babelio
Flandrin,
J.L. (1987). Per una storia del gusto, In J. Le Goff, & J. Ferniot, (Eds.), La cucina e la tavola: 5000 anni di
gastronomia [Cooking and the Table: 5,000 Years of Gastronomy] (pp. 11-25) (N. Scaramuzzi Trad.). Bari: Dedalo (Original work published 1986).
Tra i vari contributi di questo
volume, ai miei fini – cerco la storia dei ristoranti - il più
interessante è quello di Jean-Luis Flandrin: Per una storia del gusto.
Il
suo contributo ripercorre in poche pagine la storia delle tappe della
cucina occidentale. Da un lato troviamo quanto ci dice ogni manuale,
dall’altro finalmente troviamo qualcuno che propone dei criteri di
lettura, non snocciola dati uno dietro l’altro. La centratura è sul
gusto, questa invenzione del XVIII secolo; vediamo.
Punto
uno: il gusto non dipende solo da variabili come l’evoluzione delle
tecniche, l’economia, i rapporti sociali, ma anche dal sistema culturale
nel suo insieme e le sue evoluzioni sono spesso legate a quelle dei
gusti letterari e artistici. Io direi che anche i rapporti sociali o
l’economia sono legati alla cultura, ma insomma ciò che mi preme è che
la cultura non sia ignorata.
JLF punta subito
l’attenzione sul cambiamento di gusto avvenuto in Francia tra 1550 e
1650. La grande rivoluzione post-medioevale. Prima c’era il dominio
delle spezie, al tempo stesso esotiche, orientali, e internazionali; in
Francia vengono vinte da aromi indigeni, come le erbe aromatiche, la
cipolla, i funghi; e da condimenti provenzali come il limone o i
capperi. C’è la riscossa del burro, che entra nelle salse prima prive
di grassi (si inventa il roux, che sarà un secolo dopo oggetto di
attacco frontale in nome della medesima semplicità e naturalità di cui
parlano i cuochi del XVII); al contempo si mette in discussione il
precedente simbolismo burro-rustico/olio d’oliva-raffinato, arrivando a
ribaltarlo. Si mangiano molti più ortaggi: ciò comporta la
destrutturazione del consolidato simbolismo alto/basso: gli ortaggi
vicini alla terra, economici, erano cibo-basso, quindi per il volgo (è
un bel sintomo di rivoluzione sociale). Ci si rimpinza di frattaglie,
che all’epoca erano cibo-alto (ora, per noi, sono basso). C’è la ricerca
del “naturale”, del gusto “autentico” dei cibi.
Apprezzo
JLF perché non gli passa per la mente di prendere questo linguaggio per
oro colato, di trattarlo come descrizione di fatti. Ne sa il valore
simbolico. “Ma non si tratta ora di stabilire se la cucina classica sia
stata naturale o no. Ciò che importa è che il naturale era uno dei
valori gastronomici proclamati da buongustai e autori dei libri di
cucina” (p. 14). JLF riesce a vedere la rilevanza dei fenomeni
culturali. Ciò gli permette di accorgersi che “…è capitato di attribuire
alla “nouvelle cuisine” in materia di cotture e di condimento, il
merito di innovazioni già ben attestate nelle cucina del XVII secolo”
(p.14). Gli esempi sono noti, le citazioni nei vari testi di storia
delle cucina si ripetono: la minestra di cavolo che deve saper di cavolo
di Bonnefois nel 1654, l’arrosto che non deve essere troppo cotto per
non distruggere il gusto autentico delle cose dell’Art de bien triter
del 1674. Qui ci sono certe specifiche sugli asparagi al dente che sono
troppo belle, le riporto. Le Cuisinier françois del 1651, dice:
“scolateli meno cotti che potete, è meglio”; La Cuisinière bourgeoise
del 1746: “devono essere un po’ croccanti” (p14). Ne Les délices de la
campagne, 1661, si scottano in acqua bollente, si avvolgono caldi in un
panno bianco ripiegato più volte per “far cacciare tutta l’acqua” e poi
si fanno cuocere a fuoco lento nella salsa.
Si noti
che JLF sta mettendo in discussione l’idea del progresso. Ogni cultura
ha la sua specifica, relativa capacità di rapporto con la realtà. E
nella successione delle culture, quella che viene dopo conquista alcune
capacità, e ne perde altre. JLF dice che il gusto si è raffinato nel
XVII, e ancor più nel XVIII. “Ma a condizione di attribuire a questo
raffinamento valore di un semplice cambiamento e non di progresso, come
hanno fatto non soltanto i cuochi classici ma anche la maggior parte
degli storici. Per Fernand Braudel, “l’ostentazione della quantità
prevale sulla qualità” nei banchetti medioevali” (p.16).
Ciò
che era raffinato nel XVI e XVIII secolo diventa volgare e viceversa,
ma non si tratta di semplici capovolgimenti, come può sembrare nel
burro/olio; si tratta di cambiamenti di ottica più complessi; per
esempio, nel Medioevo circa la carne si è piuttosto generici, tipo
“carne di manzo”; nel XVII e nel XVIII si è più raffinati, perché si
distingue: si apprezza il palato del manzo; ma non solo è una
frattaglia, che oggi sarebbe di seconda o terza scelta, il problema è
anche che oggi non si sa più nemmeno cosa fosse. Alcune carni pregiate
oggi, erano lasciate al popolino che secondo i cuochi dell’epoca ne
copriva il gusto insipido con le salse!
