domenica 28 febbraio 2010

LUCIO SFORZA APPRODA A ROMA E NOI TUTTI CONTENTI ANDIAMO ALL'ASINO D'ORO






















Maestro di citazioni, il nostro chef. Non gli bastava l'Asino di Apuleio. Ha pure voluto ricreare un ambiente modernamente antico, con un'aria da "cucina americana". Jaques Tati sogguarderebbe ironicamente tanta modernità sotto la falda del cappello. Il morbido lucore del legno laccato si mescola con le curve del candido laminato, ricreando gli anni '50 che per molti avventori sono certamente l'epoca della nonna.

Questo scopo nostalgico viene perseguito perfettamente sia con le credenze cilestrine - colore amato dallo chef - che con il tavolo tulip di Eero Saarinen e la sedia seven di Arne Jacobsen, che oltre a ricreare l'epoca di sessant'anni fa, fungono alla perfezione da mobile che nel frattempo è diventato, da elitario che era, popolare e da trattoria, grazie alla diffusione delle riproduzioni.

Ma non basta: la girandola delle citazioni ha preso il moto, quando ho messo piede lì dentro, anche in altre, varie direzioni.

Ci siamo andati due volte. La prima, appena arrivati eravamo soli, e ci siamo ritrovati spersi in questa grande stanza, in cui il candore ripetitivo delle sedie vuote risuonava netto sul pavimento scuro, marcando tutte le assenze. Mi è tornato alla mente un pub. Molti anni fa, eravamo in Irlanda, nel Donegal, e leggemmo sulla guida Clup di un certo pub di Glencolumbkille dove pare si facesse della buona musica traditional. Ci scaraventammo per chilometri avvolti e strettissimi (nemmeno lo spazio di una pecora tra noi e il margine della via) ed arrivammo sull'orlo di una scogliera alta e ventosa dove si arrampicava un villaggio assai piccolo con un pub che al nostro arrivo si rivelò desolato e vuoto e dotato di scomodissime sedie, sulle quali attendemmo perplessi che accadesse qualcosa, finchè pian piano lo stanzone non si riempì, l'uno dopo l'altro, di un musicale popolo, fino a diventarne stracolmo, chi con uno zigzagante piffero in tasca, chi con un veloce e commovente violino dedito alle gighe, chi con una voce possente e patetica, trasformando il vuoto guscio in possente cassa armonica. E così è accaduto anche dell'Asino, che pian piano ha popolato ogni sua sedia e si è colmato di chiacchiere rumorose, mettendosi a suonare proprio come una trattoria.

Allora è arrivata anche un'altra associazione, quella del bar di Guerre Stellari. Già, perchè per arrivare lì, si attraversa una parte di città a me nota tanto quanto una galassia esterna, e con la medesima riconoscibilità di percorsi per arrivarvi, anche grazie a quella ripetitività che fa delle periferie calate nella notte una sorta di spazio infinito. E così l'Asino è un isolotto di luce e socialità al quale si arriva dopo un volo alquanto lungo in un'oscurità priva di umani visibili. E sorprendentemente, una volta giunti in un luogo che ci pareva così in capo al mondo incontriamo ben due gruppi di persone che conosciamo, proprio come quando si va tutti nello stesso posto perchè è l'unico nel raggio di chilometri e ci si trova anche senza darsi appuntamento.

Ma non basta. L'Asino mi ha fatto pure pensare, sempre per via di quella modernità antica, e a causa di quest'aria extraterrestre, ai candori fantascientifici di Odissea nello Spazio, che riunisce in un tutt'uno anni cinquanta e astronavi; insomma, una fantascienza d'epoca. Va bene, mi fermo.
L'Asino è un campo fitto di citazioni anche in cucina; soprattutto si recuperano piatti dispersi ripescati dalle cucine di campagna, per esempio quelli che si portavano nel fagotto in spalla quando si andava a lavorare. Tra quelli che ho avuto modo di sperimentarvi, qui come prima, a Orvieto, mi vengono soprattutto in mente le carni, certe carni antiche, nere di caramellatura, rese fondenti da cotture lente e dolci, lucenti di succhi, austere, senza nessuna concessione all'estetica dell'impiattare.

Nelle due visite recenti ho mangiato costine di agnello caramellate che ho apprezzato e un magnifico stinco di maiale tutto morbidezze, Nunchesto ha prediletto i fegatelli agrodolci al finocchio, lui e Pomaurea si sono buttati su una spettacolare coratella di agnello con cipolla.

Ancora, tra i piatti recenti, penso con molta gratitudine al brodo di gallina e vinsanto con le polpette di pane aromatico, che hanno teneramente evocato perdute nonne intorno al tavolo, Augusto ha scelto ponderatamente e con lo stesso stile apprezzato la salsiccia di uva e castagne, di cui ha decretato il sapore medioevale. Pomaurea e Nunchesto mangiano anche capocollo brasato e peposo di manzo la cui intensità turba Pomaurea, che non ce la fa a finirlo (ma prima aveva mangiato degli gnocchi con un superbo condimento, chiamato rancetto dallo chef filologo).

