Bottone, E. (2016). De Gustibus Disputandum. Taste and the restaurant review, Table Matters.
http://tablematters.com/2016/02/16/de-gustibus-disputandum/
Articolo
in rete, dalla Rivista Table Matters, interessante. Il tema sono le
recensioni gastronomiche sulla ristorazione. Tra professionismo e
critica di massa. Ricordando che sin dalla nascita i ristoranti furono
istituzioni elitarie. I primi furono i bouillons. Locali raffinati,
esclusivi, tutt’altro dall’osteria o dalla taverna, che servivano solo
brodo caldo come altri servivano caffè, in ambienti per gentiluomini
nevrotici, abbastanza cari da proporre al popolo di non entrarvi. Presto le limitazioni delle gilde (allora in
decadenza, ma che ci fossero va ricordato, sono state importanti
nella storia della vendita di cibi al pubblico) vengono trasgredite, e
insieme al bouillon viene servito altro; il primo piatto solido a
comparire è dello zampetto di pecora in salsa bianca, ovvero un ragoût;
al ristoratore che lo fa, Monsieur Boulanger, nel 1767, viene intentata
una causa; le fonti sono contraddittorie sul fatto che l’abbia vinta o
meno. Comunque è l'inizio di tutto. Badare bene, già prima della Rivoluzione.
EB
propone poi un’interessante premessa, non sempre ricordata quando si
tratta il tema. La Francia del XVIII, nel contesto intellettuale e
filosofico, era permeata di discussioni sul gusto estetico, ad ampio
raggio, in tutte le sue possibili declinazioni. EB ricorda il rapporto
tra sapido e sapere. Sapido deriva dal latino sàpere, aver gusto; il
sapere è il piacere della mente. Sapere e gusto sono congiunti; ma
quando si tratta di definire il gusto, si incontra una difficoltà
insormontabile: sembrerebbe, entro un acceso e infinito dibattito sul
tema, che sia inafferrabile. Comunque parrebbe associato a una
eccezionale capacità di percepire differenze, sfumature: fine
discrimination. Si incarna in certuni, le “persone di gusto”,
appunto. Sul tema si impegna l’élite intellettuale del tempo: Voltaire,
Burke, Diderot, Gerard, Hume, Kant. Il dibattito implica la
contrapposizione intellettuale - alto/sensuale – basso, con una evidente
gerarchia. L’uomo di gusto illuminista non avrebbe ammesso
nell’estetica il gusto del cibo, sensuale - basso. Voltaire, nel Saggio
sul gusto del 1759, dice che la parola gusto è metaforica: nasce nel
sensuale, ma è metafora dell’intellettuale. E che l’intellettuale, molto
più del sensuale (il palato), richiede istruzione, educazione,
esperienza; insomma, formazione. Edmund Burke, in A Philosophical
Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful dice
le idee e i sentimenti traggono origine dalle sensazioni, ma che
qualunque cosa sia il gusto, ovvero la sensazione, viene migliorato
dalla conoscenza, dall’esercizio. C’è una sorta di progressione: da una
conoscenza immediata, ineffabile, a una conoscenza più articolata,
comunicabile. Voltaire dice che il gusto è un rapido discernimento del
bello e del buono, che anticipa la riflessione. Un problema persistente,
perciò, è trovare distinzioni che permettano di porre gerarchie tra
gusto intellettuale e sensuale. Non basta il gusto sensuale perché ci
sia critica. Kant dice che è soggettivo, ma che aspira al consenso
(quindi alla condivisione, alla possibilità di comunicarlo). La
discussione sul gusto genera la critica d’arte, la cui nascita è da
molti attribuita a Diderot.
La gastronomia moderna nasce come estensione
di questo discorso, e aspira da subito a imparentarsi con la critica
d’arte. L'Ottocento convaliderà l'aspirazione della
critica gastronomica a far parte della critica artistica. Nel 1804,
secondo la Gazette de France, a Parigi c'erano 2000 ristoranti. In
questa fortunata circostanza, nasce la stella di Alexandre Balthazar
Laurent Grimod de La Reynière, che raggiunge come gastronomo flâneur
notorietà duratura durante il regno di Napoleone, con il suo Almanach
des gourmands e il mensile Journal des Gourmandes et des Belles,
apparsi nel 1806. Contenevano sia le sue informazioni e valutazioni, che
quelle di un qualificato giurì da lui convocato per giudicare l'ampia
gamma di delizie offerte da Parigi. Grimod è il fondatore del commento
gastronomico al ristorante come letteratura. Egli fa del palato il
fondamento di tutti i gusti. Il discorso gastronomico prospera a partire
da queste premesse fino a tutto il Novecento.
