ora l’uno ora l’altro Autore che parla del tema, come il cibo sia – del tutto sorprendentemente se si pensa alla sua portata: antropologica, storica, psicologica, e chi più ne ha più ne metta - o poco trattato, o trattato entro contesti di marginalità: da studiosi non dedicati, “specializzati”, e/o con uno stile faceto – magari in modo molto interessante, non è questo il punto – come fosse tema imbarazzante e comunque non fosse un tema su cui costruirsi un curriculum di “scienziato”. Pare che in ambito storico il momento della sua legittimazione siano stati gli anni Quaranta (Le Goff & Ferniot , 1987). In questo articolo del 2010 si parla dal punto di vista antropologico-culturale, e l’A ancora sente di dover tornare sulla legittimazione dell’argomento entro il sapere erudito e la cultura ufficiale, ricordando come per lungo tempo sia stato oggetto di ostracismi, biasimi e disconoscimenti, come sia stato considerato una dimensione fatua del sapere, una tipologia del sapere di serie B, un esercizio privo di qualunque valore conoscitivo vero (insomma chi più ne ha più ne metta) e come poter pubblicare in proposito, pensando di avere credito sia un dato originale e fino a poco fa inopinato.
Sul perché l’ostracismo, l’ipotesi è che sia tema che rimanda al godereccio, al quotidiano, all’ozioso, al domestico, al femminile. Non convince: quanti temi goderecci, femminili e oziosi sono stati oggetto di studio? Non è questo lo specifico del cibo. Direi che l’A forse centra il bersaglio quando parla del senso di colpa che si prova nel parlare dell’assunzione di cibo. Ho già detto come supponga che l’atto del mangiare sia vissuto come allarmante, poiché evidenzia la nostra “bestiale” avidità e la nostra contiguità con gli altri animali.

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