JLF esamina
qualche altro pregiudizio: nel Medioevo la quantità vinceva sulla
qualità? Le fonti non lo confermano, anzi, pare che certe tavole
dell’epoca classica siano molto più piene, abbondanti. Certo, nel
Medioevo c’erano in alcune occasioni festini a dir poco pantagruelici,
con quantità inimmaginabili di cibo. Ma non testimoniano ingordigia,
quanto piuttosto l’idea di ospitalità dei signori medioevali nei
confronti dei loro sudditi, quindi quanto potevano essere allargati,
numerosi gli inviti. Qui JLF dice una cosa che mi lascia di stucco. Non
ne avevo idea: tali banchetti hanno una certa parentela con quelli che
vengono organizzati in Francia in epoca rivoluzionaria. Certo, che poi
ci si abboffasse, non era strano, ma la matrice non era l’ingordigia.
Uno
scritto del XII, tradotto ancora nel XIV, rimprovera i golosi non per
la loro ingordigia, ma per essere troppo preziosi, delicati, raffinati,
pretenziosi, sofistici, ricercati sia con cibo che con il vino dove
costoro, “come tavernieri, allungano il palato ad ogni boccale di vino,
con il nobile compito di saggiarne il gusto” (p.18). Non pare perciò che
nel Medioevo mancassero gli esteti del gusto. È interessante che il
raffinato degustatore di vini venga comparato al taverniere, come
volesse concorrere con quello: vuol dire che c’era un’idea del
degustatore professionale, e che i tavernieri non ci attendeva fossero
rozzi e privi di gusto.
Comunque, JLF finisce con
il dire che i cuochi del Medioevo hanno fatto prevalere il piacere degli
occhi a quello del palato, insomma gli scappa una graduatoria. Mentre
la cucina classica è molto più articolata sul gusto delle cose. Mah: chi
lo sa: resto perplessa sulla capacità di ricostruire,
nell’immaginazione, quel mondo di sapori, di significati. Mi chiedo se
la condivisione di un codice simbolico – questo significa “piacere degli
occhi”: il significato dei colori, per esempio, importantissimo – non
fosse un piacere “gustativo” importante. Sento il discorso più
attendibile quando gira alla larga dalle classifiche.
Comunque,
nel 1680 il buongustaio – sentite questa - è un degustatore
professionista, incaricato di verificare il valore e il prezzo dei vini.
Poi la parola designerà chiunque sia in grado di differenziare il vino
buono da quello cattivo. Insomma, il dilettante si atteggia a
professionista, compete con lui. Come quello del XII, solo che adesso ci
riesce, conquista il titolo, la qualifica non è più disonorevole, anzi.
I dizionari della fine del XVII e quelli del XVIII ci dicono che è un
aggettivo che indica un apprezzamento verso chi può essere così
qualificato. E se nelle prime apparizioni della parola nei dizionari la
sua definizione veniva sbrigata in poche righe, poi si allunga assai,
specie negli usi metaforici.
JLF si interroga: come
mai il gusto diventa così centrale all’epoca? Forse riesce più a porre
la domanda che a rispondere. Ci dice che verso la fine del XVII si crea
un conflitto con l’antico De gustibus non est disputandum, che indicava
liberalità nei confronti dei gusti individuali, e che ancora trovava
rispondenza nel servizio alla francese. In questo servizio infatti – JLF
(ne dà una lettura diversa da altre che ho letto, che vanno in senso
diverso, non era propriamente un buffet) ma seguiamo lui – i commensali
potevano scegliere tra un’ampia varietà di piatti contemporaneamente sul
tavolo; non sarà più così con il servizio alla russa, dove ogni piatto
viene consegnato a ogni convitato, lo stesso per tutti. Fermiamoci però
su De gustibus non est disputandum: non è per niente da pensarsi in modo
individualista così come noi lo traduciamo oggi; secondo la diatetica
medioevale, si presupponeva che i gusti di ciascuno esprimessero in modo
armonico i suoi bisogni organici. Non si trattava di soggettive fisime,
ma di bisogni organici specifici. Se uno aveva temperamento sanguigno,
caldo e umido, era attratto dal cibo caldo e umido, etc.. Questo finché
eri in buona salute. In malattia, si adottava la dieta del contrasto: il
troppo caldo e umido veniva combattuto con il secco e freddo. Nel XVI
però, e ancora di più nel XVII, i dietisti diventano più invadenti: da
rispettosa dei gusti individuali, la dietetica diventa correttiva
sempre: il temperamento caldo e umido sarà trattato anche in buona
salute con cibo secco e freddo. È qui che diventa importante educare il
gusto, e si si creano le nozioni di buon e cattivo gusto, sconosciute
prima del XVIII. E tale gusto ha senso ampio, concerne più in generale
l’estetica, che nel frattempo diviene un ambito della filosofia molto
importante. Inoltre è alquanto viva una dicotomia: tra piaceri sensuali e
spirituali. I conti con la religione sono ancora molto aperti.
Qui
JLF propone un nesso importante. Tutto questo si accompagna, nel XVII,
alla creazione di nuove élite. Il buon gusto si forma entro lotte tra
nobiltà e borghesia. Come arma di distinzione usata dagli uni e dagli
altri. Non può più essere individuale: marca apparenze differenziate. Ad
esempio, può essere usato contro i ricchi “parvenus”. Ma al tempo
stesso, non sembra appannaggio esclusivo delle vecchie famiglie; nei
salotti alla moda si incontrano nuovi nobili, borghesucci, aristocratici
di antica stirpe, alla pari. Ma se le frontiere sociali sono in
discussione, non lo sono quelle geografiche: il buon gusto è solo in
Europa, e particolarmente in Francia.

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