Nei piatti salati si insinua una piccola punta di speziato e di dolce, le forme sono ingenue e affettuose, come, per dire, il ciambellone con la crema, la frittata di farina di castagne, i crostini con la ricotta e l'uvetta e il santo olio buonissimo che lo chef si procura in Umbria. La zuppa inglese era un po' aggressivamente alcolica per i gusti da zia di Artemisia. Cantina buona e prevalentemente umbra.

La seconda volta mi trovavo seduta davanti all'oblò che si affaccia sulla cucina; in quella finestrella appare spesso la faccia intenta del cuoco, con quel piglio da guerriero che si addice a uno chef all'opera, e il massimo si ottiene quando dalle padelle si alzano le fiamme che la circondano. Poi uscirà dalla tana, e con una certa scontrosità cortese e timida farà un giro dei tavoli per vedere ancora una volta, sera dopo sera, l'aria che tira tra gli avventori, questa difficile presenza isterica, distratta, piena di fisime, forse qualche volta di soddisfazione, disposta a scambiare un momento di gioia. Infine lo chef lascia la scena tutto incappottato di nero, un borsalino calato sulla testa (non trascura mai l'abbigliamento), con un ultimo saluto agli avventori più insistenti nel non abbandonare la piazza.

Ora in sala ci sono ragazze rosee, che hanno già preso la via dei due fedeli scudieri orvietani dello chef, presentandone sorridenti il noto vezzo di non voler svelare i segreti delle sue ricette, vezzo che sempre mi ha fatto sorridere, certa come sono che se c'è una cosa che è difficile passare è una ricetta,che tanto dipende dalla mano di chi la fa. Un competente maître governa il traffico.

L'Asino d'Oro stava a Orvieto. E ci stava come una perla nella conchiglia, nella sua conchiglia. Una perla un po' nascosta, infilata in una stradina che anche lì non trovavi se proprio non l'andavi a cercare, ma anche una perla rara, di quelle che ti piacerebbe ce ne fossero, e che sei disposto ad andare a trovare anche quando non sta sotto casa. Il trapianto romano è un'avventura audace, la nuova collocazione trasgressiva e al limite bizzarra, e tuttavia L'Asino ha tutte le seduzioni per diventare una consolazione certa almeno per il trascurato quartiere in cui si è andato a infilare, che non potrà che essergli grato non fosse che per il seducente pranzetto che offre tutti i giorni a prezzi contenuti; si tratterà adesso di vedere se gli avventori dell'ostica Roma e il coraggioso, estroso cuoco si meriteranno, come spero, un amore reciproco.

AAA ha parlato qui dell'Asino orvietano.



Asino d'oro

Via Valsavaranche 81,
Zona Monte Sacro - Prati Fiscali
tel. 06.64491305

16 commenti:

papavero di campo ha detto...

com'è bello 'sto posto! del resto l'asino è addetto alle trasformazioni!
adoro le citazioni nel campo degli arredi, poi sarinen! tutto il look è molto chic! la madia da ristorazione a tutta parete e le bottiglie come cartucce da bandolero! se poi i cibi sono buoni mi sembra un'attraente meta!

ps: resto sempre di una morbosa curiosità su come tu faccia a non addensare il tuo peso, t'immagino donna fortunata anche quanto a meccanismo metabolico:-)
moi ahimè ci debbo stare attenta!

genny ha detto...

ehehe a oriveto però non era no felici di averlo mi sa:D io cmq sono capitata in città proprio quando ha ciuso ..tipo 3 giorni dopo!:(sgrunt...mo' arriverò a roma:D prima o poi

Carmine Volpe ha detto...

spero di venire presto a roma per andarci mi hai fatto troppo venire la curiosità

dragus ha detto...

Ma quello nella foto, quello che legge il menù lo conosco.....

artemisia comina ha detto...

cara pap, disgraziatamente da un anno ho cominciato ad addensare, come argutamente dici :))

artemisia comina ha detto...

genny, io non so chi non era felice, io e parecchi altri lo eravamo :)) ora spero di essere felice a roma ;)

artemisia comina ha detto...

carmine, ben tornato. un po' di turismo lento in periferia, è molto snob ;))

artemisia comina ha detto...

gentile dragus, il nostro meditava sulla salsiccia.

PS: ben arrivato in AAA.

frenci ha detto...

e qui mi associo al commento papaverino, comincio a chiedermi anch'io quale sia il tuo segreto per non lievitare come un babà, visto che mi sembra tu ami la cucina robusta almeno quanto me...

artemisia comina ha detto...

ebbe', questo babà per ora mi ha fatto molto ridere :DD

FrancescaV ha detto...

ah un nuovo locale a Roma da provare allora, me lo segno per la volta prossima che scendo, grazie della recensione!

artemisia comina ha detto...

è un posto interessante, francesca :)

dede leoncedis ha detto...

in un posto così sarei disposta a mangiare perfino l'aglio

artemisia comina ha detto...

deduccia, ma a roma non ci vieni mai?

Anonimo ha detto...

Finalmente trasferito al quartiere Monti, L'asino D'Oro prende il volo.
Godetevelo fino a quando non cercherà un' altra
conchiglia.
Da provare e riprovare...

artemisia comina ha detto...

questa sera proveremo la versione Boschetto.

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