Poi arrivano gli USA.
New
York Times: “Mr. Claiborne observed everything when he was
reviewing, but ultimately he judged restaurants by what came out of the
kitchen. As this idea caught on, it became harder to confuse the
country’s best restaurants with the ones that were merely favored by the
aristocracy. A different hierarchy in dining, ordered by creativity and
excellence in cuisine, was slowly taking shape under the guidance of a
new aristocracy: an aristocracy of taste. Today, we call members of this
aristocracy ‘foodies.’”(nota 1) Insomma, basta guardarsi
intorno: infiliamo il naso nel piatto! Sembrerebbe che ciò abbia
contribuito alla centralità dei cuochi. E del gusto. Il discorso è
“forte” perché sta sui fatti: “It is empirical, not a priori”. (uhmm…
bah…). Il critico che gusta stando sui fatti, tutto concentrato sul
cibo, lui sì che ha una funzione di guida per il pubblico.
Ma
le recensioni di massa su internet, oggi dilaganti, soddisfano i criteri
della critica gastronomica come una “specie di arte”? La tradizione
della critica, con tali ascendenze illustri, può sopravvivere a
internet? Su nessuna arte come sui ristoranti oggi la vox populi ha un
tale potere. (Qui per altro vengo a sapere che negli USA già dagli anni
Settanta esiste una popolarissima guida, la Zagat, che su iniziativa di
una coppia, gli Zagat, che interpella gli amici sul tema, da NY si
allarga a macchia d’olio e crea una massa di valutazioni sulla
ristorazione da parte gente comune; di recente acquistata da Google.
Inoltre vedo che c’è una certa confusione tra critica di massa e uso dei
logaritmi su grandi masse di dati). Si tratta di una democratizzazione
idealizzata, che sta minando la verità e la competenza? (Aggiungo: è
questo il vero interrogativo, oppure conta di più dove vanno gli USA,
visto che dopo Claiborne nell’articolo per la critica vengono citati
solo nomi anglosassoni?).
Non mancano critiche: Josh
Ozersky (founding editor of New York magazine’s food blog, Grub
Street), writing in TIME, praised the “endangered restaurant critic”,
and takes the measure of crowd sourced reviews. “User reviews on City
Search and Yelp are beyond useless — they’re faceless and contradictory —
and the same goes for blogs.” The contemporary food obsessed culture
has it all, he opines, “but they [internet critics] lack the one thing
the old guard has in spades: perspective.”
Qualche
mia nota: è interessante comparare la critica gastronomica con quella
dell’arte figurativa e le sue retoriche, forse due: quella di chi
dichiara criteri e permette partecipazione attiva senza bisogno di
impossessarsi dell’oggetto (che ne so, Berenson, Longhi, Zeri…) e quella
delle presentazioni di un vernissage, di una mostra, che ci propina un
linguaggio totalmente polisemico (c’è tutto e il suo contrario) a cui
reagire identificandocisi o sentendosene nemici; ci comunica la presenza
di un club esclusivo che ci pone la questione: sei dentro o fuori?
Direi che è piuttosto coerente con una sollecitazione all’acquisto, al
possesso.
Aggiungerei che la democratizzazione del
gusto sarebbe rivoluzionaria, e non so se stia procedendo. Fin
dall'inizio, dal XVIII secolo, il discorso sul gusto della tavola è
elitario; più ancora che essere limitato ai benestanti, sia come critici
che come fruitori, è ancorato in un modo che sembra irrinunciabile al
mito dell’esclusività, che resta ancora oggi una componente fondante il
discorso sul gusto. Capatti e Montanari (2005) non a caso si impegnano
nell’argomentare che la creatività in cucina viene da quella alta come
da quella bassa, da subito, fin dai ricettari di corte, aristocratici,
non solo quando arrivano territori e regionalità. Sanno che stanno
trattando un persistente pregiudizio.
Nota
1: Mr. Claiborne joined The New York Times in 1957 and for 29 years
served as both its food editor and, intermittently, its restaurant
critic.
***
Edward Bottone food and lifestyle journalist.

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